Ladro di impressioni

Quella mattina il vento tirava forte, come un’onda che schiaccia il respiro con la sua brezza pesante.

Sentivo le dita delle mani pungermi dal freddo, e un pensiero sfuggirmi. Come se qualcuno avesse aperto la porta della mia mente, e da un cassetto qualsiasi avesse scombinato ciò che sentivo dentro.

Sapevo che qualcosa mi turbava, ma i profumi dei castagni mi distraevano per qualche secondo, nel giusto tempo per farmi interrompere un pensiero brusco o un’idea irrequieta e vaga che mi girava per la testa.

La gente intorno a me veniva assorbita dalla normale quotidianità, gente in macchina impazientita, i mezzi pubblici pieni e caldi, pressanti nell’aria angusta del suo piccolo spazio che racchiudeva troppi odori, c’erano le nonne con il sacchetto della spesa di carta, appartenente a qualche antica bottega che si ostinava a non cedere il passo ai centri commerciali, e poi ad ogni angolo i bar nella festa lenta della mattina, forse abitati da gente ancora mezza assonnata, e pur sempre vivi e vissuti a pieno ritmo nell’inizio del giorno frenetico davanti a tutti noi.

Sui tavolini di ferro scuro spiccavano colori di tovaglie accese, che contrastavano con il grigio scuro del cielo mattiniero, e su di esse giornali aperti, spulciati e scarabocchiati passavano di mano in mano ai soliti uomini che popolavano i bar a quell’ora, che con i loro capelli grigi mandavano giù notizie e gocce di vino, come consolazione ad un’età che spesso faceva pesare il vuoto della solitudine o di una vita che stava giungendo al termine, almeno apparente.

Alcuni di loro li conoscevo bene, chiacchieravamo insieme quando anche io andavo al bar, magari giocavamo a carte e si parlava tranquillamente di ciò che ci passava per la testa, perché era bello poter far parlare contemporaneamente chi la vita l’aveva certamente alle sue spalle e chi confusionaria ce l’aveva davanti.

Quella mattina erano tutti lì, alcuni già brilli però innocui nel loro modo di far passare la solitudine, e parlavano avidamente dell’argomento che ogni mattina più gli premeva: le donne.

Su di noi, su questa categoria considerata il gentil sesso, Il Ric, Il Giuvan, Il Dino, Il Bepi, Il Volpi, Il Tito, parlavano sempre con grande ardore, come a ricordare i tempi in cui, di donne più che di parlarne, le si viveva.

Camminavo e li osservavo, conscia del fatto che rispetto a loro, io avevo ancora molti anni per poter essere vissuta da uomo. Questo non mi permetteva di sperare abbastanza da crederci, e se anche ci credevo, mi spaventava il poter appartenere così profondamente ad un’altra persona, così tanto che quella avrebbe respirato la mia stessa aria e vissuto la mia stessa vita.

Loro non potevano fare più progetti a lungo termine, io invece avevo ancora il tempo nelle mani, come un mazzo di carte con cui giocarci.

In fondo invidiavo la loro tranquillità, la loro vita non era un lotta continua per la sopravvivenza, si crogiolavano nel loro dolore, forse erano dolcemente tristi, ma avevano certezze, i ricordi anche se cominciano a sbiadire appartenevano ad ogni fibra del loro corpo, e seppur macabra, anche la morte era una certezza per le loro vite, il triste epilogo a cui siamo tutti legati.

Io di altre certezze ne avevo poche, ma quando cercai di ricordare, di nuovo, il profumo dei castagni mi inebriò e scacciai i pensieri.

Stavo camminando troppo lentamente, e ad ogni passo lasciavo le gambe eccessivamente pesanti, le sentivo sprofondare per terra, cercai di alleggerire la pesantezza e affrettai il passo.

Proprio in quel momento una voce mi bloccò e le gambe tornarono dolorose e immobili.

“Ciao fata bionda!”

Lo sguardo con dipinto un sorriso, solcato di rughe e totalmente sereno, mi salutava poco distante da me e agitava il suo braccio per richiamare la mia attenzione.

La mia mano si alzò di scattò e mandò un bacio.

Dall’altra parte della strada, quel sorriso dai capelli brizzolati lo prese al volo e poi scomparve all’interno del bar dopo che qualcuno gli aveva ricordato di avere ancora una partita da vincere.

Pensavo agli amici del bar, loro così sofferenti di essere ormai nettamente definiti, io tremendamente spaventa di essere così indefinita e delicata.

Restai un attimo a fissare il vuoto, lasciando le mie gambe stanche appoggiarsi con i piedi ben fermi sulla strada.

Poi me ne andai.

Camminai con fretta, ero in evidente ritardo, e non feci più caso alla gente che avevo intorno a me.

Le strade e le vie le imboccai con decisione per forza di abitudine, e con le scarpe alte scorrevo tra sampietrini e ciottoli con una disinvoltura che colpiva anche me. Forza dell’abitudine, mi ripetevo.

Prima di entrare nella grande porta di legno scuro dell’ufficio, mi chiesi per un momento perché non avessi potuto essere una normalissima diciottenne come tante, che andava scuola e indossava “All star” rosa o fucsia ed evitava il rischio di inciampare per quelle strada impari e piena di buche.

Sapevo di avere una risposta e di averne una che era anche giusta, eppure avevo l’impressione che chi quella mattina aveva rovistato fra la mia mente e rubato quel pensiero che ora sentivo sfuggire, avesse portato via con sé anche la risposta a quella mia domanda, come un ladro di impressioni che mi aveva derubato di alcune delle mie piccole e immature emozioni. 

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Discussioni

  1. La delicatezza di essere giovani. Il tempo come un mazzo di carte da giocare. L’incertezza del mattino, anche se di una bella giornata di sole, e la serenità invece della sera. Proprio vero…pensiero sottile e delicato. Bello 🙂

    1. Cara Isabella, come sempre GRAZIE!!!
      Volevo alternare le fasi delle età, non c’è un numero preciso che definisca la nostra stabilità, ogni fase ha le sue incertezze e le relative bellezze ed è quasi sempre guardando ad una età lontana dalla nostra che riscopriamo la bellezza dell’età altrui, fuggendo, in un moto del tutto naturale e umano, dal nostro tempo presente. Grazie anche di avermi compresa 😀