
LA RAGAZZA MADREPERLA
Serie: LA DIVA
- Episodio 1: LA DIVA
- Episodio 2: LA RAGAZZA MADREPERLA
- Episodio 3: IL RAGAZZO SVIZZERO
- Episodio 4: TORNARE
STAGIONE 1
«Vedrai che casa» aveva detto mia madre, «vale tutto una fortuna».
E mi sarei aspettato le ballerine di Lautrec, le Marylin sbavate di Andy Warhol – si fosse impegnata a imparare la storia dell’arte, sarebbe impazzita per le de Lempicka – le conchiglie quiete di Morandi invece, litografie di Carrà, i paesaggi di de Pisis. Passava loro accanto ignara, spolverava le cornici come nulla fosse. Poi, ogni tanto: «Quant’ero gelosa di questi cosi! Li ha sempre amati più di me, lui!».
Lui, a detta di mia madre, era un mecenate dell’arte, un pezzo grosso nel suo ambiente. Molto più anziano di lei, che invece era ancora giovane, e bellissima, e sicuramente acerba, pura, d’altronde, non lo siamo tutti, prima di diventare quello che siamo?
Insomma. Questo ricco signore l’aveva presa in fasce e adagiata nel lusso come si adagiano nell’incubatrice le uova che ancora hanno da schiudersi, dandole tutto: soldi, diamanti, gioielli, luci di salotti artificiali come orizzonti, la vita meravigliosa delle regine.
«Ma nooo!» La ragazza madreperla fingeva d’ingozzarsi, poi scoppiava a ridere. «Non era un gallerista! Era un avvocato! Anzi, due!»
Afferrava un pacchetto di Fonzie. «Vuoi?»
«Beh, qualsiasi cosa fossero» indicavo i mobili, la specchiera zeppa di gioielli, le stampe alle pareti, «l’hanno sistemata per la vita».
«E meno male… l’hai vista? Non arriva dritta all’edicola… Come altro se la sarebbe cavata?!»
E giù ancora a ridere, a continuare così per ore.
Quando non l’aiutavo con gli esami di urbanistica, le leggende sulla diva erano il nostro argomento preferito. Aspettavamo che uscisse, tirata a lucido per le sue scorribande, ci fiondavamo a frugare, scovare indizi nelle stanze chiuse, dentro gli armadi e in fondo ai cassetti come pirati sull’isola del tesoro.
Verso sera scongelavamo una busta di quattro salti in padella e cenavamo in silenzio. Lei con già indosso il suo pigiama di Snoopy, io con i piedi nudi e la mia vecchia tuta verde della Puma. Ci passavamo le posate il pane l’olio, il sale, il parmigiano sulla pasta come un’anziana coppia già rodata, e stanca, che ormai le ha già viste e passate tutte. E non avevamo ancora visto niente.
Dopocena stappava una Beck’s, la stessa per tutti e due. S’infilava il tappo nella manica del pigiama, mi passava la bottiglia senza guardare mentre io guardavo lei. Le studiavo il collo il sedere, le caviglie sottili, sotto la maglia indovinavo se portasse o no il reggiseno. Le ripassavo la bottiglia dalla quale avevo bevuto e come in certe poesie buone solo per i bagni pubblici o le carte dei cioccolatini pensavo è soltanto così, razza di uno scemo, che la stai baciando, che mai la bacerai. E avrei voluto dirglielo, ma lei era di un altra razza. Leggeva Chuck Palahniuk, sovrapensiero cantava la bic profumata, la guerra è finita, almeno per me. Si passava chili di kajal sotto le palpebre, progettava un piercing alla lingua che non si sarebbe fatta mai ed era bellissima, e sprecata, pensavo, per uno come me, per le mie razza di romanticherie.
«Lui è… svizzero. E lei è. Lei è lei è… Oh, cara! Ma quanti bicchierini ho già bevuto che non ricordo più i nomi?»
Ci aveva presentati così la prima volta, spingendoci l’uno contro l’altra come si fa con i bambini, quando al mare ti dicono su, non fare il timido e prestale il tuo secchiello arancione.
La ragazza madreperla portava una felpa col cappuccio e un quadrifoglio tatuato tra il pollice l’indice. Mi aveva teso la mano.
«Scherza». Aveva riso. Lei rideva sempre.
«Scendo a comprarmi qualche rivista, cara. Vieni?»
Le avrei ricordate così, una in fianco all’altra a sparir per le scale, come uno spettatore che al cinema s’è alzato per andare in bagno e al ritorno è finito nella sala dello spettacolo sbagliato. Eppure. Dovessi raccontare oggi la mia vita, partirei proprio da lì. Le mie due veneri dai mondi opposti, il mio esatto punto di partenza. I miei giorni con loro.
«Un poco di privacy, tu che sei l’uomo.»
Mi avevano sistemato nell’ultima stanza, quella in fondo al corridoio. E strizzare l’occhio, schioccare le labbra, alzare il pollice era venuto naturale. Non preoccuparmi di accompagnare la porta, sbattere a terra disordinato il borsone, strizzare male il dentifricio, spaiare i calzini – assumere quei comportamenti da maschio stonato, proprio io, che d’esser maschio vero l’avevo sempre temuto e mai prima d’allora m’era riuscito granché . Mi sorprendevo a pisciare in piedi con la porta aperta, lasciare la tavoletta alzata, marcare il territorio: mi era concesso, me lo lasciavano fare.
Che fosse l’ora del trucco, l’urgenza di un fazzoletto, la biancheria da stendere, entravano in bagno a casaccio, sempre mentre c’ero io, senza bussare. Scusa scusa scusa. La ragazza madreperla fingeva di nascondersi il viso dietro le mani, scompariva dietro la porta. E la diva dietro, manco a dirlo, ma che scusa e scusa, fa un po’ vedere, va, cosa abbiamo qui. Soltanto qualche mese prima ne sarei morto. In quel bagno invece imparavo a non temerle, a non temere di arrossire. Mi fingevo imbarazzato – e quanto lo ero, imbarazzato davvero – simulavo una linguaccia, mi paravo con le mani, poi sfoderavo una voce roca, compatta, che chissà da dove veniva.
«Ma che vedere, ragazze! La privacy!»
E ridevamo.
La ragazza madreperla sollevava il cesto del bucato: «Mi aiuti?»
Stendevamo insieme i pantaloni, le camicie, i boxer, i suoi completi intimi stampati, ancora da ragazzina.
«Ma hai Snoopy dappertutto?»
«Siiiii.»
E quello che fino a qualche mese prima non neppure riuscivo a pensare, diventava quasi normale.
La sera, spesso, rimanevano sveglie fino a tardi. Provavo a leggere qualcosa, ascoltare un po’ di musica. Poi cedevo e mi mettevo a origliare. La voce era sempre quella della diva.
«Hai la fortuna di avere una taglia 40, cara, questi bei fianchi stretti… non fare mai figli, non ti rovinare!» E ancora «devi osare, osa, via questo castano spento, accorcia quell’orlo… scoprile quelle bellissime gambe!»
Pareva un lupo che addestra l’agnello. La immaginavo prenderle le misure, metterle ovunque le mani e pensavo no, veccia stramba, ti prego, non me la toccare! Lasciale le sue labbra rosa, i pigiami stampati, non me la rovinare – e un attimo dopo pensavo amore mio, ti prego, ascoltala, svestiti, e fatti guardare, soltanto un pochino e soltanto per me.
Poi, con la disperazione nel basso ventre me ne tornavo a dormire. Senza riuscire a chiudere occhio aspettavo il mio momento. Sperare d’aver avanti quello che da lì a poco avrei avuto soltanto alle spalle. Ed è così, credo, che funzionano i rimpianti.
*
Mi hai salutato con un bacio sulla guancia, mia ragazza madreperla, e con la scusa della valigia non ti ho seguita subito. Sono rimasto a vederti scendere le scale, scomparire dietro il portone chiuso come i titoli di coda sugli schermi, i centesimi dentro le fontane. I sogni svaniti quando si aprono gli occhi.
*
Io lo so che tu no ma potresti. Però, ogni tanto. C’è una canzone che vorrei, ma. Vabeh, tanto domani fai finta che no. Sai perché i tappi delle Beck’s non li butto mai?
Mi scrivevi così, dai tuoi baracchini di tacchi alti e sbronze, me lo ricordo ancora. Ho aspettato invano mi venissero le parole, i gesti esatti – ho disperato, e temuto non sarebbero arrivati mai e mi son giurato, e spergiurato ti giuro, amore mio quando verranno, dovunque sarai ti verrò a cercare sarà tutto per te. E ci credevo davvero, sai. Credevo davvero che questo impossibile stare al mondo l’avrei imparato con la foga di un bambino, con addosso nient’altro se non la voglia di tornare a raccontarlo, tornare da te. E invece.
Qualche mese dopo stavo a Dublino, e lei era più grande. Aveva le lentiggini, due seni enormi, non ti somigliava per niente, e non ti ho neppure pensata. Quella era la mia vita e tu semplicemente non c’eri. E non mi è venuto neppure per un attimo di provare a chiamarti, cercarti, scovarti dove diavolo ti eri cacciata e dirti ecco, vedi, ora lo so. So come prenderti, so cosa dirti, so cosa dire. So cosa cosa fare, vieni un pò qui. So dove metterti le mani. Stavi li, credo – ci sei sempre stata – come certe piccolissime spine, quei sassolini dentro le scarpe che basta poggiare il piede nel verso giusto per non sentire nulla, scordare che ci sono. Quei Morandi quieti alle pareti, ricordi? Passava loro accanto senza neppure voltarsi. Era questione di tecnica, credo, di angolazione. Ma guai – guai a quel movimento inaspettato. Guai a distrarsi, abbassare le difese, poggiare il piede nel punto, nel modo sbagliato. Guai, a quell’istante improvviso e impazzito che fa cedere il quadro. E tutto quanto crolla.
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- Episodio 2: LA RAGAZZA MADREPERLA
- Episodio 3: IL RAGAZZO SVIZZERO
- Episodio 4: TORNARE
Ho avvertito un flusso inarrestabile di riferimenti, luoghi, cose, situazioni, con cui hai organizzato una prospettiva di analisi molto accurata e profonda, che parte dall’esterno per arrivare e puntare all’interno. Anche il ritmo e la velocità di sguardo rendono questo episodio molto potente e caratteristico. Ispirato, fuori da ogni dubbio.
Grazie Luigi per i tuoi commenti sempre precisi e pertinenti. Questi primi tre episodi, infatti, sono stati pensati e scritti proprio come “flussi”, in cui il personaggio parte da se, per arrivare a raccontare l’altro. Fino ad arrivare a toccarsi, e confondersi.
“Stavi li, credo – ci sei sempre stata – come certe piccolissime spine, quei sassolini dentro le scarpe che basta poggiare il piede nel verso giusto per non sentire nulla, scordare che ci sono”
Altro passaggio molto convincente.
grazie!
“Questo ricco signore l’aveva presa in fasce e adagiata nel lusso come si adagiano nell’incubatrice le uova che ancora hanno da schiuders”
Molto bello e originale.
Percepisco ben poco di mascolino in lui, anche perché nonostante l’università sembra in una fase più adolescenziale che altro. Mi ha lasciato un po con l’amaro in bocca, non tanto per la fine ma per il suo atteggiamento passivo e infantile. Curioso, che il prossimo capitolo si intitola proprio a suo nome. Vado a leggerlo subito
Si, è esattamente il personaggio che volevo creare…più che altro in vista della sua futura evoluzione. Forse ho un poco esagerato. Ci tornerò su. Grazie Loris!
Adoro come ti districhi tra la cultura dell’arte e i paragoni mai banali.
C’è sempre questa sensazione di movimento travolgente, soprattutto quando racconti il rapporto tra i tre protagonisti. È stato piacevole e divertente stare in loro compagnia.
Un po’ mi ha pianto il cuore nel leggere della partenza di lui: sono convinta che sarebbe stato più che all’altezza della ragazza madreperla.
Grazie Mary per i particolari che hai notato…non li metto lì a caso e sono sempre soddisfatta di vederli colti!
stai dimostrando un’abilità stilistica e un’inventiva di prima grandezza. Complimenti, Dea.
Grazie mille Francesca. Io amo molto il tuo modo di scrivere, e queste tue parole per me sono davvero preziose. Valgono doppio😊
Ho amato lui, particolarmente, con il suo strambalato tentativo di essere maschio all’altezza e ho amato la sensualità di lei, che però non le appartiene veramente. Appartiene agli occhi di lui.
Hai colto il punto…è lui che la rende ciò che è.
Ti ho letta di un fiato, eppure soffermandomi, eppure tornando indietro varie volte. Ho sentito il bisogno di rileggere il primo episodio per cucirli insieme, per cercare alcune risposte. Veramente notevole, come salire sulle montagne russe e spesso sentire che il fiato ti si perde in gola. Caspita, che stile e che livello! Bravissima.
Grazie di cuore Cristiana. Tengo sempre im modo particolare al tuo parere e sono lieta tu abbia apprezzato ❤️
Tre ottimi personaggi! Troppo veloce e troppo passivo questo addio della ragazza madreperla, attendo una futura, più approfondita, frequentazione. Brava Dea!
Grazie Giuseppe ❤️
Mi sono tenuto il tuo racconto per un momento fondamentale della mia giornata, quello in cui devo fare compagnia a Moka (la mia gatta filosofa) durante il pasto, altrimenti senza la presenza del suo papone non mangia.
Il modo in cui sono entrato nella storia è stato un po’ come fare il bagno al mare qua da noi in Liguria: qualche metro iniziale a toccare coi piedi nell’acqua e poi subito la profondità del blu.
Il vortice dei rimpianti, per come li hai descritti, mi ha riportato a tutte le volte in cui sbatto la testa contro uno spigolo, quando provo dolore, irritazione, indignazione per il torto subito, salvo poi dover far pace con il fatto che lo spigolo è sempre stato lì, ed è solo colpa mia.
Grazie per questa bellissima opportunità di fare un po’ di autocritica, mi punzecchia solo il fatto di dovere ricominciare l’attesa per il prosieguo.
Moka ha pulito il piatto fino all’ultima briciola.
Grazie a te Roberto per le tue parole, sempre bellissime. (E in questo caso grazie anche per l’assistenza tecnica 😅)
L’altro punto di vista, quello del ragazzo.
Il tuo stile è eccellente, poetico senza essere poesia. Hai citato una delle migliori canzoni dei Baustelle, che lei canticchia rivelando il suo disagio.
Ma lo scopriremo perché conservava i tappi della Beck’s?
Grazie di cuore Francesco. Ho passato ore intere a scegliere la canzone adatta (al vaglio c’erano anche afterhours e tre allegri ragazzi morti) e apprezzo tantissimo come tu l’abbia notato.
Per i tappi delle Beck’s…a tempo debito, certo che si!
Wow, molto intenso!
Grazie Kenji per essere passato di qui!
Una situazione coinvolgente. Ho respirato l’ atmosfera della casa. Anche il terzo personaggio, come le due protagoniste femminili, suscita simpatia. Il sottile umorismo del tuo stile di scrittura e le considerazioni del ragazzo, che sembrano leggere, ma in realta` sono appropriate, rendono piacevole la lettura e suscitano sorrisi.
Grazie mille M. Luisa, in effetti sì, c’è anche un lato ironico, e mi fa piacere tu l’abbia colto.
Bellissima analisi Francesca, mi piace il tuo modo di cogliere certi dettagli. Grazie ❤️
Un impressionismo narrativo fatto di spazzolate sinestetiche. Apprezzato molto
Mi fa davvero piacere tu abbia apprezzato Hugo. Grazie per la tua lettura.
Tutto il fascino della spontaneità conquistata a dura fatica: dolce e doloroso, fluido e strozzato in gola, come se lui non volesse raccontare. Preferirebbe dimenticare, forse, ma come si fa?
Mi è piaciuto davvero tanto. Hai descritto benissimo l’animo del ragazzo, lasciando indecifrato ed indecifrabile quello delle due donne. Complimenti.
Grazie di cuore Giancarlo. Hai colto in pieno l’intento, la solitudine del ragazzo in mezzo alle due donne.
“So come prenderti, so cosa dirti, so cosa dire. So cosa cosa fare, vieni un pò qui. So dove metterti le mani.”
Adesso, sì, saprei cosa dire, adesso, sì, saprei cosa fare, adesso, sì…
È lei! Non ci avevo pensato…ma ci sta a pennello 🙂