L’ammazzatempo

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«Quarantasei minuti e venti secondi, non male per un ragazzino di nove anni» riflette il mostro mentre una luce sinistra attraversa gli occhi e un sorriso diabolico compare sul volto.

Il mostro guarda il monitor sul quale giungono i dati da ogni parte del mondo.

Stavolta la vittima innocente è un bambino australiano, è solo in casa: la mamma è impegnata chissà dove e il padre ancora in ufficio.

Il mostro osserva soddisfatto il report del giorno: tutti i grafici indicano un aumento sostanziale dei valori, un incremento esponenziale che sembra non finire mai.

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Altri dati in aggiornamento: cinquantadue minuti e venti secondi, stavolta tocca ad un’anziana signora, in un paesino sperduto degli Stati Uniti.

Forse é sola, forse si annoia di andare al club a giocare al torneo di burraco come ogni settimana e preferisce restare a casa, in compagnia del suo fedele amico.

«Bene, bene» ripete il mostro mentre si strofina le mani in un gesto di appagamento.

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Da ogni angolo del pianeta, milioni di minuti viaggiano dalle vite delle persone fino a raggiungere la cassaforte segreta del mostro.

Un flusso continuo di tempo perso, uno tsunami di ore scomparse nel nulla.

Un gigantesco contenitore di opportunità cancellate, pezzi di vita reale buttati nel mondo virtuale di uno smartphone,

Ecco di cosa si alimenta il mostro: del nostro tempo perso.

Quegli infiniti scroll social che generano una dipendenza celata da finto intrattenimento.

Tutte quelle app che invece di facilitare la vita, ci rendono sempre più controllati.

Quella maledetta notifica che ogni due minuti ci ributta nello smartphone.

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Dalla metropoli al cuore della foresta amazzonica, giovani, anziani, bambini: nessuno sfugge alla forza centripeta del mondo virtuale.
Non c’è scampo, per nessuno.

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Ecco l’ultimo segnale della giornata.

Il mostro è stanco, vorrebbe solo dormire.

Ma non riesce a prender sonno, troppe notifiche da controllare, messaggi da leggere, app da aggiornare..

«Gioco al solitario, due minuti così mi rilasso» ripete a se stesso mentre, con lo sguardo avido e la saliva che cola dalla bocca, scruta il suo smartphone di ultima generazione.

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Discussioni

    1. Amo la sintesi, preferisco entrare subito nel cuore del racconto senza giri di parole.
      Anche perché la lettura web é diversa da una narrazione classica, necessita – secondo me – di immediatezza e testi brevi.
      Nel caso della dipendenza da smartphone, nemmeno una tribù nel cuore dell’Amazzonia si salva: su tale questione, temo non ci sia speranza per l’Umanità.
      Comunque sia, grazie del commento 🙂

    1. Grazie Gabriele, concordo: occorre una rivoluzione culturale e di nuove, vecchie abitudini da riscoprire e seguire per rompere la dipendenza dal “mostro” onnipresente h24 nelle nostre vite.
      Non mi preoccupo tanto per noi “adulti”, l’aspetto davvero pericoloso è l’uso/abuso dei più piccoli, abituati sin dalla culla a maneggiare lo smartphone dei genitori.
      Poveri noi 🙁