La sciarpa rossa

Jean aveva chiuso la portiera con forza e si era trascinato dietro la lunga sciarpa rossa dimenticata in macchina il giorno prima.

Sapeva che, una volta salutati quei monti innevati, lui in quel luogo non avrebbe mai più consumato alcuna suola delle sue scarpe, che fossero nuove o vecchie.

«Così lo abbiamo fatto?»

Lia lo avevo guardato con gli occhi torvi e obliqui e mentre pronunciava quella frase le era parso che lungo quella retina grigia fosse scesa altra nebbia, come un moto improvviso di tristezza per quello che era appena successo.

«Lo abbiamo fatto.»

Erano scesi dalla montagna con le marce in folle, per non consumare benzina e per non fare fatica e godere di quel bianco soffice che ti entra nella mente, intorno era ghiaccio e neve come quei lustrini nei negozi cinesi, troppi e ovunque.

Lia lo avevo guardato ancora sbuffare tra il finestrino semi aperto e il riscaldamento rotto, con gli occhi pronti a spolparsi di lacrime e le parole farsi più amare via via che avrebbero compreso il loro gesto estremo, acuto, dentro la loro flebile esistenza.

«Non dovevi farlo, non per me.»

Jean aveva stretto la sciarpa al suo collo ancora più forte, come quei cappi degli impiccati che prima di morire devono farti male, lasciarti esamine, credere di vivere, di avere fiato e poi arrendersi al destino.

«Sì invece, dovevo. Dovevamo.»

Lia sapeva che non sarebbero più stati quelli di prima e che lui, lui con quella sciarpa sul collo così assurda, così violenta, non l’avrebbe mai amata come prima, lo sapeva, ne era certa, certa come il fatto che anche loro, prima o poi, sarebbero dovuti morire.

«Cambia marcia, dai.»

Jean sia era accostato sul ciglio di un tornante, sotto di loro metri di roccia li avrebbero accolti se solo avessero voluto fare anche quello, di gesto inconsulto.

«Vuoi guidare tu?»

Lia aveva aspettato ripartisse da solo, senza risposta, invece era scesa e aveva preso il suo posto alla guida, irrequieta e congelata nelle ossa, incapace di gestire una macchina senza che avesse il cambio automatico.

«Lo sai che non sono capace a guidare bene.»

«Lo so. Sono stanco.»

Jean non aveva pronunciato altra parola, aveva tolto le mani lungo le cosce di lei e si era rannicchiato contro il finestrino, come se con il naso schiacciato contro avrebbe potuto trovare più facilmente idee su come venirne fuori da quella situazione ma i pensieri, come il ghiaccio, a romperli con foga ne rimangono solo schegge minime e sfuggenti, e si era addormentato così, con un no nulla di fatto nella sua testa e nessuna certezza del finale che lui e Lia avrebbero avuto.

Lia nel frattempo guidava, impacciata e in eterna lotta con la frizione, passando da una curva all’altra e cedendo, quando poteva, ad ascoltare la radio senza sentirsi sbagliata.

Ma da quando lo avevano ammazzato dentro sé non sentiva più nessuna emozione e come puoi cantare se dentro non hai più nulla a che fare con i tuoi sentimenti.

Era stata di Jean la decisione di farlo, di ucciderlo in quel momento, su quei monti, nei suoi giorni di vacanza.

Lo aveva deciso a casa, una sera in cui lei, rientrata dopo l’ennesima flebo, gli aveva semplicemente detto: non ce la faccio più.

Si era accasciata sul divano nero, lui si era messo in ginocchio vicino a lei e lo aveva detto con una fermezza incredibile: lo ammazziamo.

Adesso, dopo chissà quanti chilometri percorsi e nessuna meta prestabilita, doveva fermarsi al primo autogrill e fare benzina, i polpacci contratti dalla troppo guida, Jean che aveva dormito come se fosse finalmente in pace, lei che non lo era più, ormai.

«Le faccio il pieno?»

Il benzinaio le aveva dato due colpi al finestrino e lei si era irrigidita.

«No, metta solo dieci euro.»

«Ne è sicura?»

«Certo che lo sono.»

Jean nel frattempo si era svegliato, con il naso stropicciato di rughe e le ciglia impastate di lacrime fredde, quando aveva pianto?

Con la radio accesa le pareva di non aver sentito altro che inutili canzoni d’amore.

«Ancora con quello stupido rituale di fare poca benzina?»

«Non è un rituale e non è stupido.»

Lia era scesa dalla macchina e sapeva che il suo era un rito ed era stupido, ma da quando l’avevano strupata si era fatta dei rituali tutti suoi, dentro la testa e dentro i giorni della sua vita.

Come fare solo dieci euro di benzina per volta, non uscire mai senza il braccialetto elastico metà oro e metà argento, girare le chiavi di casa due volte nella toppa.

Se faccio tutto questo- pensava- stavolta non mi accade nulla di male.

Il giorno della violenza non aveva nessuna credenza, adesso stava attenta ai gatti neri e al sale rovesciato, ad ogni vetro sbeccato in cui poteva specchiarsi, come quello del bagno dove si trovava adesso.

Jean la raggiunse appena in tempo, prima che si accovacciasse a terra, sul pavimento sporco dipinto dai fazzoletti logori usati dagli altri.

«Ho fatto fare il pieno e preso dei panini per dopo, dai andiamo.»

«Perché lo hai fatto?»

«Perché dobbiamo guidare ancora tanto, è inutile stare con la macchina così vuota.»

«No, perché lo hai ucciso?»

Jean avrebbe voluto abbracciarla, ma si sentiva come un colino rotto.

Più avrebbe voluto tenerla a sé, più l’avrebbe persa.

«Davvero vuoi parlarne qui?»

«E dove, sennò? Non abbiamo una casa, un lavoro, niente.»

«In verità, abbiamo ancora tutto. Basta solo tornare indietro. Vuoi denunciarmi?»

Lia aveva guardato sotto lo spiraglio delle porte alte del bagno, nessuno sembrava essere lo spettatore spartano del loro dolore.

«Che panini hai preso?»

«Quelli con le cotolette, ti piacciono sempre tanto.»

«Dammi un attimo, poi ripartiamo.»

Jean l’aveva lasciata appoggiata ai lavandini di metallo mentre cercava il modo di far scendere l’acqua da un rubinetto difettoso e sistemarsi il mascara che invece il modo di scendere sulle sue guance l’aveva trovato benissimo.

Quando era rientrato, poco dopo, a cercare le chiavi della macchina nella giacca di Lia, lei in bagno non c’era più.

Aveva appeso la sciarpa rossa alla trave più vicina e si era lasciato scivolare dentro, a peso morto, aspettando di esserlo anche lui.

Lia aveva ragione, non avrebbe dovuto fare il pieno alla macchina. 

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Discussioni

  1. La tensione sale e aumenta la mia curiosità. “Dopo l’ ennesima flebo” mi chiedo se sia questo il motivo dell’ uccisione. Ho letto d’ un fiato per arrivate al finale. E ora mi resta un dubbio: l’uccisione di chi? Una bestia o un umano? Forse una bestia umana violenta, in vacanza.

    1. @Beppe grazie per avermi letta. Sì, non è facile scivolare quando siamo circondati dal ruvido. A volte un perchè non c’è e a volte invece ce sono troppi, quando la violenza accade, sconvolge le vite di ognuno in modo imprevedibile e a volte anche irreparabile.