La realtà dei sogni

Stavo camminando da ore ormai e non avevo la minima idea di dove mi trovassi. Mi guardai attorno più e più volte, ma non vidi altro che verde, un’infinita distesa d’erba che si stagliava fino all’orizzonte. Non avevo alcun punto di riferimento, non vi erano alberi o montagne con cui mi potessi orientare, solo una silenziosa pianura smeraldo.

«Coraggio Aidän, continua a camminare, troverai di certo qualcosa», iniziai persino a parlare con me stesso a voce alta per rompere l’assordante silenzio che mi circondava. Nulla si muoveva, nulla si sentiva, soltanto silenzio e verde.

Continuai ad avanzare sotto il sole battente e, quando ormai pensavo di essere giunto al limite della pazzia, scorsi una serie di massicce pietre, alternate a numerosi alberi secolari. I loro tronchi prominenti erano intagliati dal vento e dalle intemperie, parendo delle sculture. Mi avvicinai cautamente, sentendo l’aria farsi più rarefatta e umida, come fosse stato un monito di pericolo.

«Stai lontano dalle radici.»

Sentii un sussurro alle spalle che mi fece accapponare la pelle e subito mi voltai per capire da dove provenisse.

«Chi va là?» gridai in allarme, facendo saettare gli occhi a destra e a manca per scovare la fonte del sussurro, ma non v’era anima viva.

«Fatti vedere, posseggo un’arma e non ho paura di usarla!»

«Muoviti affiancando le rocce», il bisbiglio fece il suo ritorno. Sembrava quasi il sussurro del vento, proveniente da chissà quale luogo sconosciuto. La cosa bizzarra fu che mi fidai di quella voce e seguii i suoi consigli.

Mi avvicinai lentamente a una roccia, stando il più lontano possibile dalle radici, e mi nascosi dietro a essa. Quando pensai di essere al sicuro, mosso dalla curiosità, lanciai un sasso proprio su una di esse. La radura si squarciò all’improvviso, un rumore assordante emerse dalle viscere della terra che iniziò a tremare senza sosta. Rimasi senza fiato ad assistere inerme alla scena che mi si pose di fronte: le radici presero vita, facendo muovere i grandi tronchi e, uno ad uno, cambiarono posizione, alla ricerca della loro preda.

«Che maledizione è mai questa?» sussurrai per la paura che potessero sentirmi.

Restai immobile nel mio nascondiglio, fin quando la radura non piombò nel silenzio assordante che mi aveva accompagnato per tutto il viaggio.

«Continua a camminare, niente ti farà del male.»

Ascoltai ancora il sussurro del vento, fidandomi ciecamente dopo quanto successo nella radura, e mi addentrai in quella fitta vegetazione.

Tra le fronde degli alberi riuscii a scorgere numerosi animaletti, che saltellavano o planavano da un ramo all’altro e piccoli esseri mai visti prima d’ora. Vi erano uccellini con le piume di fuoco, folletti e gnomi, visti solamente nei libri di fiabe, o immaginati grazie ai racconti di nonno Méridiän, fate svolazzanti, alcune con ali di farfalla, altre ricoperte con petali bianchi, piccoli Pegaso nitrivano correndo tra un fusto e l’altro, ed io li osservavo ammaliato.

Non avevo mai visto nulla di simile prima d’ora, o almeno così credevo.

Non appena mi addentrai di più in quel luogo sconosciuto, una strana sensazione mi pervase. Era come se nelle mie vene stesse scorrendo fuoco vivo e avessi già percorso quel sentiero.

All’interno di quel bosco fatato l’armonia regnava sovrana. In sottofondo si poteva udire il tranquillo scrosciare del fiume cristallino e dal fitto della vegetazione proveniva una leggera sinfonia. Continuai a camminare e tra le fronde impenetrabili, scorsi un’antica Sequoia, alta più di cento metri, alla cui base sorgeva un villaggio.

Tutt’attorno, numerose lingue di fuoco svolazzavano libere. Si muovevano sinuose, seguendo il suono che aleggiava nell’aria e creavano delle ombre di fuoco per tutto il villaggio.

«Com’è possibile sia reale? Sono sicuramente svenuto nella radura e tutto questo è solo un’allucinazione dovuta alla disidratazione» bisbigliai incantato dalla meraviglia che mi circondava.

«Segui la melodia», ordinò il sussurro.

Mi concentrai di nuovo sullo spettacolo che avevo di fronte e, non appena la musica smise di vibrare nell’atmosfera, le fiamme di fuoco conclusero la loro danza e tornarono nelle loro case.

Solamente una continuò il suo ballo: la fiamma più maestosa tra tutte quelle che avevo visto poco prima, con la differenza che era di un intenso blu notte con sfumature azzurre.

Mi avvicinai piano, attratto dalla danza di quella fiamma. Nonostante fossi a qualche metro di distanza, sentivo alla perfezione quanto calore emanava, in netto contrasto con il suo colore: un calore indescrivibile, da rendere impossibile andarle più vicino.

Rimasi nascosto tra le fronde della Sequoia e la osservai, fin quando il sole non calò dietro di essa, facendo calare il buio su tutto il bosco. Non appena la luna illuminò il villaggio con i suoi argentei raggi, la fiamma iniziò a mutare la sua forma.

Lentamente divenne più grande, cominciando a prendere sembianze quasi umane. Il suo corpo era affusolato e ceruleo, in completa contrapposizione con il calore che emanava. Il suo viso minuto e ancora più pallido del resto del corpo, era adornato da grandi occhi color dell’oceano la notte, un intenso blu da potersi immergere, molto simile al suo colore da fiamma. Le labbra erano rosse come il fuoco e il nasino fine e leggermente a punta. I lunghissimi capelli argentei fluttuavano nell’aria come se fossero colpiti da continue folate di vento che, uniti all’aura dorata che le circondava il corpo, la rendevano ancora più bella ed eterea.

Non riuscivo a credere ai miei occhi, ed ero sempre più convinto fosse un’illusione creata dalla mia mente; probabilmente ero davvero svenuto nella radura sotto al. Mosso da un impeto di curiosità, però, uscii dal mio nascondiglio e mi avvicinai di più alla strana creatura.

«Chi siete voi?», domandai mostrandomi completamente a lei, ma non appena mi scorse, la creatura sussultò e si trasformò di nuovo in fiamma. Provò a scappare, ma non la persi di vista e la seguii ovunque andasse.

«Fermatevi, non scappate! Non voglio farvi del male. Non so dove mi trovo e non so nemmeno come vi sono giunto. Vi prego, aiutatemi» esclamai sperando si fermasse e, con mio grande stupore, la creatura ascoltò le mie parole e arrestò la sua fuga, ritornando “umana”.

«Chi siete?» domandai incerto, sicuro che non mi avrebbe risposto, ma di nuovo la creatura mi stupì.

«Mi chiamo Saphyriä e sono una Flamn.»

La sua voce melodiosa riecheggiò per tutto il bosco e ne rimasi del tutto estasiato. Nulla di ciò che stavo vivendo poteva essere reale, ma l’opprimente ricordo di aver già vissuto ogni cosa non abbandonava la mia mente. Quel nome era impresso nei miei ricordi da anni, ma non ero mai riuscito a capirne il motivo.

Mi ritrovai a fissare ipnotizzato la creatura e non riuscii più a parlare, almeno fino a quando Saphyriä non si trasformò di nuovo per fuggire via, lontano da me.

«Fermatevi, vi prego! Potete spiegarmi dove mi trovo?» chiesi e mi avvicinai di più a lei, che mutò nuovamente il suo aspetto.

«Vi trovate nel bosco Merud, nel regno di Ellion, prima eravamo nel mio villaggio: Ignis. Ora ditemi, chi siete voi?» ribatté la fiamma, osservandomi con occhi indagatori.

«Io sono Aidän.»

Non appena pronunciai quelle parole, Saphyriä sgranò gli occhi e scappò ancora. Provai a inseguirla, ma una strana sensazione di pesantezza mi colpì le membra e non riuscii a muovermi liberamente.

Le immagini diventarono sempre più sfuocate e all’improvviso divenne tutto nero, impedendomi di capire dove mi trovavo.

Aprii gli occhi e la forte luce del sole mi colpì e mi costrinse a serrarli. La strana sensazione di smarrimento di poco prima invase di nuovo la mia mente e riaprii gli occhi lentamente, parando il sole con la mano. Mi guardai attorno e capii di essere nella mia camera.

«Non può essere stato solamente un sogno!?»

Mi alzai di scatto e corsi verso il bagno in fondo alla stanza. Mi posizionai di fronte allo specchio e osservai attentamente il mio viso. Un velo di barba ispida ricopriva il mento e le gote, e i capelli ebano erano ancora scompigliati dal sonno. Gli occhi smeraldo erano assonati, ma al contempo vispi per scorgere il minimo cambiamento che trovavano: appena sopra la barba, vi era una lieve impronta di labbra. Era piccolissima e rosea, quasi invisibile alla vista, poteva sembrare una macchia della pelle se solo… Provai a strofinarla, ma la macchia non voleva andarsene e in quel momento capii che nulla di ciò che era successo era vero. Guardai il resto del corpo, scendendo sulle spalle larghe dovute alle numerose scalate e arrampicate in ogni dove, sul petto e sull’addome, asciutti e ben delineati grazie al continuo movimento, ma non v’era nulla.

«Si possono fare sogni così reali da sembrare veri?», sussurrai deluso dal fatto di essermi inventato ogni cosa. Rassegnato all’idea di aver vissuto uno dei migliori sogni della mia vita, mi scompigliai i capelli e mi diressi di nuovo in camera, lasciandomi cadere sul letto di paglia, che sobbalzò sotto il mio peso.

All’improvviso una leggera brezza investì il mio viso e il sussurro melodioso di una ragazza riempì le mie orecchie.

«Vieni a cercarmi, Figlio del Fuoco.»

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