“La prigione immensa”

― Laggiù!

― Ci penso io, signor Kamp ― disse la guida.

I due si avvicinarono con prudenza ai droidi armati che presidiavano l’avamposto. L’ultimo, pensò Kamp, perché ormai il vallo era ben visibile e molto vicino. Mentre l’androide che lo accompagnava esibiva i permessi su un piccolo schermo inserito sulla fronte, lui guardava l’imponente vallo, immerso nelle sue riflessioni. Aveva sborsato una bella cifra per arrivare fin lì e affrontato diversi pericoli; aveva perfino rotto il Rover, andando a sbattere contro una roccia più appuntita di un coltello. Questo posto arido gli stava stretto. Con quel cielo ocra di giorno e la superficie color ruggine. Con quel sole identico a una pallina da golf.

― Andiamo signor Kamp.

Le parole della guida lo riportarono al presente. Kamp superò i droidi e si rimise in marcia. Percorsi pochi metri vide una lunga scalinata d’acciaio che conduceva in cima al vallo.

― Quella? ― chiese Kamp, controllando la telecamera del casco.

― Il nostro passaggio, come le avevo detto. Ce ne sono parecchie lungo tutto il perimetro, adesso le usano i droidi ― rispose la guida.

La salita fu impegnativa nonostante la debole forza di gravità ma ne valse la pena. Davanti a loro si presentò una cupola immensa di cui non si distingueva la fine. Costituita da un materiale trasparente simile al vetro ma molto più resistente. Inglobava il resto del pianeta, ma soprattutto le persone che vi vivevano dentro. Milioni e milioni di uomini e donne, a quanto ne sapeva Kamp, con le loro case fatiscenti, coi loro veicoli sgangherati, coi loro bambini cenciosi e le città e strade a pezzi. Ammassati come bestie su Marte da oltre un secolo, perché non c’era più spazio sulla Terra per individui del genere.

― Ecco ciò che ha chiesto signor Kamp.

L’uomo fece un cenno e si spostò lungo il camminamento del vallo. Doveva filmare il più possibile, gli serviva per i suoi studi. Tre ore dopo, mentre finivano di scendere la scalinata, la guida gli chiese il perché di quella prigione, dicendo che giravano varie ipotesi.

― Povertà ― rispose Kamp, sospirando ― crimine orrendo, senza perdono.

Non aggiunse altro. Ora voleva solo una navetta, voleva solo andarsene. Poi si mise a fissare il cielo blu, quasi ipnotizzato dall’atmosfera ovattata, quasi nebbiosa di quel tramonto marziano, così saturo di polvere e attraversato da una luce diafana.

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Discussioni

  1. Mi piacciono le tue microstorie, in poche parole riesci a comporre un insieme perfetto: una vicenda a tutto tondo. Il passaggio che ho sottolineato mi ha fatto piegare le labbra in un sorriso amaro. E’ vero, per alcuni la povertà è un crimine da cui preferiscono allontanare lo sguardo