LA ZONA D’OMBRA

-Maledizione… Maledizione! Sapevo che avrei dovuto cambiare questa carretta molto tempo fa. Ma no, Miriam non vuole spendere soldi, dice che va ancora bene per quello che dobbiamo fare… Adesso quello bloccato nel mezzo del nulla sono io-

Antonio sbraitava in mezzo alla strada deserta, inveendo contro l’auto abbandonata dal cui cofano si sollevava un alito di fumo. Dopo aver digitato il numero di Miriam sul cellulare, si mise a saltellare disperatamente da una parta all’altra della carreggiata alla ricerca di campo. Niente da fare: il cellulare non prendeva per nulla.

Colto da un improvviso scatto d’ira, Antonio lanciò il telefono a terra e lo calpestò violentemente. Rimase qualche minuto a fissare i resti del suo defunto cellulare sull’asfalto, ma quando fece per chinarsi a raccoglierli non ci riuscì: il cellulare era incastonato nell’asfalto, come se si fosse fuso con esso. Confuso, Antonio tornò alla macchina, raccolse lo zaino che aveva lasciato nell’abitacolo e sfilò le chiavi dal quadro. Dopodiché fece l’unica cosa che rimaneva da fare: cominciò a camminare.

La strada si estendeva per una lunghezza indecifrabile davanti a lui, fino ad una svolta a destra, nascosta da alberi fitti. Dopo circa mezz’ora di cammino, gli sembrò che quella svolta fosse più lontana di prima. Dopo un’ora gli parve addirittura irraggiungibile. Si domandò se non avesse camminato all’indietro per tutto quel tempo, nonostante fosse sicuro di aver proceduto mettendo un piede davanti all’altro. Ad un tratto sentì un fievole ronzio farsi sempre più forte fino a che un’automobile lo sorpassò senza che lui avesse il tempo di chiedere un passaggio. In ritardo, sporse il braccio e mostrò il pollice, ma la macchina era troppo lontana per vederlo oppure semplicemente lo ignorò.

Trascorse un’altra mezz’ora prima che un’altra auto percorresse quella stessa strada e questa volta Antonio fu preparato: sporse tempestivamente il braccio e sollevò il pollice. Il camion che si stava avvicinando, mise la freccia e accostò per caricare Antonio.

-Buon giorno, o buona sera, ormai ho perso la cognizione del tempo. La mia auto mi ha abbandonato e il mio cellulare è morto. Le dispiacerebbe darmi un passaggio? Sto andando a…-

-Salta su, bello. Non mi serve sapere dove stai andando. Tanto questa strada porta in un’unica direzione-

Antonio non se lo fece ripetere due volte e saltò sul camion come una lepre salta allegra in un prato.

-Che fortuna che lei sia passato di qua. Non so più neppure per quanto tempo ho camminato, mi è sembrato infinito. Oltretutto ero convinto di muovermi in una direzione, eppure avevo la sensazione di muovermi in quella opposta-

Il camionista rimase impassibile, tranne per un lieve ghigno, un ricciolo nell’angolo destro della bocca, l’unico lato del volto che Antonio potesse vedere.

-In ogni caso, piacere di conoscerla. Mi chiamo Antonio-

Ancora nessuna reazione da parte del camionista. Antonio decise di tacere a sua volta, ma dopo qualche tempo il silenzio divenne intollerabile.

-Dunque, cosa trasporta? Se posso chiedere…-

Il camionista senza nome sollevò il sopracciglio destro e rispose con voce monocorde.

-A tempo debito-

Antonio non capì a cosa egli si riferisse, ma percepì un brivido lungo la schiena e una sensazione di inquietudine lo pervase. Si mise allora a guardare fuori dal finestrino per tranquillizzarsi, ma ciò che vide non fu molto d’aiuto. Gli alberi erano capovolti, come se qualcuno li avesse sradicati e ripiantati al contrario.

-Oppure come se fossero cresciuti con le radici al posto dei rami e viceversa-, propose il camionista, rompendo improvvisamente il suo silenzio e voltandosi in direzione di Antonio con lo sguardo di uno che la sapeva lunga.

Antonio era incredulo, ma sarebbe anche potuto passare sopra alla storia degli alberi a testa in giù. Ciò che lo gettò nel panico fu la pioggia, poiché le gocce scorrevano dal basso verso l’altro sui finestrini. Trattenne il fiato osservando l’acqua sfuggire alla gravità e ritornare verso il cielo.

-Cosa…cosa diavolo succede?-, esclamò con un filo di voce, reso muto dalla paura.

Il camionista parve non fare caso alle stranezze e allo stato d’animo di Antonio, continuando a guidare imperturbabile.

-Sei entrato nella zona d’ombra, bello. Nulla è più come credevi-

Tale spiegazione laconica contribuì solo a confondere Antonio ulteriormente.

-Zona d’ombra? Io dovevo andare a… C’è gente che mi aspetta, insomma-

L’autista si voltò a guardare Antonio negli occhi per la prima volta.

-Non ricordi nulla, eh? È normale, bello, è così per tutti qui-

-Vuoi dire che anche tu non ricordi niente?-

Il camionista annuì col volto cupo.

-Da quando?-

-Bello, non esiste alcun “da quando” nella zona d’ombra. Il tempo scorre in maniera indefinita-

Quel “bello” con cui l’autista si ostinava a incalzarlo iniziò a dargli sui nervi.

-Ma cos’è questa zona d’ombra?-

-Dicono che sia la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione… senza limite come lo spazio e senza tempo come l’infinito… o qualcosa del genere. Alcuni la chiamano il confine della realtà-

-E noi dove stiamo andando?-

-Proprio non capisci, eh? Proprio uno come te mi doveva capitare! I concetti di spazio e tempo sono annullati qui, bello. Potremmo trovarci ovunque e in nessun luogo. Ora fattene una ragione e dimostrami che sai essere sveglio-

-Che cosa trasporti lì dietro?-, domandò accennando al cassone sul retro all’abitacolo, con la blanda sensazione di aver già posto quella stessa domanda.

-Bravo, questa è una bella domanda. Vedi che non sei stupido? Quello è il mio bagaglio. C’è un sacco di roba lì dietro, bello, è come un vaso di Pandora. I miei incubi, gli errori, i peccati e le malefatte della mia vita sono tutti stipati lì dentro. Non è una bella cosa portarseli dietro per tutto questo tempo, ma uno alla fine impara a conviverci-

-Hai detto di non ricordare nulla del tuo passato?-

-Nulla tranne quello che trasporto. In questa solitudine, col piede fisso sull’acceleratore, l’unica cosa da fare è pensare. E man mano quelli là- disse indicando il retro del camion con un cenno del capo -quelli là riaffiorano che tu lo voglia o no. Sono proprio felice di lasciarti il posto, bello-

Antonio sfoggiò l’espressione più spaventata che fosse in grado di produrre.

-Ti lascio il comando, bello. Adios, me ne vado, auf Wiedersehen. Quello che guidava il camion prima di me, mi disse che sarebbe tornato a casa, una volta dopo essere sceso dal camion. Non so, non gli ho mai creduto fino in fondo-

Antonio non ascoltò neppure le ultime parole del camionista, troppo preso a rimuginare su quanto aveva appena appreso.

-Perché io?-

-Non prenderla sul personale, bello, poteva capitare a chiunque-

-Ed è capitato proprio a me-

L’autista sollevò le spalle, simulando un finto dispiacere. Con pacatezza mise la freccia e accostò nei pressi di una fermata d’autobus.

-Che dire? È stato un piacere, ma io sono arrivato. Fai buon viaggio-

Così dicendo, scese dal camion senza spegnerlo e si sedette sulla pensilina. Antonio notò che aveva smesso di piovere. Senza alcuna possibilità di ribellarsi al suo destino si sedette al posto di guida.

-Ma come farò?- chiese all’ex camionista poco prima di partire.

-Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi, bello. Non so che vuol dire, ma mi sembra una gran frase d’addio-

Antonio mise in moto e, ormai rassegnato, cominciò a pensare, così come gli aveva suggerito di fare il precedente autista. Gli parve di aver già sentito o letto da qualche parte le ultime parole con cui il camionista si era accomiatato e per una buona dose di tempo (sempre che di tempo si possa parlare) si sforzò di ricordarsi dove.

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Discussioni

  1. Ciao Erica, come hai capito mi ero immaginata che l’autostoppista fosse morto e raccolto da Caronte. Alla fine tutto si è ribaltato e rimesso in discussione! La zona d’ombra mi ha spiazzata. Bel racconto, l’ho letto questa mattina ma mi ha riportata indietro di qualche ora ad Halloween 😀

    1. Grazie Micol! Ho immaginato non so quanti scenari diversi per questo autostoppista, ma alla fine mi sono lasciata trasportare dall’atmosfera di Halloween. Sarebbe stato troppo comodo farlo “semplicemente” morire, così ho pensato di farlo soffrire un po’. Non mi è mai stato troppo simpatico purtroppo 😉 non vedo l’ora di vedere cos’hanno elaborato gli altri scrittori per questo LAB

  2. “Ancora nessuna reazione da parte del camionista. Antonio decise di tacere a sua volta, ma dopo qualche tempo il silenzio divenne intollerabile.”
    Mi sta venendo un dubbio atroce… (conoscendo la comune propensione all’horror). Non è che si chiama Caronte?

  3. “Buon giorno, o buona sera, ormai ho perso la cognizione del tempo. La mia auto mi ha abbandonato e il mio cellulare è morto. Le dispiacerebbe darmi un passaggio? Sto andando a…-“
    Non ci ho pensato, ma era proprio lo scenario più realistico 😃