Lassù, tra sangue e neve

Di quella notte ricordo poco, l’unica immagine che mi appare nella mente è quella della notte che stava calando e io ero ancora a raccogliere legna. Ora sono in un posto, una stanza che non è la mia. Vicino al letto dove sono coricata c’è una finestra, ma neanche il paesaggio fuori da qui mi aiuta a capire dove mi trovo. Ho un forte dolore alla testa, sembra che qualcuno cerchi di spaccarmela premendo sulle tempie. Vorrei alzarmi da questo letto e andarmene, ma fa troppo male, e non ho abbastanza forze.

«Posso entrare?» a pronunciare questa domanda è una voce maschile, proviene da dietro la porta. L’ansia mi serra il petto, ma cerco di respirare e dandomi una sistemata veloce ai capelli rispondo: «Si». Mi tiro su a sedere appogiata alla testiera del piccolo letto, prima che la porta si apra mi metto di spalle, ho paura. Si è aperta e qualcuno è entrato, non ho il coraggio di voltarmi.

«Sai dove ti trovi?»

«No» rispondo senza muovermi.

«Beh, che non sei a casa tua l’avrai capito almeno?» risponde ridacchiando.

Faccio un lungo respiro e mi volto, quando vedo chi mi sta parlando il mio cuore perde un battito. Scatto in piedi e cerco di avvicinarmi alla finestra, ma una gamba fa veramente troppo male.

«Ehi ehi, non ti voglio far del male, ti trovi a casa mia perchè stavi congelando fuori sotto la neve. Eri svenuta, sembravi morta vista la quantità di sangue che avevi perso. Ti consiglio di rimetterti a letto, oppure i punti che ti ho messo potrebbero rompersi. Hai una brutta ferita sulla coscia destra». Le sue parole dovrebbero riportarmi alla mente l’accaduto, ma non succede nulla. Solo il vuoto, se mi sforzo di ricordare, la testa rischia di scoppiarmi per il dolore. Lo guardo di sfuggita, e vedo che ha lo sguardo perso fuori dalla finestra, mi sorge un dubbio: “Dovrei fidarmi di un pazzo rilegato in questa casa sperduta tra le montagne? E se fosse stato lui a farmi questo?”. Sento la paura impossessarsi di me, voglio andarmene.

«Sto meglio, sono sicura che riuscirò a cavarmela. Vado.»  dico tenendo lo sguardo basso per non incrociare il suo. Mi mette timore stare nella stessa stanza, potrebbe farmi ancora del male. Vive qui tutto solo, chissà come sceglie le sue vittime, e a cosa gli servono. Giù al paese corre voce che si nutra dei cadaveri degli sventurati che si avvicinano al suo territorio. Io non voglio essere una di loro.

Tento di scappare scavalcando il letto sperando che la gamba mi regga, e invece cado di faccia sul materasso. Sono furiosa. Sento il tizio ridere di me, vorrei proprio spaccargli la faccia a pugni.

«Senti, non sei in grado di camminare, c’è la neve alta, e tra poco ne cadrà ancora. Puoi rimanere qui, almeno fino a quando smetterà di nevicare». Io non mi faccio sciogliere dalle sue parole, e riprovo a rimettermi in piedi. Finalmente zoppicando arrivo alla porta della stanza.

«Fai come vuoi, ma io non voglio problemi. So che vieni da quel paese di buontemponi, e so anche che mi credono un assassino, quindi mi darebbero subito la colpa se tornassi in questo stato».

«Ah, ho capito, devo rimanere per non farti correre guai.» gli rispondo stringendo i pugni dalla rabbia.

Mi avvio alla porta d’ingresso, sto piangendo per il dolore, ma la paura mi dá la forza di continuare a camminare. Pochi passi mi separano dall’uscita, e proprio mentre credo di avercela fatta lui mi sbarra la strada. Mi accorgo che non è vecchio come lo descrivevano gli altri. La sua stazza intimorisce, però posso farcela ad affrontarlo, non sono di certo un fuscello. Un ululato mi blocca per lo spavento. Sorpasso il tizio e apro la porta: rischio di soffocarmi con il mio stesso cuore. Mi ritrovo davanti due lupi. Richiudo immediatamente, le gambe non mi reggono e finisco a terra, sento il viso in fiamme e la testa scoppiarmi. Respirare sembra la cosa più dolorosa di sempre.

«Stavo per avvisarti che abito con due lupi, però visto che sei stata così’ gentile da snobbarmi, ho pensato che sarebbe stato più divertente che lo scoprissi da sola.» scoppia a ridere.

«Avanti, dimmi in che modo vuoi farmi fuori, non sopporto più questa agonia!» urlo disperata.

Mi tende una mano per aiutarmi a rialzarmi, accetto senza pensarci.

«Siediti qui davanti al caminetto.  Ti devo parlare.» si siede di fronte a me.

«Mi chiamo Varg, abito quassù da quando sono rimasto orfano. Anche io ero un tuo compaesano un tempo, ma ero odiato da tutti. La gente sa essere perfida, a tal punto da inventare cose false sul mio conto per potermi dare la colpa per qualsiasi accaduto, e così ho passato molti guai. Sparivano dei soldi? Era colpa mia. Un cavallo spariva da una stalla? Era colpa mia ovviamente. ». Fa una pausa e sospira.

«La causa di tutto questo è il mio essere particolare, o “strano” come preferisci. Parlavo con gli animali, stavo tanto sulle mie, e non mi interessava socializzare, fin da bambino.» guardandolo mi assale un senso di colpa.

«Spero che tu non pensi ancora che quelle voci siano vere. Ti ho trovato in una pozza di sangue coperta di neve, poi ti ho portata qui. Sei ancora viva grazie alle mie cure. Forse questo basta per credermi?».

Le sue parole mi fanno riflettere, e mi fa quasi commuovere la sua storia. Gli credo e gli sono grata per avermi salvata. È davvero triste quello che la gente pensa di lui, e continuano a fargli del male anche se non abita più al paese. Lo guardo e vedo un velo di tristezza nei suoi occhi, e, a meno che non sia bravo a recitare, mi sembra vero quello che dice.

«Mi chiamo Evy, ti sono grata per avermi salvato la vita, e mi dispiace per l’ignoranza dei miei compaesani.» riesco a dire, fredda.

Lui mi sorride e io ricambio. Un altro ululato squarcia il silenzio. «Tu resta qui, vado fuori a controllare». Pietrificata dalla paura, non mi sposto. Esce di casa e i lupi ringhiano. Mi faccio coraggio e mi alzo in piedi, voglio vedere cosa succede. Un rumore secco mi blocca sulla sedia, era uno sparo. La porta si spalanca e un tizio entra con un sorriso sadico stampato in faccia. Lo guardo e mi si gela il sangue, nella mia testa ora i ricordi scorrono nitidi come una pellicola: ero china a raccogliere la legna per il fuoco della sera, ad un tratto si avvicina qualcuno, si appoggia a me facendomi sentire la sua erezione, mi divincolo e cerco di chiedere aiuto, ricevo un pugno, ma cerco di scappare, lui mi raggiunge e affonda il coltello nella mia coscia. Questo è tutto ciò che ricordo.

Mi riprendo e torno nella realtà, scatto verso la cucina per cercare qualcosa per difendermi, sento la ferita riaprirsi e il sangue caldo mi bagna la gamba.

«È tutto inutile, tanto ti farò fuori lurida cagna!» il suo tono è carico d’odio. Finalmente arrivo in cucina ma di coltelli neanche l’ombra, cerco di scappare da lui aprendo la porta di fronte a me. È troppo tardi, sento il freddo della lama dentro la schiena, l’ascia che aveva in mano ora è conficcata nella mia carne. Sento di nuovo la sua perfida risata. Poi, il buio.

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Discussioni

  1. L’inizio ha molte analogie com uno dei miei film (e libri) preferiti: Misery. L’ho preso quindi subito in simpatia per poi scoprire una trama completamente diversa ma non per questo meno agghiacciante. Bravissima, mi è piaciuto tanto.

  2. Ho qualche problema a capire i dialoghi, è per l’impaginazione? Scusa l’osservazione ma in alcuni punti sembrano mancare o e così non riesco ad avere il senso completo del tuo racconto.