La storia del bambino che sapeva volare

Fino a poco tempo fa, si raccontava la storia del bambino che sapeva volare; si parla dei primi secoli da chè era nata la Città, quando ogni strada era un mercato, sui balconi di spalancava l’iride di fiori d’ogni colore e forma, si parlava la lingua galante -ormai dimenticata- e ogni via portava ancora al Campanile.

Questo giovanotto scambiava epistole di lacrime e sorrisi con suo padre, scritte col carbone di un tizzone che avevano acceso insieme l’ultima notte d’estate, sotto un cielo liscio di velluto.

Si lanciavano aeroplanini di carta a misura di terrazzo, di casa in casa, pigliando per ala le correnti d’aria fra le tegole. Il suo papà, per un intreccio di cose storte, chiavi smarrite e cuori infranti, era prigioniero di una promessa.

Qui le voci sono tante, ognuno disse una cosa, poi un’altra e un’altra ancora; la risposta ce l’hanno nel fischio i passerotti: stando a sentire loro, per chi ne capisce della lingua degli uccelli, il bambino si chiamava Est.

Sotto un tramonto arancione si andava infilando un canto, un sinonimo superlativo delle cose che si capovolgono e sognano. Aveva fatto finta di non sentirlo prima, perché era stato messo in guardia dal suo papà, che quei miracoli -diceva lui, portavano a riempirsi il cuore di malinconia, a cercare per sempre la gioia nell’agrodolce ricordare e infine, peggio, farsi cavalieri.

Ma lui era piccolo e quelle strofe erano di un paroliere maledetto e astratto, il più abile a tessere rimpianti. La rima saltava da baciata ad incrocio, e fra le une e le altre parlava di una lei rapita dal vento, di un lui uomo d’onore che aveva scelto il fuoco all’amore.

Poi scendeva in scala minore, dai toni gravi: sviolinava il rimpianto, il più grande, e le mani che si sfiorano senza toccarsi mai.

In questo si nasconde un gran segreto che nessuno ha raccontato mai. Il mistero della scintilla, di una forza remota che gli eruditi chiamano sottovoce Amore, e che compie ogni miracolo.

Per miracolo, così urlano ancora i passeri il giorno della candelora, Est fu preso in braccio dal vento. E tutta la Città, all’epoca, lo vide strapparsi la canottiera sorvolando l’Obelisco.

Contando le stelle da oltre l’opaco delle nuvole, divenne una piuma e cadde leggerissimo su un terrazzo.

Su una sedia, ad aspettarlo, c’era suo padre con la chitarra in mano.

Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Fantasy, Fiabe e Favole, Narrativa

Letture correlate

Discussioni

  1. “quando ogni strada era un mercato, sui balconi di spalancava l’iride di fiori d’ogni colore e forma, si parlava la lingua galante -ormai dimenticata- e ogni via portava ancora al Campanile.”
    ❤️

    1. Mi emozionano sempre, in maniera molto forte, i commenti tuoi e di quanti mi apprezzano. Grazie mille, non ho parole.
      Sto cominciando a pensare di avere a che fare con persone estremamente dotate e intelligenti, perché tengo conto delle cose che vi emozionano e quelle stesse cose hanno per me un significato profondissimo.
      Grazie.