L’amore 

Serie: Appena sotto la caviglia


Alla fine di ogni ansimo e di unione, mi ritrovai con la faccia sul suo petto.

In quel momento non c’era nessun odore predominate, né il suo né il mio, solo l’odore di ciò che insieme avevamo appena provato.

Mi alzai di scatto scostandomi da lui, accarezzai le mie gambe, sciolsi un crampo che mi stava torturando e passai la mano proprio lì, appena sotto la caviglia.

“Scommetto che non sai cosa c’è dove mi sono appena toccata.”

Presi a sfidarlo con fare divertito, ma in fondo a me volevo vedere se davvero mi conosceva.

“Parli della tua mano appena sotto la caviglia?”

Io annuii facendo ondeggiare la testa con un moto davvero esagerato, mi era impossibile, stando con lui, non essere tremendamente buffa, quasi come fossi una caricatura di me stessa.

“Hai un cicatrice lungo la caviglia sinistra, un po’ lunga. Te la sei fatta da piccola. Mi pare ti sia caduta una bottiglia addosso.”

Sorrisi, ancora più enormemente buffa di prima e fui allegra soprattutto con gli occhi.

“Amore, ma allora mi conosci davvero!”

Mi gettai addosso a lui sposandolo dal cuscino e facendo finire entrambe le nostre teste contro il muro, il che visto il colosso che era, faceva nascere in me un ancora più alta forma di soddisfazione ne suoi confronti.

Presi baciarlo senza misura.

Occhi. Fronte. Naso. Fronte. Orecchio. Spalla… poi prese a baciarmi anche lui, e ad un tratto si fece serio.

“Certo che ti conosco.”

Sembrava pervaso da un’estrema risolutezza in quella affermazione, quando ancora, nonostante le parole, non avevamo smesso di baciarci.

Ora la stanza era tutta colorata di sole e sorprese i nostri corpi di nuovo totalmente nudi nel letto sfatto.

Ogni mattina svegliandomi accanto a lui mi sembrava difficile indicizzare il tempo in un modo preciso.

Avevo solo l’impressione che fosse tardi, e noi eravamo svegli solo d’amore.

“Che ora saranno? Sarà sicuramente tardi, meglio vestirci.”

La voglia di noi era stata ormai pervasa dalla frenesia di doversi muovere da quel letto il primo possibile.

Presi i vestiti dal divano di velluto verde scuro accanto a noi, il rosso del mattone antico del pavimento scaldava ogni angolo della stanza con un calore di stabilità incredibile, non saremmo stati i primi amanti in quella stanza e di certo non gli ultimi. In quel pensiero c’era una certa continuità che dava senso all’essere in quel momento noi in quella casa. La continuità della vita in quella mura era l’estensione di noi giovani e innamorarti nell’oggi più che mai.

Mi prese per il braccio e mi impedì di scendere del tutto dal letto.

“Amore…”

Mi girai a guardarlo con il mio braccio curvo nelle sue mani stranamente piccole.

“Facciamo un figlio.”

Non lo disse come quando si recita la lista della spesa, ma non c’era nemmeno in quella frase una certa teatralità, e nemmeno un pizzico di romanticismo. Era naturale. Sincero, forse incosciente, ma tremendamente se stesso mentre me lo disse.

Sorrisi e lo guardai, emozionata, meravigliata e anche un po’ impaurita.

“Magari più tardi, ora andiamo a lavorare.”

Mi sorrise a sua volta, si stiracchiò come un bradipo lento e sonnecchiante, poi si tirò su dal letto di colpo e in un attimo era già vestito di pantaloncini e maglietta blu e verdi, i suoi colori preferiti.

Io ero ancora nuda e adagiata nel letto, completamente sciolta nei muscoli e con un assoluto sbadiglio sognatore addosso.

“Faccio il caffè. Ti aspetto giù. Vorrei fossi la madre dei mie figli.”

Disse le tre fasi scandite come se ognuna di essa avesse la stessa identica importanza. E forse per lui che con me ogni giorno faceva il caffè, con me che come ogni mattina mi aspettava giù di sotto, forse per lui era così, fare un figlio con me aveva la stessa importanza di un caffè o di un mattina, insieme.

Poi mi baciò di nuovo e imitando un goffo calciatore scese le scale di legno chiaro e basse della nostra casa, inclinò il suo corpo alto per non sbattere la testa e scomparve al piano di sotto.

Rimasi nel letto sola e nuda.

All’idea di un figlio insieme, nei pochi vent’anni che avevo, fui un attimo stordita e meravigliata, tanta era la voglia, tanta era la paura.

Gettai finalmente le gambe contro il pavimento e mi ritrovai nuovamente concreta oltre i sogni d’amore appena fatti.

Mi iniziò a prudere, proprio appena sotto la caviglia.

Mi vestii con calma, aggiustando il reggiseno e la canotta.

Il prurito era ancora forte e non sapevo perché. Come fosse uno di quei presagi di cui non sai darti spiegazione, ma li senti nella pelle. A prudere e scalciare dentro il proprio io.

Cominciai a grattarmi la caviglia con la mano e l’anello di fidanzamento colmo di diamanti sparse di luce violetta e turchese il mio piede.

Era strano come, dopo tanto tempo, alcune ferite davano ancora da pizzicare. Come se ogni giorno si rigenerassero per chiudersi, ma quella chiusura del tutto non c’era mai, non sotto l’epidermide ne sopra essa.

Rimaneva un solco, un linea in rilievo sulla nostra pelle a dimostrarci che quella ferita c’era stata e lì sarebbe rimasta, e per me era proprio appena sotto la caviglia.

Continua a grattarmi anche quando ero ormai rivestita, i piedi nudi sul pavimento e le voci di lui che andavano a tempo con la macchinetta del caffè.

Guardai il solco della mia ferita. Solo un piano ora divideva me e lui.

Appena sotto la caviglia c’erano lui e la mia cicatrice, e con un po’ di paura mi chiesi chi dei due sarebbe rimasto più a lungo con me.

Serie: Appena sotto la caviglia


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