La scala armonica per il paradiso

Ascolti il respiro della notte ad occhi chiusi, come in attesa. Un ubriaco impreca al di là delle tue siepi incolte e i ragazzi del borgo ululano per un centro a freccette, una sottana, un accenno di rissa. Ed ecco un fischio improvviso e il fiatone metallico del treno che rincorre il fantasma della città, un lenzuolo gonfio di palazzi, lampioni e semafori che svolazza in lontananza nel cielo sgombro. O almeno così lo immagini. Le ruote della locomotiva stridono al contatto con le rotaie di argento, che osservano impassibili la campagna spegnersi nel grigiore dell’asfalto. Quel baccano ferroso ti rammenta da dove vieni, dove andrai, dove vorresti o dovresti finire, indica le strade battute da abbandonare e i sentieri scoscesi da affrontare sacca in spalla. Qui, con una collezione di rottami, la casa vicino alla stazione e alcuni scatoloni da aprire: tanto ti basta per riprendere il cammino.

Il cancello cigola e qualcosa prende a avanzare nell’erbaccia. Devi chiedere a Piergiovanni il numero del giardiniere di cui ti ha parlato. Senti il fruscìo del fogliame e il crepitio dei rametti secchi ma rimani a occhi chiusi, incurante di chi o cosa condivide con te la solitudine di quel giardino malmesso. Forse una biscia, un topo, un randagio, difficilmente un ladro viste le tue finanze, con ogni probabilità un animale che prova a ripararsi dal destino tra le tue quattro mura. Un po’ come te. Ancora poche ore e sarà domani, sarà il giorno del colloquio al Provveditorato – Ufficio Scolastico Regionale, di questi tempi -, della presentazione al Preside e del tuo inserimento nella media statale; già mercoledì i consigli di istituto e le occhiatacce dei colleghi che ti pioveranno addosso come lampi su un brigantino in cattive acque. Nella tua situazione è complicato non destare invidie al passo di un allegrissimo, esimio Maestro Ghini di ieri, in farfallino sui palcoscenici dei grandi teatri, umile Professor Ghini di oggi, inchiodato ad una cattedra traballante che impedisce persino di battere il palmo per solfeggiare. “Il Direttore della Filarmonica dei Celestini, Maestro Tazio Ghini, abbandona l’incarico: storia di un capitombolo dalla scala armonica per il paradiso”, titola il giornale che occhieggia dal tavolino dove stendi le gambe. Credano ciò che vogliono, hai fatto la scelta giusta. Che vadano in malora: le raccolte fondi, le gran dame che intrattengono le patte dei primi archi, i posti d’onore del pubblico non pagante, i loro polsini larghi e inamidati, i sorrisi che grondano cognac, le strette di mano gelatinose pronte all’occorrenza a serrarsi come tagliole. E vadano in malora quelle pillole azzurrognole che inghiottivi nella penombra del camerino per mantenere ferma la bacchetta, mentre il mondo, là fuori, reclamava a suon di assegni la magnificenza del tuo talento.

Adesso l’ubriaco maledice il firmamento e tu apri gli occhi per capire cosa non vada in quell’oceano di carbone puntellato di platino. La luna, accesa lassù, perfora il buio come la lampada sul caschetto di un minatore, glaciale e bellissima nella sua eterna indifferenza. Scopri che il tuo ospite è una bestiolina crema, vitino d’ape e coda segata, nessuna medaglietta, somiglia a uno dei cagnetti che si adoperano per la cerca dei tartufi. Lo sorprendi a scodinzolare ai piedi della poltrona di vimini e ti chini avvicinandogli le dita al tartufo; lui odora con curiosità, trotterella inquieto e infine ti poggia le zampe sulle ginocchia.

– Piacere, Tazio. Come ti chiami?

Una lingua lunga penzola mollemente tra i baffetti.

– Vediamo… Chopin?

La lingua si irrigidisce e punta perpendicolare al terreno, immobile come un pendolo scarico.

– Giusto, troppo romantico. Bach?

Nessuna oscillazione, solo un filo di bava che ti cola sulla tuta.

– Nemmeno lui… Grieg! Che dici?

Il pendolo oscilla rapidissimo, rotea all’impazzata finché non scompare nella boccuccia rugosa del cane, cedendo il passo a un abbaio spontaneo, festoso.

– Affare fatto allora, Grieg!!! -. Sollevi il nuovo amico e lo sballotti all’altezza della tua testa prima di sistemarlo sulla poltrona. In un battibaleno ti si raggomitola contro il fianco e si appisola sereno.

I ragazzi devono essere rincasati visto che sopraggiunge una quiete inattesa. Recuperi una busta di Drum guardando la schiera di piante trascurate che ti circonda, un esercito di serpi rampicanti e spinose che, con il favore delle ombre, sembra sguisciare dai vasi per procederti incontro. Strappi un ciuffo di tabacco e cominci a arrotolarlo con il filtro ben stretto tra i denti; un cilindro bianco, lineare, va formandosi tra i tuoi polpastrelli infreddoliti. Di solito rulli a bandiera perché non sopporti il retrogusto della cartina bruciata, guasta l’aroma del fumo che adori trattenere nei polmoni fin quasi a tossire. Stai per leccare la sigaretta quando un sussulto ti scuote le spalle, taglia la spina dorsale e instilla nelle tue mani un tremolio impulsivo, incontrollabile. Friggi inerme sulla sedia elettrica del Parkinson. Il tuo manufatto di tabacco e cellulosa cade a terra sparpagliandosi sui lastroni di pietra grezza. Bestemmi, nemmeno troppo convinto. Capita se riduci il dosaggio. Quel che ti dà ai nervi è non poter fumare: hai un pacchetto nel cruscotto dell’auto ma di uscire non se ne parla. Ti sei scordato di restituirlo a Livia il giorno della tua partenza.

– Hai da fumare? -, rompesti il ghiaccio.

Lei continuava a trafficare con tagliere e mezzaluna dandoti la schiena.

– Hai da fumare, amore?

Un pacchetto di Camel ti colpì la punta delle scarpe.

– Ti pare il caso di chiamarmi così proprio oggi?

– Presumo tu abbia letto il giornale.

– Già.

– E che ne pensi?

– Cosa dovrei pensare?

Livia si sforzava di contenere i toni ma la voce incrinata tradiva delusione.

– Livia, il mio tempo alla Filarmonica è finito.

– Quando avevi intenzione di dirmelo?

– Sono qui per questo.

Stavolta parlasti senza tremiti, le labbra come mani di chirurgo, inanellando tre cerchietti grigi consecutivi.

– Lo hai fatto. Vattene.

L’odore di soffritto e fumo appesantiva l’aria, nell’altra stanza il giradischi suonava The logical song dei Super Tramp. Le regalasti il vinile per un compleanno, un’edizione limitata.

– Non mi guardi neppure? -, ti facesti coraggio dopo una lunga tirata.

– E che dovrei guardare? La faccia di chi mi ha sfottuto? – ribatté Livia che, per un bizzarro gioco di luci, pareva tagliata a mezzo busto dal pianale dell’isola da pranzo.

– Se parli della raccomandazione per il posto di primo fagotto, domani chiamerò Ricci.

– Sei un illuso se pensi che la parola di un professore di medie conti qualcosa.

– Grazie a queste mani – innalzandole con enfasi, come nell’atto di dirigere – hanno fatto una fortuna. Mi ascolteranno.

– Non capisci niente.

Livia asciugò le mani al grembiule e costeggiò l’isola da pranzo per raggiungerti. A pochi centimetri dal tuo naso, ora luccicavano i ciuffi del suo taglio mascolino, scompigliati da un filo di vento che filtrava dalla finestra accostata.

– Non mi interessa un cazzo del posto da primo fagotto.

Pericolosi occhi di drago bucavano le volute di fumo disperse dalle tue narici.

– E allora di cosa ti interessa?

– Di noi due.

– Potrai venire a trovarmi quando vuoi.

– Dovevo aspettarmelo – disillusa – dopo venti anni mi liquidi così, un paio di visite l’anno e magari un assegno. Sono proprio una stupida.

– Livia, per te ci sarò sempre.

– Dimmi solo perché te ne vai.

Ho il morbo di Parkinson.

– Sto invecchiando e girare il mondo per concerti non fa più al caso mio.

– Bugiardo. Tu vivi per la musica. Non hai altro -, sbuffò il drago dalle scaglie rosate.

Ho il morbo di Parkinson.

– Anche il nuovo lavoro riguarda la musica.

– Certo: da dirigere un’orchestra a insegnare a leggere pentagrammi. Congratulazioni per la carriera, Maestro Ghini.

Ho il morbo di Parkinson.

– Ho bisogno di riscoprire i valori che mi hanno fatto amare la musica, quelli veri, distanti da compromessi e giochi di potere. Credo che insegnare ai giovani mi farà bene.

– Vaffanculo! – sputò fuoco e saliva il drago – Mi abbandoni per queste cazzate? Mi lasci qui, sola come un cane, e scappi per fare l’asceta? Sai che ti dico? VAF-FAN-CU-LO!

Ho il morbo di Parkinson!!!!!!

– Livia ragiona.

– Esci di qui!

– Aspetta…

– Esci!

Livia ti afferrò un braccio e ti scortò all’uscita.

– E non farti più vivo, grandissimo figlio di puttana.

Sbam.

– Livia le sigarette!

Una protuberanza a forma di parallelepipedo ti gonfiava la tasca.

– Ho il Parkinson…-, obiettasti al portoncino chiuso, a voce alta e con le ciglia umide.

Grazie a Dio tua figlia non lo avrebbe saputo.

La brace della sigaretta tremolava, non per il gelo della sera.

Grazie a Dio tua figlia non lo avrebbe notato.

Inghiottisti l’ultima pillola azzurrognola del blister.

Grazie a Dio tua figlia non lo avrebbe visto.

Asciugasti la lacrima con la manica del giaccone e ti incamminasti verso il treno.

Grazie a Dio ti rimanevano una collezione di rottami, la casa vicino alla stazione e alcuni scatoloni da aprire: tanto ti bastava per riprendere il cammino.

Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in LibriCK scelti per Voi

Commenti

  1. Antonino Trovato

    Ciao Lorenzo, hai tratteggiato l’intima sofferenza di quest’uomo con righe di straordinaria e fluida poesia, senza mai tralasciare la cruda realtà caratterizzata dai dialoghi intrisi di rabbia e disperazione, evidenziando in maniera impeccabile, a mio avviso, tutta la forza e la volontà di un uomo costretto a lottare contro il suo destino. La chiusura è pregna di profonda malinconia, la stessa di un padre che tiene per sé il peso del suo fardello, segno distintivo del suo grande amore per la figlia, nonostante si celi certamente un paterno egoismo. Un libriCK carico di sensibilità e mirabili descrizioni, tutte sapientemente curate. Questo è un racconto che ti lascia un segno nell’anima! Alla prossima!

  2. Tiziano Pitisci

    Ciao Lorenzo, complimenti per la prosa fluida e la tensione tangibile creata nei dialoghi. Il rapporto tra Tazio e la sua malattia, la sua nuova e impresentabile compagna di viaggio, rivela una sensibilità rara che come ricordava @silviaschiavo ha in se l’ambiguità di un altruismo egoistico . Ho sperato per tre volte che la verità colpisse Livia dritta negli occhi per vedere la sua reazione, ma è stato più elegante così, dietro una porta. A presto.

    1. Lorenzo Garzarelli Post author

      Buongiorno Tiziano!

      Grazie mille per i complimenti e per la tua attentissima lettura.

      E, approfitto (scusa l’off topic), complimenti a te per questa meravigliosa piattaforma che non conoscevo e che certamente adopererò in modo assiduo.

  3. Silvia Schiavo

    Avendo già letto qualcosa di tuo sono partita carica di aspettative… E non sono state deluse: bellissimo! Sussurrato e gridato insieme. Sussurrare la malattia per non trasformarla in condanna altrui. Altruismo è rinuncia, o egoismo? Forse mancanza di coraggio? Bello, bello, bello.

    1. Lorenzo Garzarelli Post author

      : ciao Silvia! Che bello ritrovarti qui!!!

      Intanto ti ringrazio per le bellissime parole e per la stima, che, come sai, contraccambio pienamente e senza riserve.

      Hai esattamente colto il senso del racconto, che cerca di suscitare nel lettore interrogativi e dubbi caratteristici di una situazione estrema come quella di cui Tazio diviene vittima.

      Mi fa molto piacere che questo “grido sussurrato” abbia fatto breccia.

      Grazie!