La Sonnambula

Un leggero bussare distolse il Professor Giuli dall’esamina dei documenti posati sopra la scrivania.

Anna, la sua segretaria, aprì la porta sporgendo il capo per attrarre la sua attenzione. – Il Professor Martini è arrivato. –

L’uomo la invitò a introdurre l’ospite, cercando di mettere un po’ d’ordine fra i fascicoli disseminati. Le mani tremarono al punto da farne cadere un paio. Martini lo trovò in quel modo. Chinato sul pavimento con il generoso posteriore sollevato in aria. Pensò che in fondo non gliene importava: era una buona forchetta, diamine, i pantaloni si potevano allargare. Fossero tutti quelli i problemi nella vita! Lavorando al Rems ben lo sapeva.

Preferiva la Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza all’Opg, Ospedale Psichiatrico Giudiziario, in cui aveva prestato servizio fino alla chiusura per legge dei cosiddetti “manicomi criminali”. La struttura gli piaceva. I colleghi condividevano l’entusiasmo che alcuni dei suoi parenti chiamavano “pazzia”: in fondo, era nel posto giusto. Certo, mammà lo avrebbe voluto sposato a una brava ragazza.

Recuperò la posizione eretta con un sorriso imbarazzato. Il viso rubicondo si colorò facendo a gara con i radi capelli rossicci. Cercò di non sembrare del tutto idiota mitigando la sorpresa: il cattedratico era completamente diverso da come aveva immaginato.

Dante Martini era un uomo ancora giovane, dal fisico prestante. Indossava un lungo cappotto nero sbottonato: Giuli riuscì a intravedere il tessuto di una camicia bianca Oxford. Pantaloni a vita alta, stivaletti al polpaccio, panciotto a tre bottoni. Niente cravatta.

Il suo sorriso, per fortuna, non aveva nulla di costruito: illuminò il volto forte facendoglielo diventare simpatico. Stesero la mano per stringere l’altra nello stesso momento.

– Le chiedo perdono se non tolgo gli occhiali scuri. Soffro di un disturbo di fotofobia piuttosto importante. –

Giuli annuì bonario, indicando la sedia di fronte alla scrivania. – Sono io a dover ringraziare. –

Martini si accomodò posando a terra una borsa portadocumenti. – Il caso che mi ha sottoposto mi ha incuriosito. So che ha avuto il mio recapito da un comune amico. –

Padre Nedi era uno dei pochi amici di infanzia con cui aveva mantenuto i rapporti. Ogni venerdì andava a confessarsi e, se gli impegni di entrambi lo permettevano, a mangiare una pizza con lui. Più che una confessione il suo era uno sfogo: Antonino era l’unico ad ascoltarlo senza sbadigliargli in faccia.

– Vi siete conosciuti al seminario. –

Martini si strinse nelle spalle senza mutare l’espressione gentile. – E’ passato molto tempo. Ho ritirato i voti quindici anni fa. Sono sposato e le mie figlie sono tremende: nemmeno i miei “poteri” riescono a farle stare ferme. –

Giuli fu felice dell’appiglio offerto: iniziava a inquietarlo. Antonino gli aveva rivelato che la sua “organizzazione” non era solita accogliere richieste dagli sconosciuti.

– Mi parli di Lucia, vorrei comprendere cosa l’ha spinta a cercare la mia consulenza. –

Il medico abbassò lo sguardo sulla valigetta dell’altro, perplesso. Gli aveva inviato un dossier piuttosto dettagliato.

Il sorriso non scomparve dal volto di Martini. – Sono bravo, ad ascoltare. Mi sono sempre accostato al Sacramento della Confessione con animo aperto. –

Giuli prese un respiro, fingendo di trovarsi di fronte a un collega nell’atto di passare le consegne al cambio del turno.

– Lucia soffre di sonnambulismo e di sonniloquio fin dall’infanzia. Un disturbo che non ha mai destato preoccupazione se non quando ha raggiunto la maturità ed è andata a vivere da sola.

Avrà letto del suo caso. Cinque anni fa ha destato molto scalpore. –

– La figlia del Maestro d’Orchestra colta in flagranza di reato: omicidio. –

– Sì. – sospirò rattristato. – L’ultimo di una lunga serie. Giovani uomini che nulla avevano in comune con l’altro se non le origini. Tedeschi residenti in Italia per motivi di lavoro o di studio.

Lucia è stata condannata all’ergastolo da scontare in una struttura protetta. Gli psichiatri che hanno preso in carico il suo caso hanno diagnosticato un disturbo dissociativo. La seconda personalità, quella omicida, si manifesta solo durante il sonno. –

– Lei, non è d’accordo. –

Una constatazione decisa.

– Vede, ho osservato Lucia per molti anni. Secondo altri si è costruita una personalità ben distinta che ha chiamato con nome e cognome. Una donna diversa. E’ sempre vissuta a Torino, l’accento romanesco compare solo nel sonniloquio. –

– Ha fatto delle ricerche. –

Il medico arrossì leggermente: la sua strategia non stava dando buoni frutti. – Ho chiesto a un investigatore privato di indagare per mio conto sul suo alter ego: una certa Lea Leoni. Ha rintracciato all’anagrafe il nome di una ragazza scomparsa nel secolo scorso, nel quarantatré, da un paesino della campagna romana. I paesani non gli sono stati d’aiuto. Una comare gli ha rivelato che è scappata da casa lasciando il figlio in fasce per seguire un ufficiale tedesco.

Ecco…le coincidenze mi hanno fatto riflettere che forse… –

– Forse, le serve un esorcista. –

Giuli annuì impacciato. – Vuole conoscerla? –

Martini scosse il capo, alzandosi per prendere congedo. Prese la borsa ai piedi della scrivania mettendola a tracolla. – Non è necessario. – gli occhiali non nascosero il suo intento: lo fissò negli occhi. – Lei sa, naturalmente, che tutto questo potrebbe portare alla soluzione che si ostina a rifiutare. Lucia potrebbe essere affetta da disturbo dissociativo come diagnosticato. –

– Sì. –

Il medico aveva lasciato la scrivania per accompagnarlo all’uscita. La sua perplessità era evidente: perché, non aveva voluto vedere Lucia? Le sue speranze stavano perdendo ragione.

– Manderò un Segugio al paese di Lea. Avrà mie notizie appena possibile. – Martini si fermò con la mano sulla maniglia della porta, rivolgendogli un ultimo sorriso. – Ha ragione a chiedersi perché ho accettato il suo invito senza avere intenzione di incontrare la paziente.

Vede…a me interessava comprendere perché quella donna è tanto importante per Lei. Tanto, mi basta. –

 

Dopo un paio di settimane i ritagli di giornale avevano riempito il cassetto chiuso a chiave della scrivania di Giuli. I resti della povera Lea erano stati ritrovati in un bosco poco lontano dal suo paese natale. Era stata riconosciuta grazie al riscontro comparato con il dna del figlio: Vittorio era stato felice di conoscere la verità. Non era stato abbandonato.

Aveva scambiato il suo turno per quello di notte dopo aver ricevuto il messaggio di Martini. Lo introdusse nell’ospedale passata la mezzanotte, quando erano rimasti pochi infermieri di sorveglianza. Aveva corrotto la vecchia caposala, una megera dal cuore sensibile, procurandole dei biglietti per il concerto di Bocelli.

– E adesso, che si fa? –

Il timore di essere scoperto da una guardia lo fece tremare.

– Adesso, mi lasci parlare con Lucia. Non più di cinque minuti. Devi assicurarti che le telecamere siano scollegate: la nostra conversazione deve rimane privata. –

Giuli tirò un sospiro di sollievo, contento di scappare verso l’ufficio tecnico per trafficare con il computer: era sempre stato un buon smanettone. Da ragazzo preferiva i pc alle partite di calcetto.

– Regola l’orologio a dieci minuti, ti raggiungo nel tuo ufficio appena fatto. –

– Ricordi, dov’è? – entrambi avevano lasciato il “Professore” da qualche parte.

– Non preoccuparti. Fino a quando c’è qualcuno in corsia posso destreggiarmi. Te l’ho detto, sono bravo a frugare nella mente della gente. –

La ragione condusse Giuli alla verità. Ecco, come aveva compreso i suoi sentimenti. – Riesci a leggere la mente? –

– Muoviti! –

Il medico non se lo fece ripetere, dimenticando la stazza per correre sgraziatamente in direzione dell’altra ala.

 

Quando Martini chiuse la porta dell’ufficio Giuli sobbalzò. Passeggiava nervosamente di fronte alla finestra: in quei pochi minuti aveva sudato come un dannato.

– Allora? –

– Se n’è andata. Ora la battaglia pesa unicamente sulle tue spalle: devi convincere i tuoi colleghi che Lucia può accedere a un programma di recupero esterno e non rappresenta un pericolo per la società. –

Giuli spalancò gli occhi emozionato. – Come… come hai fatto? Voglio dire… non hai portato cose strane come croci, aspersori, paletti da conficcare nel cuore. –

Martini scoppiò a ridere. – Hai visto troppi brutti film. Le ho parlato. La cosa difficile è convincere un’entità ad andarsene da questo piano terreno. Bisogna offrirle una ragione convincente. –

– Ovvero? – non riuscì a trattenere la curiosità.

– Le ho detto che il suo aguzzino è appena trapassato e che può raggiungerlo per pareggiare i conti. Fosse pure per mangiargli il cervello. –

Giuli piegò la bocca in un’espressione schifata provocando una nuova risata.

– Non ti preoccupare, è difficile mangiare il cervello di uno “spirito”. Una volta trapassata Lea è stata accolta dalla Luce. Tutto le apparirà chiaro. Avrà la sua pace, la vendetta smetterà di tormentarla per nuove infinite possibilità. –

– Non tornerà indietro, vero? – il volto del medico si corrucciò d’improvviso.

– No. –

– Oh… – sospirò rumorosamente. – Come posso sdebitarmi? Antonino mi ha detto che non accetti compensi. –

– La prossima volta che uscite per una pizza, chiamami. –

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Commenti

    1. Micol Fusca Post author

      Grazie Lucia, posso dire dal tuo racconto che anche tu sai dare un’anima ai personaggi.

    1. Micol Fusca Post author

      Grazie mille Cristina, spero di leggerti ancora perché sei riuscita a sorprendermi.

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Giuseppe, sei sempre gentilissimo. Anch’io sono affascinata dal “sonno”: sarà per questo che dormo come un tasso. Partecipi a questa edizione? Spero di leggerti presto.

  1. Francesca Facoetti

    racconto strano, particolare, bello; Mi ha un po’ annoiato
    il lungo colloquio iniziale, forse avrei preferito meno spazio all’inizio e
    più nell’incontro tra mamma e medico, ma se ce l’hai evitato almeno ti è
    grato il cielo; bravo.

    1. Micol Fusca Post author

      Ti chiedo scusa, ma non ho ben capito cosa intendi per “incontro tra mamma e medico”. La figura della madre di Giuli è solo accennata per dare voce al desiderio (della madre) di normalità. Lucia è una paziente di cui è innamorato il medico (lo psichiatra). “Brava”, sono una gattara quasi cinquantenne (- 2 al grande evento: si festeggia, spero, in Giappone).

  2. Isabella Bignozzi

    Complimenti Micol. La trama è originale, carina. L’atmosfera è particolare, ben delineata, affatto banale; ottime anche le descrizioni e le pennellate dei tratti caratteriali. La vicenda, di per sé drammatica, è narrata con grande leggerezza, fino al gradevole finale. Brava!

    1. Micol Fusca Post author

      Grazie, volevo far nascere un sorriso e sono felice di esserci riuscita.

  3. Cristina Campedelli

    Ciao! Storia davvero interessante e ben scritta! Bello anche il finale,!
    Complimenti!
    Ti chiedo solo di verificare una cosa: sei sicura che una persona bipolare abbia due personalità? Secondo me quel disturbo che intendi tu si chiama disturbo dissociativo dell’identità (link qui https://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_dissociativo_dell%27identit%C3%A0) .
    Spero di non averti in qualche modo offesa… È che anch’io nei racconti che ho scritto ho ogni tanto inserito qualche disturbo mentale e la mia amica psichiatra è stata davvero preziosa 🙂

    1. Micol Fusca Post author

      Non ho molta esperienza di questo tipo di patologia, so solo che è la diagnosi fatta a una persona che conosco: forse, soffre di più patologie messe assieme. Confesso la mia ignoranza. Ti ringrazio per l’appunto, è bello avere degli spunti per imparare a migliorarsi. Darò un occhiata al link che mi hai inviato. Grazie ancora.

  4. Blaise O

    Una narrazione che indubbiamente cerca di cogliere la verità profonda dell’umano, attraverso un’ironia sottile ed un linguaggio elegante.L’epilogo risolutore della vicenda delinea un messaggio d’effetto, in modo particolare la frase finale che rende l’idea di una commedia umana fino a sfiorare il paradosso.

    1. Micol Fusca Post author

      Grazie Blaise, il mio intento era proprio quello di giocare con l’ironia e far nascere un sorriso.

    1. Micol Fusca Post author

      Grazie Massimo, scrivere urban mi mette di buon umore. Non comprendo bene la ragione, ma rispetto alla fantasy classica la mia prospettiva e lo stile cambiano per completo. Credo di risultare meno “pesante”.

  5. Micol Fusca Post author

    Caspiterina, chiedo scusa a tutti: mi è scappato una “fragranza” al posto di “flagranza”. Forse, Lucia aveva messo troppo profumo. Chiedo venia.