La porta

Serie: Goblingeddon

Al calar della sera i grilli cominciavano a riempire l’aria del loro fastidioso canto. Raki tentava di calpestarne il più possibile mentre avanzava oltre i canneti, costeggiando un rigagnolo d’acqua stagnante, anche se l’impresa era decisamente più grande di lui. Poco male: il suono croccante degli insetti che si rompevano era una musichetta esilarante.

L’equipaggiamento extra che si era caricato sulle spalle pesava fastidiosamente. Era un sopravvissuto, non poteva permettersi di trascinare per le lande un bottino di guerra ma, piuttosto che abbandonare la spada saettante o la cotta, se le sarebbe mangiate.

Ancora non riusciva a tenere gli occhi sopra il livello della vegetazione quando, senza preavviso, udì il suono di una chiarina suonata a fiato corto.

Raki si bloccò. Tese l’orecchio.

Nulla.

Si tastò la mano destra, osservando i buchi che si era fatto da solo con lo sperone, ore prima.

Poi un nuovo rumore, questa volta metallico.

«Catene e ingranaggi?»

Era sicuro di non sbagliarsi, non su una cosa del genere.

Con cautela decise di risalire la corrente e scoprire l’origine dei suoni artificiali. Mentre progrediva, però, si faceva sempre più limpida nella sua mente l’unica possibilità, l’unica origine che simili clangori potevano avere.

Dovette giungere fino al termine dei canneti prima di potersi rendere conto di dove i suoi passi sghembi lo avevano condotto.

Palizzate in legno di quercia si stagliavano verso il cielo imbrunito. Sullo sfondo frondoso, alberi solitari e spinati sorvegliavano due grandi torri d’osservazione, legate assieme da cordoni spessi un braccio. Sembravano in procinto di cadere da un momento all’altro. Ai loro piedi, facevano capolino i tetti di paglia e sterco di un villaggio come pochi.

Mai vista una cosa del genere, pensò Raki.

Dal suo nascondiglio fra le frasche osservò il pesante portone rinforzato della cinta, che tramite catene ancor più pesanti veniva sollevato fino a coprire l’entrata principale. Non v’era alcun fossato da superare, solo picche da trincea, ma il portone era comunque levatoio.

La chiarina risuonò di nuovo nell’aria secca. Raki alzò lo sguardo, notando sulla torre di destra qualcosa che prima gli era sfuggito. Un grasso, rugoso arkà stava soffiando nel bocchino, il lardo a penzoloni fuori dalla casacca come un maiale ormai pronto al macello.

Stropicciandosi le orecchie, sentì la fortuna arridergli ancora.

“Una città arkà!”

Raki vide immediatamente cibo, riparo, armi e un gruppo di sprovveduti da manipolare. Un ghigno gli si allargò sul volto: non poteva sperare in un incontro migliore! Una vera cittadina, fuori dalle grotte, proprio sul suo cammino! Mentre il portone, sollevato dalle catene sferraglianti, stava per chiudersi, capì che non avrebbe perso la ghiotta occasione.

Lasciò il riparo e a passo spedito si mise in vista, nello spazio antistante la breccia. Polvere e insetti lo seguirono.

«Ehi! Ehi!» Non fece gesti, limitandosi a richiamare l’attenzione.

Il goblin grasso sulla torretta sobbalzò. «Fermi! Non vi muovete!» Per poco non cadde di sotto nell’avvertire una pattuglia sui ponteggi.

Il ponte levatoio si arrestò.

«Chi siete?» gracchiò una voce scontrosa, nascosta da un elmetto. Se ne stava in cima alla barricata, appena accorso a squadrare il sospetto viaggiatore.

«Ho bisogno di cibo e riposo!» rispose Raki. Poi si guardò attorno: c’era solo lui.

«Da dove venite, eh? Da dove venite?»

«Le montagne!»

«Non ci sono goblin sulle montagne!»

Raki tentennò irritato. Perché quella guardia sudicia non lo aveva chiamato arkà, ma goblin? E perché gli aveva detto che non c’erano membri del loro popolo fra le montagne? E perché cazzo continuava a parlare al plurale se era da solo?

Battè la spada sul primo sasso.

«Invece vengo proprio dal buco, fetente, trivellato tra le chiappe granitiche dell’Ippancha!»

«Non è vero! Non è! »

«Sì che è vero.»

«Menti! Snort-snort!»

Raki ringhiò, sputò e gridò al cielo: «Posso pagare.»

Gli occhi della sentinella scintillarono, prima di sorpresa, poi di avidità. Raki ci aveva visto giusto.

«Che avete?»

Altri goblin si erano uniti alla scena, raccolti sui ponteggi, con i nasi bitorzoluti infilati nei varchi fra un tronco e l’altro della palizzata. Bastarono una manciata di secondi perché i primi litigi scoppiassero, con zampe, zanne e nere zazzere che spuntavano da ogni dove.

Raki pensò a cosa offrire. Con sé portava i resti dell’assalitore, ma all’interno di una cittadina alcune cose perdevano di valore.

«Gioielli» ammiccò. Dalla sacca tirò fuori gli orecchini rubati al cadavere e li sfregò fra le dita, mostrando lo scintillare del metallo rozzo sotto l’ultimo sole del giorno.

La bava alla bocca della guardia fu palese.

Passarono alcuni secondi in cui sembrò indecisa. Uno dei suoi compagni alzò l’arco, tendendolo velocemente verso Raki. Un’arma brutta, appena funzionale. Avrebbe potuto comunque scoccare un colpo abbastanza preciso e prendersi il bottino, se fosse stato sufficientemente rapido. La guardia con l’elmo però fu più lesta: alzò la picca e trapassò il costato del tiratore, che rantolò a terra.

Guardò in cagnesco l’intero gruppo.

L’addome obeso non smetteva di ondeggiare.

Si rivolse infine a Raki, avanzato fin appena davanti all’entrata. «Aspettatemi lì, proprio lì.»

Con un balzo scomparve alla vista. Diversi altri lo seguirono come tacchini ondeggianti alla vista delle granaglie.

Una folata di vento e non si udì più nulla. Raki si guardò attorno spazientito. Cosa stavano combinando?

Finalmente un rumore. Dall’altra parte stavano aprendo le piccole porte d’entrata, incastonate nel portone levatoio.

Clack-clack. Il portone era quasi tutto su.

Raki sarebbe entrato in fretta e si sarebbe sistemato per bene.

O almeno lo credeva.

Lo credeva e lo aveva creduto, sicuramente fino al momento in cui notò il portone abbassarsi.

Abbassarsi in fretta.

Il suono delle catene di sollevamento sciolte gli riempì le orecchie, mentre il gigantesco lastrone di legno e ferro, spinto dal suo stesso peso, crollava a terra.

Raki capì di essere nel posto più sbagliato possibile.

Provò a scappare da morte certa, scartando di lato, ma non ci riuscì.

Mentre veniva spiaccicato al suolo, riuscì solo a pensare che quei lardosi dementi erano stati capaci di fargli crollare la porta cittadina in pieno sulla faccia.

Serie: Goblingeddon
  • Episodio 1: La spada
  • Episodio 2: La porta
  • Episodio 3: L’elmo
  • Episodio 4: Oro e cretini
  • Episodio 5: Il tempio del Dio Liquido
  • Episodio 6: Morik, il Grande Guerriero Goblin
  • Episodio 7: La fortuna sorride ai malvagi
  • Episodio 8: Sogni colorati
  • Episodio 9: L’erba
  • Episodio 10: La morte
  • Episodio 11: Pirati volanti
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    Discussioni

    1. Bello, mi piace questo clima di tensione. E Raki ha anche un lato simpatico che trapela da certi dialoghi interiori. Forse la domanda è prematura ma: esiste una sua illustrazione o un’immagine che possa ricordarci lui?

      1. Una immagine, a dire il vero, c’è. Mi prendo la libertà di spedire questa domanda nel futuro: al prossimo capitolo si chiarirà un elemento in più che andrà a delineare l’immagine di Raki per sempre! Dunque, stay tuned 🙂