
La strada – partenza
Serie: Solo
- Episodio 1: Il nuovo mondo
- Episodio 2: Ultimo giorno in città
- Episodio 3: La strada – partenza
- Episodio 4: Ancora in strada
- Episodio 5: Predoni
STAGIONE 1
Sono le cinque del mattino e sono sveglio. Piove; l’acqua tintinna sulla lamiera della mia baracca e sull’asfalto. È un rumore che mi rilassa, forse perché l’acqua è vita, in fondo.
Soffio sulle braci rimaste e ci scaldo dell’acqua, intanto mi vesto. Odio lasciare il calore della coperta; fa sempre freddo. Cerco di ordinare le poche cose che porterò con me: un coltello, qualche bottiglia – una volta contenevano soda – riempita di acqua piovana, delle coperte e qualcosa da mangiare: scatolette di tonno e di fagioli, pane secco e altre schifezze. Una bustina di tè di chissà quando: l’annuso e sento debole l’aroma profumato e amaro. Dovrò concedermi questo lusso prima che perda ogni sapore.
L’acqua è pronta. Ho una tazza ricavata da una bottiglia di plastica, con il bordo piegato per non tagliarmi le labbra. La riempio e godo del calore sulle mie mani, poi ne bevo un sorso. Il tepore dentro di me mi rassicura, lo ha sempre fatto.
Sono pronto, posso mettermi in cammino. Ho salutato ieri la vecchia signora, mi ha dato un accendino a benzina. Sopra è inciso un “P51 Mustang”; non sapevo cosa fosse, ma lei mi ha spiegato che un tempo gli aerei, ovvero rumorose macchine volanti, sfrecciavano nel cielo, quando ancora era blu.
Con me ho anche un libricino di preghiere. La vecchia mi ha insegnato tante storie su Dio. Io non credo che Dio sia ancora interessato all’umanità, ma pronunciare il suo verbo mi da forza e sicurezza. Serve sempre qualcosa in cui credere, e in questo mondo è rimasto ben poco. Mi fa sentire più vicino ai miei genitori, come se sperassi che ci fossero ancora; di poterli rivedere, un giorno.
Finito di bere, piego la coperta e la metto nello zaino assieme al resto. Avvolgo le mie scarpe con delle borse di plastica – le mie non sono impermeabili – ed esco dalla mia tana.
Ho varcato i confini del centro, e l’atmosfera si fa sempre più grigia e minacciosa. Cammino in mezzo alla strada, circondato da palazzi malconci. Le finestre scure mi osservano come centinaia di occhi. L’asfalto è pieno di immondizia e polvere, che si impregna dell’acqua sporcandomi le scarpe. La sensazione che provavo guardando dall’alto ora è ancora più reale: sembra di muoversi dentro a un quadro. Qui la vita si è fermata, e le cose sono come le hanno lasciate le persone un decennio fa. Automobili abbandonate, panni appesi ai balconi dei piani alti; negli autobus un biglietto che sbuca dall’obliteratrice. Lo prendo e leggo: 12 ottobre 2023. Le vetrine sono andate in frantumi, nei negozi non c’è più nulla. Hanno saccheggiato tutto, ma hanno lasciato i soldi nelle casse. La vecchia mi ha raccontato che una volta, con abbastanza biglietti potevi comprarti da mangiare, addirittura in un ristorante! Io non li ho mai usati; nessuno li usa più.
Dopo un po’ di tentativi ho smesso di curiosare negli edifici; qui le persone hanno portato via ogni cosa, quindi perdo solo tempo. Meglio provare più in là.
Riprendo a camminare, e nel mentre ascolto. La pioggia cade, producendo rumori dalle diverse sfumature; distinguo le gocce che tonfano sull’asfalto da quelle che tintinnano sulle lamiere delle auto. A ogni passo calpesto un pezzo di vetro, tanto che ho dovuto buttare il rivestimento in plastica, e ora ho i piedi bagnati. Fa freddo, tanto freddo. E ho fame.
Alcuni dei balconi sono ceduti sotto il peso dei rampicanti, che hanno invaso i palazzi arrampicandosi fino in cima, quasi sperassero di trovare qualcosa al di là del muro. Sembrano convinti anche loro, come me, che la salvezza possa essere oltre la giungla urbana.
I rumori che produco camminando mi fanno impressione perché sono gli unici, oltre al soffio del vento e la pioggia. La città mi sente, mi osserva, e sento che è malvagia e potrebbe fare una soffiata a qualche banda.
Ben presto nella mia mente si fa strada un altro pensiero, oltre a quelli del freddo e della fame. È la paura. Mi sento osservato; mi sento debole, una piccola formica tra giganti di pietra. L’atmosfera è surreale, ogni vetrina mi sembra la bocca di un mostro, con i denti aguzzi di vetro. Accelero il passo e continuo a voltarmi. Il rumore dei miei passi rimbomba nella testa, l’udito si affina e ora sento la città, sento il battito del suo cuore di asfalto e il suo respiro. Scricchiolii, boati e urla. Mi volto in continuazione, convinto di essere inseguito. Intanto il buio scende preannunciando la notte.
Mi fermo, rendendomi conto di non essere lucido. Questo posto è soffocante e la solitudine mi rende ancora più vulnerabile. Non ero preparato per questo viaggio, la metropoli sta avendo la meglio su di me. Credo sia arrivato il momento di fermarsi.
Scelgo uno dei tanti palazzi ed entro. L’interno è buio e umido. Il mio respiro echeggia dentro le viscere di questo posto. Attorno a me solo macerie. Raccolgo dei legni e pezzi di plastica e li porto qualche piano più sopra. Sempre meglio accamparsi in alto, hai più probabilità di sentirli prima che ti trovino e il bagliore del fuoco è meno visibile. Ammucchio tutto e appicco la fiamma con l’accendino. Il legno marcio e la plastica emanano un odore acre e fastidioso, che brucia la gola, ma il calore è di conforto. I vetri alle finestre non ci sono più e l’aria gelida invade l’interno. Stendo una coperta a terra e con un grosso pezzo di cartone creo un riparo per il vento. Metto sul fuoco dell’acqua e una scatola di fagioli. Il sapore e il calore del cibo sono la coccola che manca da tempo. È stata una giornata dura. Ora vado a letto. Tra il cemento e la mia schiena solo una sottile coperta; sto tremendamente scomodo, il pavimento è durissimo, lo zaino il mio cuscino. Prima di addormentarmi mi guardo attorno. Mi sono accampato in un piano vuoto, ancora da costruire e senza stanze. Lo scoppiettio del fuoco rimbomba nell’edificio, producendo una oscura sinfonia con il vento e la pioggia.
Piango e sono terrorizzato, e nella mia testa inizia a nascere il pensiero che non c’è via di scampo da questo inferno.
* * * * *
Apro gli occhi e il mondo mi accoglie con la luce e il calore primaverili. Il letto è caldo e morbido, si sta benissimo e non mi alzerei per nulla al mondo. La finestra è aperta e lascia entrare l’aroma di erba tagliata misto a quello di barbecue. È domenica mattina, papà sta preparando le bistecche mentre mamma prepara il tavolo e sistema tutto, nella frenesia che anticipa l’arrivo degli ospiti. Luna e Jack, i nostri due labrador, si rincorrono per il prato. Come posso resistere? Mi alzo dal letto, infilo le ciabatte e scendo. Arrivato in fondo alle scale, tutto cessa; nessun rumore, nessun aroma nell’aria.
“Mamma? Papà?”
“Esci, Marcus! Non vorrai perderti questa splendida giornata, dormiglione!”
La voce di mia madre sembrava artefatta, quasi imitata, ed era dipinta sul silenzio totale. La sensazione era quella di una camera insonorizzata.
Corro fuori e mi fermo sulla porta. Sangue e cenere, desolazione e tristezza divampano con violenza nel mio cuore. Mamma e papà giacciono sul cemento in una pozza di sangue, poco più in là i due cani dai volti sfigurati. Il pelo è color porpora, non il solito bianco panna. Un uomo deforme è chino su mia madre e si ciba delle sue interiora.
In preda al panico, rimango immobilizzato guardando quell’essere orripilante.
Sono tutti morti, resto solo io.
***
Vengo svegliato dal mio stesso urlo. Il vento soffia sulle poche braci rimaste; fuori piove e mi riaddormento coccolato dal tintinnio delle gocce. La natura può essere di conforto, ti ricorda che qualcosa là fuori è rimasto.
Al mattino scaldo dell’acqua e divoro qualche fetta di pane secco con del miele in bustina. Un tempo li servivano alle colazioni negli hotel, così dicono. Mi do una lavata con l’acqua, che inizia già a scarseggiare. Fuori piove, quindi raccolgo con un pentolino le lacrime del cielo. Piego le coperte e affilo il coltello.
Tutte queste azioni sono un rituale che svolgo nel silenzio, e fa strano. Ti ritrovi immerso nell’inferno, teatro dei tuoi incubi passati, ma ora che ci sei dentro inizi ad abituarti e ti sembra di sbrigare banali faccende domestiche. Stai in guardia: non dimenticare che là fuori la città ti aspetta, per ucciderti. L’errore più grande è abituarsi, ed è allora che la sentenza viene annunciata.
È solo questione di tempo.
Serie: Solo
- Episodio 1: Il nuovo mondo
- Episodio 2: Ultimo giorno in città
- Episodio 3: La strada – partenza
- Episodio 4: Ancora in strada
- Episodio 5: Predoni
Te la stai giocando molto sull’ambientazione e d’altra parte il titolo della serie è “Solo”. A chi non viene in mente Ken il guerriero che cammina tra le rovine delle città?
Anche nella vita reale, adoro ammirare i paesaggi, sia naturali che urbani. Mi piace cogliere i dettagli, sono un osservatore! Ovviamente è parte fondante della storia il sentimento di solitudine… ma non è detto che le cose non possano cambiare 😉
Sei molto bravo a mantenere costante l’atmosfera: ricorda quasi i primi episodi di The Walking Dead, quando tutto era ancora silenzioso e bisognava arrangiarsi per sopravvivere.
Immagino che la frase finale lasci trasparire una svolta imminente nella trama. Aspetto il prossimo episodio! 😊👌
Grazie per il riscontro positivo, bel paragone quello di The Walking Dead (serie che ho adorato, peraltro).
Chiaramente in un mondo simile è difficile che le cose rimangano tranquille, quindi può darsi che stia per succedere qualcosa… quando non so! 🙂
Non vedo l’ora di sapere come si evolverà la situazione, come cambierà e si svilupperà il personaggio e il mondo che lo circonda.
Parti ben scritte e piene di significato.
Complimenti 🙂
Grazie del supporto 🙂
<3
Ho letto i 3 episodi uno dopo l’altro, adoro l’ambientazione e la narrazione del personaggio. Attendo di sapere come prosegue la storia.
Mi fa molto piacere. Prossimamente nuovi episodi 😉
MI piace il ritmo, mi piace la storia e l’ambientazione. Bello, ti seguo.
Mi fa davvero piacere che ti stia piacendo, grazie!