L’Anaconda

Era l’estate del 1990, avevo undici anni e insieme ai miei amici trascorrevamo lunghi pomeriggi al fiume, in un punto riservatissimo, noto solo agli autoctoni, si chiamava l’Anaconda. Perché l’Anaconda? Perché da quelle parti era stato avvistato il serpente più grande mai esistito in Molise e forse in Italia. Ma forse neanche in Amazzonia si era mai vista una bestia più grande di quella: occhi come palle da tennis, una lingua lunga come una baguette, zanne da fare invidia alle corna di un toro. E poi era lungo, lungo almeno dieci metri. Ma forse anche undici.

«Dodici» disse Girolamo tirando su col naso. «Dodici metri ma con la lingua fuori arriva tranquillamente a quattordici.»

Girolamo aveva quarant’anni, come non credergli? Era uno di quei tipi capaci di fumare e masticare chewing gum contemporaneamente. Ad una seconda occhiata era evidente che gli mancava qualche venerdì, ma il beneficio del dubbio, da noi pre adolescenti, gli veniva comunque concesso.

«Ma ha mai ammazzato qualcuno?» gli chiesi una volta.

«Come no, un napoletano. Un bambino di una famiglia di napoletani che si era fermata qui a fare un bagno. Ma siccome avevano dei problemi, forse lo avevano addirittura rapito, non hanno mai denunciato il fatto e nessuno ne ha mai parlato.»

«E tu come fai a saperlo?»

Sorrise e mi gelò con lo sguardo. «Sei troppo piccolo per fare certe domande. Vai a fare i compiti.»

Quel pomeriggio all’Anaconda era scattata una gara di tuffi. Ci si lanciava da un enorme masso, perlopiù a candela, ma i più temerari si tuffavano di testa. Tra questi, si distingueva Vincenzo: fisico statuario, capelli lunghi, voce baritonale e, cosa assai ambita, un accenno di barba. Ce le avessi avute io quelle basette. Di lui si diceva che avesse già avuto il suo primo rapporto, per di più con una trentenne. Al suo cospetto, mi sentivo un microbo. 

Si tuffò, l’ingresso in acqua non fu proprio pulito; anzi, fu una mezza panciata, ma io scoppiai in un applauso. Che coraggio aveva avuto a lanciarsi di testa, da quell’altezza poi. 

«Grande panzata!» gridò Fabio prima di tracannare una birra.

«Vincè hai fatto schifo!» gli fece eco Massimo.

«Però si è tuffato di testa» provai a difenderlo.

Ora il problema però era che non riemergeva ed erano passati già venti secondi. Mi affacciai sporgendomi dalla spiaggetta. «Ma non sarà mica successo qualcosa?» dissi.

Fabio non si scompose. «Dopo quella panzata si sarà spezzato in due.»

Passarono altri lunghissimi secondi e finalmente riemerse rompendo il pelo dell’acqua.

«Ma che cazzo è successo?» domandò Fabio.

Vincenzo ci raggiunse e si asciugò il viso. «Datemi una sigaretta. Massimo, dammi una sigaretta.»

Il suo amico obbedì, porgendogli anche da accendere. Dopo alcune aspirate, Vincenzo iniziò il suo racconto. «Quando mi sono tuffato sono arrivato sempre più giù, sono andato a picco, sciuuum. Mi è passato davanti un pesce gatto enorme con dei baffi lunghissimi» disse spalancando le braccia. «Si è nascosto sotto la roccia e io gli sono andato dietro. Solo che lì sotto c’è una specie di vortice, una corrente che ti risucchia, sentivo che mi trascinava.»

«Cacchio!» esclamai, mani nei capelli.

Vicenzo aspirò altro fumo. «Mi ha attirato nella sua tana, quel pesce gatto maledetto, sotto il macigno, perché mi ha teso una trappola, capite? Voleva uccidermi. Io ormai ero rimasto senza ossigeno, stavo per svenire. A quel punto mi sono dato una spinta con le gambe, sapevo di avere una sola possibilità. Fabio fammi fare un sorso, fammi bere che oggi stavo per morire.»

Con un’unica, grande sorsata, scolò tutta la bottiglia. Poi, dopo un rutto poderoso, mi indicò. «Tu. Tuffati, vediamo che sai fare.»

Era finalmente la mia occasione per guadagnarmi il rispetto di quelli un po’ più grandi. Mi arrampicai sul macigno dei tuffi, guardai verso il basso e mi preparai al trapasso. Più della mia testa, le dita dei piedi avevano capito il pericolo e si ritrassero, quasi a voler fare presa sulla roccia. Addio, pensai, e mi lascia cadere. L’impatto fu devastante. Sul momento, non mi resi conto se entrai in acqua di testa, di piedi, o di fianco. Ricordo solo un dolore lancinante, il gelo dell’acqua di fiume, bollicine che andavano verso l’alto e il sole che, lentamente, si faceva sempre più piccolo, sempre più piccolo, mano a mano che andavo verso il fondo. Ma perché diavolo mi ero tuffato, accidenti a me. Sott’acqua, mi resi conto che la corrente del fiume mi spingeva verso una roccia e, neanche a dirlo, non riuscivo a riemergere. Non potevo muovere neanche un dito. Forse ero lì sotto da trenta secondi, ma perché nessuno provava a salvarmi? O almeno a recuperare la salma, che diavolo, bisognava pur mettere un corpo nella bara, no? Quando il dolore prese forma, capii che l’impatto in acqua era avvenuto di schiena. Già, avevo dato una schienata colossale e dallo shock non riuscivo a muovermi. Addio sogni di gloria, per me era la fine. Unica consolazione: non avrei dovuto crescere e cercarmi un lavoro. Quando ormai mi ero rassegnato all’idea di morire, vidi qualcosa di enorme sgusciarmi accanto. Aveva una testa grandissima, una pelle vomitevole e denti lunghi come pugnali. Era l’anaconda, quella anaconda, esisteva davvero! Dopo avermi fissato, ritenne di dovermi mostrare la dentatura. Alla vista di quel set di lame accettai serenamente l’idea della mia dipartita. L’anaconda si infilò sotto la mia ascella, mi avvolse il busto e cominciò a trascinarmi. Dove mi sta portando, pensai per il puro gusto di immaginare il ritrovamento del cadavere. Ma che sciocco, non mi avrebbero mai ritrovato, avrei fatto la fine di quel bambino napoletano, inghiottito in un sol boccone. E invece no, mi accorsi che mi stava riportando in superficie. Cioè, quel rettile mastodontico mi stava salvando la vita e, dopo avermi afferrato, mi stava aiutando a tornare a galla. Sorrisi, gli fui grato, ma svenni perché da troppo tempo ormai ero sott’acqua.

Mi ritrovarono qualche decina di metri a valle, ai margini del fiume, accanto a me tracce evidenti del passaggio dell’anaconda. Ero salvo.

***

In memoria di Vincenzo, morto giovanissimo, portato via dalla droga. Ti ho sempre ammirato, amico mio.

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Discussioni

    1. Ciao Alan, ti ringrazio molto per la lettura. Forse avrei potuto risparmiare la dedica, essendo una parte di storia troppo personale, ma questo racconto (solo vagamente ispirato alla realtà) ha fatto riemergere alcuni ricordi.

  1. “Il tuffo”, una prova di coraggio che tutti da bambini abbiamo fatto. Un gioco tanto divertente quanto pericoloso se alcune parti del corpo impattano con la superficie dell’acqua, motivo per cui fino alla fine sono rimasta con il fiato sospeso.
    Un altro particolare mi ha colpito: il fatto che l’anaconda invece di mangiare il protagonista lo abbia aiutato. Per quanto sia frutto di una leggenda non posso fare a meno di pensare a quante volte capita che gli animali, di loro spontanea volontà, salvano le persone.
    Sono certa che anche a Vincenzo sarebbe piaciuto questo racconto! 😸

    1. Ciao Mary! Quella del tuffo è un po’ una prova di coraggio stereotipata ma effettivamente è quello che molti di noi hanno vissuto. Anzi, a dirla tutta, in questo famigerato posto c’erano tre punti dai cui tuffarsi, con differenti gradi di altezza e difficoltà. Quasi quasi ora descrivo gli altro due 😄. Sì, forse a Vincenzo avrebbe fatto poacere leggere di qualche prodezza giovanile 😊

  2. Mentre leggevo il racconto sentivo la voce dello speaker della KLAM di Portland affermare che “sul piatto ora sbatto, perché tu lo ammiri, un 45 giri” e poi partiva Lollipop delle Chordettes…
    Le sensazioni descritte nel tuo racconto hanno tutte un sapore, persino un odore: è l’estate, è il frinire delle cicale e c’è addirittura un rito di passaggio, un serpente mostruoso gentile e immaginario, la paura fugace della morte che si trasforma in rassegnazione e accettazione della stessa. Il tutto processato con un filtro da vecchia pellicola a colori super 8…
    Che dire? Dai, faccio un tuffo anch’io dal macigno! Ma per sicurezza mi butto a chiodo!
    Bellissima storia!

    1. Emiliano il tuo commento è migliore del mio racconto 😂. Il sapore malinconico dell’estate della nostra giovinezza ogni tanto riemerge e pesa sul cuore; la cosa migliore da fare in questi casi, almeno per me, è provare a trasferire il peso dal cuore alla tastiera. Qui, su Edizioni Open, i miei ricordi sono ben custoditi e non pesano.

  3. Racconto veramente molto bello e ben strutturato. Il confronto con gli altri tuffi, il desiderio di dimostrare di essere coraggioso del protagonista, e quell’alone leggendaria così magica. Bellissima storia!!

    1. Ciao Alfredo, grazie per essere passato! Lo spirito di emulazione si sente molto in questo breve racconto, insieme alle altre cose che hai evidenziato. Per me è stato come fare un tuffo nel passato, per poi riemergere qui su Edizioni Open

  4. Quello che più mi ha colpita sono le immagini a confronto dei due tuffi. Mentre leggevo del racconto di Vincenzo, ho percepito una storia chiaramente inventata per far colpo, soprattutto sui più piccoli. Poi il protagonista si tuffa, speranzoso di conquistare il rispetto e la stima dei ragazzi più grandi, e mi sarei immaginata di tutto, ma non che riuscisse nell’impresa: altro che pesce gatto, arriva addirittura la vera Anaconda!
    Ho immaginato il seguito, le facce dei grandi quando è tornato per raccontarlo…
    Un bel racconto su cosa vuol dire crescere.

    1. Sì, Vincenzo in questo racconto ricorda un po’ Verdone quando parla della palude del caimano 😂. Sarebbe bello per me sviluppare questa storia, darle un seguito. Non scrivevo da tanto, non so se riuscirò a riprendere (soprattutto perché manca il tempo) ma mi piacerebbe scrivere una Serie di storie ambientate in quel periodo, viste con gli occhi di un adolescente sognante.

  5. “«Però si è tuffato di testa» provai a difenderlo.”
    Commovente il modo in cui il protagonista difende il suo “eroe”. Il desiderio di emulare e conquistare l’approvazione dei ragazzi più grandi è una costante di questa età. Mi hai strappato un sorriso pieno di ricordi 😊

    1. Ciao Rob, grazie! Quel periodo è il mio preferito, quello che mi piace più raccontare. E forse quello in cui vorrei tornare (con la testa di adesso, eh! E con l’almanacco dei risultati sportivi su cui scommettere 😉)

  6. Lungo il confine delle province di Catania e Messina c’è un canyon chiamato “Gole dell’Alcantara”, in mezzo ci scorre l’omonimo fiume. Mi hai ricordato di una vecchia foto che ritrae il mio amico Claudio nell’atto di tuffarsi da una roccia del canyon dentro il fiume. Ci riusciva solo lui, perché l’acqua non è molto alta e dopo uno di quei tuffi torno’ su con il petto tutto graffiato. Io non ho mai avuto il coraggio di imitarlo. Ando’ a vivere in Inghilterra e li comincio’ a farsi di eroina… non ho avuto mai il coraggio di imitarlo. L’ultima volta che lo vidi entrava e usciva dalle cliniche psichiatriche, non so più nulla di lui da molto tempo, e dire che stavamo insieme ogni giorno da ragazzini.
    Un tuffo nei ricordi e nell’amarezza questo tuo racconto. Bella cosa la capacità di metterli su carta.

    1. Francesco, il tuo commento al racconto è esso stesso un racconto. Se arrivi a 300 parole potresti pubblicarlo. Come fa notare @ianni67 , c’è quasi sempre una prova di coraggio basata sul tuffo, in tantissime culture e in tantissime storie personali.

  7. Quanto simbolismo, in questo bel racconto! Non leggevo un tuo scritto da tanto, Tiziano. Grazie per la bellissima condivisione! Il tuffo dalla rupe è un’iniziazione, un rito tipico e necessario in ogni cultura per segnare il passaggio al mondo “dei grandi”. Ogni tempo e luogo ne ha uno un po’ differente ma in fondo sono tutti uguali. Ai nostri tempi e nel nostro mondo, sì, c’era la droga, che ai miei tempi era tutta oppiacei e oggi è per lo più sintetica. Parlo di quella pesante, quella che bastava poco e non ne uscivi più, quella che poteva bastare un solo tuffo. Qualcuno ne usciva vivo, altri no. E qualcuno lo salvava l’anaconda.

    1. Ciao Giancarlo, il tuo commento mi ha fatto riflettere, ci sono in effetti dei simbolismi involontari eppure adattabilissimi. Il tuffo inteso come prova di coraggio è quasi uno stereotipo, sia in letteratura sia nella vita. L’ebrezza la droga. L’Anaconda salvifica il mito della fantasia. Grazie per avermi fatto leggere il racconto sotto una luce diversa.

  8. Mentre leggevo il tuo racconto, nella mia mente sono risuonate le stesse sensazioni provate per Stand by me. La stessa malinconia che può evocare il ricordo di uno di quei “passaggi” che un po’ tutti abbiamo attraversato nella vita: un momento cui nell’immediato diamo relativa importanza, ma si trasforma in un nodo fondamentale nel nostro personale processo di crescita.

    1. Ciao Arianna, grazie. Le leggende possono essere smentite da controleggende in cui il cattivo si rivela buono e viceversa. Questi cambi di profilo mi hanno sempre stuzzicato. Solo la tragedia della morte, ahimè, mi lascia spiazzato. Vorrei ci fosse stato un colpo di scena per il mio amico di infanzia…

  9. Ciao Tiziano, anche io da ragazzetto avevo una comitiva di amici, soprattutto l’estate, e si andava a fare i tuffi tutti insieme alla montagna del Circeo. Altra cosa, che mi ritrovo pure io, è una strana sovrapposizione tra il piano fantastico e quello reale. Una mia cugina, che faceva parte della comitiva, io ero il più piccolo del gruppo, mi raccontò della storia della Maga Circe che trasformava le persone in maiali. La sera prima di andare alla montagna, non chiusi occhio. Infine, anch’io ho vissuto il dolore di un amico di quella comitiva morto, anche se non per droga, ma per un incidente con la moto. E comunque, di droga, all’epoca, soprattutto tra i giovani, ne girava una fracca. Abbiamo vissuto più o meno, le stesse esperienze, curiosa sta cosa. Probabilmente, siamo coetanei. Ciao.

    1. Beh sì, dopo quello che mi hai detto viene fuori un percorso molto simile, e forse simile a tanti. I miti e leggende che ho ascoltato in quel periodo mi hanno molto suggestionato ed è divertente adesso rispolverare un po’ di ricordi, alterandoli con la lente della fantasia. Io sono del ’78, se anche tu sei di quell’annata o giù di lì è probabile che abbiamo vissuto lo stesso periodo meraviglioso, almeno per noi.

    1. Ciao Francesca, sto cercando di conservare frammenti della mia giovinezza, prima che svaniscano. Ne sento il bisogno. Lo faccio mescolando ricordi e immaginazione. Diciamo 20% ricordi e il resto immaginazione. Vincenzo è un pezzo reale di quel periodo, della mia giovinezza; purtroppo sarebbe venuto a mancare qualche anno dopo. Ovviamente anche l’anaconda molisana di 12 metri è realmente esistita e mi ha salvato la vita 🙂

  10. Quel ‘ero salvo’, messo lì, alla fine fa da liaison perfetta con la dedica e, allo stesso tempo, contrasta con essa in maniera spaventosa. I concetti di ‘eroe’ e ‘salvezza’, visti attraverso gli occhi di un ragazzino, forse il più piccolo in una compagnia di maschi adolescenti, quello che fa da ruota e anche, quando serve, da apripista, restituiscono un’immagine della realtà completamente sognante e sognata. Non sposti mai il punto di vista, nemmeno alla fine, e questo conferisce grande efficacia al tuo racconto, scritto benissimo, con le parole che corrono di fretta e scivolano in fondo all’acqua assieme al protagonista. Uno stralcio di romanzo di formazione con il giusto mix di leggende metropolitane e grandiosity. D’altronde, non poteva essere diversamente quando il mondo è visto dagli occhi di un eterno ragazzo. Complimenti Tiziano e speriamo che pubblicare torni a essere un’abitudine. Un abbraccio 🙂

    1. Cara Cristiana, grazie. Ieri ho avuto l’impulso di pubblicare un racconto, dopo aver inventato una favoletta a mio figlio, per farlo addormentare. Attingo sempre dal mio passato, romanzando, distorcendo. Al Peter Pan che c’è in me piace raccontarle così, le storie. 🙂 Spero davvero si inneschi un’abitudine. Non ho pensato ad archetipi, scrivendo, ma nelle storie c’è quasi inevitabilmente un eroe, un pericolo e la chiave per salvarsi. Grazie per avermi letto.

  11. Sei riuscito in queste poche righe a portarmi indietro nel tempo e a farmi emozionare! Un quadro perfetto a descrivere quel momento spensierato ed irripetibile della nostra vita di ragazzi, ragazzi che poi sono diventati uomini e si sono scontrati, alcune volte in maniera irreversibile, con la vita! Grazie, veramente grazie!

    1. Ciao Piergiorgio, grazie per aver letto il mio racconto. Quel periodo irripetibile è tale proprio perché siamo inconsapevoli. Nell’età della nostra formazione non possiamo immaginare quanto resteremo legati a quel periodo. Almeno per me è stato così.

  12. La spensieratezza dei ragazzini (ma oggi è ancora così?) in un pomeriggio estivo come tanti. Mi ha ricordato i miei undici anni, o giù di lì… Poi la realtà: l’impatto durissimo, il dolore, il fatto di essere riuscito a emergere, non si sa come, da una situazione molto, molto difficile. E non è solo il fiume. Ecco cosa mi ha trasmesso questo racconto, da leggere almeno due volte.

    1. Ciao Antonio, sì, l’atmosfera della giovinezza è qualcosa di rarefatto, di sfumato, che ci rimane per sempre. Ormai mescolo ricordi con la fantasia, scrivere ce lo permette. Sono felice che tu abbia letto, grazie.