Le cose si capiscono solo quando finiscono 

Quando mi alzo dal letto ho il viso stropicciato dalle lenzuola in cotone nero, Riccardo me lo aveva anche detto di non bere troppo ma non è mai stato l’alcool a farmi vacillare sull’equilibrio precario delle mie insonnie.

Ciò che piuttosto non riuscivo mai a gestire era l’amore.

Adesso mi guardo nello specchio, le vene blu, di un sottotono freddo di pelle, mi avrebbe detto Sara se fosse ancora qui, a ricordarmi che sono ancora vivo.

Però Sara adesso non c’è e gli uccelli di questo invasivo inverno paiono aver fatto del tetto di casa mia una coperta solida e permanente, sono sempre qui a ricordarmi anche loro quanto siamo ancora tutti vivi.

Tutti tranne Sara, cioè Sara è viva, ma non qui con me, a farsi coperta, a tenerla io stretta e avvolta, a cancellare i suoni fuori con la sua voce squillante e piena, ma forse anche quella non sopportavo più negli ultimi periodi.

Riccardo mi ha già chiamato cinque volte, alla sesta rispondo.

«Dove sei?»

Butto giù le gambe dal letto, molli e inconsistenti.

«A casa.»

«Sicuro?»

«Direi che sono ancora in grado di riconoscere casa mia.»

Sulla finestra della mia camera si appoggia uno di quei fastidiosi uccelli rumorosi, ma non saprei dire che specie sia, sono un maledetto ignorante in fatto di uccelli.

Questa la segno come frase ambigua, da qualche parte. Le lavagne in casa non ci sono più, le ha portate via tutte Sara.

«Ok, che ne dici se oggi facciamo qualcosa insieme? Magari una partita di squash.»

«Oh Riccardo io oggi lavoro, mica sono un fancazzista come te.»

«Ma che cazzo dici oggi lavoro. Nelle tue condizioni?»

«Quale condizioni? Mi sono solo lasciato con Sara, c’è di peggio nella vita.»

«Marco tu per lavoro aiuti le persone e oggi non sei in grado di aiutare un cazzo di nessuno, stai a casa.»

«Riccardo, devo andare adesso. Da dottore ti consiglio qualche cazzo in meno, magari.»

So che l’ho fatto incazzare, Riccardo ama dare consigli agli altri ma fatica a seguire se stesso, qualche anno prima si era perso anche lui nei torbidi meandri del tradimento, doveva sposarsi Antonio, andare a Parigi in un loft super bohemiens e vivere la “joie de vivre”, poi una lezione di tango alle cinque di pomeriggio a Milano aveva sconvolto i suoi piani matrimoniali e parigini.

Aveva conosciuto un cubano di vent’anni più giovane e insieme si erano messi a fare i bambini innamorati e ciechi, dimenticandosi delle rispettive famiglie.

Sara lo aveva detto che quel cubano lo avrebbe lasciato in pochi mesi, ma Sara in effetti le cose le ha sempre sapute subito, come al nostro primo appuntamento in cui ci aveva dato al massimo cinque anni di durata in garanzia, al settimo avevamo perso le istruzioni d’uso su come ritrovarci.

Adesso che sono arrivato nel mio studio blu e avorio, anche la segreteria pare stupida che non abbia annullato la seduta delle undici.

«Dottore, pensavo non venisse.»

«Le ho detto forse che non venivo?»

«No.»

«Ecco, appunto. Il paziente è qui?»

«Sì, il signor Baioni la sta aspettando nella stanza 2.»

Vado nel mio bagno, controllo la camicia, le occhiaie sempre profonde e le vene ancora più blu, mi bagno i polsi, respiro profondo e poi entro piano nella stanza.

Lorenzo è lì, seduto con le gambe accavallate e nervose, che pare smangiucchiarsi a mente la moderna poltroncina di acciaio e cuoio.

I suoi capelli sono di un biondo miele delicato e gli occhi si fanno vispi appena mi vede.

Respiro ancora, invisibile a lui.

«Ciao Lorenzo, allora come stai oggi?»

Ci sono diverse tipologie di pazienti, chi non risponde fino alla fine della seduta e chi come un fiume in piena comincia a parlare senza argini, Lorenzo è fra quelli.

Unico tema disponibile: la rottura con Maria, la sua fidanzata storica.

Così, mentre io potrei scrivere a memoria la sceneggiatura dei suoi monologhi d’amore, mi tocca anche essere complice della sua sciagura, gli amori finiscono e non sai nemmeno il perché.

«Perché?»

«Perché cosa Lorenzo?»

«Perché mi ha lasciato, dottore? Stavamo bene insieme.»

Sono quasi arrivato alla conclusione che tutti quelli che dicono così, bene insieme non stavano affatto, trascinando uno stato di fondo logoro in cui l’altro non si è mai sopportato.

«Lorenzo, a volte non c’è un motivo scatenante. Finiscono le funzioni, o finiscono delle versioni di noi stessi.»

Quando lo congedo e lo invito alla prossima settimana, lui mi dice che non verrà, fa sempre così, torna a distanza di mesi dicendo che sta bene, che i dottori sono per matti ma ha voglia di farsi una chiacchierata.

Per me sono comunque duecentotrenta euro incassati facili, ma so bene che non voglio fare il suo tragitto di dolore, così scrivo a Sara per vedersi e darci quella fine di cui entrambi abbiamo bisogno.

Lei mi aspetta il giorno seguente sull’angolo del nostro bar preferito, un locale punk innovativo, con caffè americani per cui lei impazzisce, a me fanno schifo, e non so perché per anni ho finito per berli anche io.

Indossa il maglione arancione che le ho regalato al suo onomastico, in netto contrasto con i suoi capelli nerissimi.

Al dito non c’è più nessun anello.

Ma questo è un grande classico, quando rivediamo un ex c’è sempre qualcosa di nostro e qualcosa che non lo sarà mai più, maglione e anello definiscono perfettamente come Sara arriva emotivamente al nostro appuntamento, come a dirmi, sei stato importante ma ora non lo sei più.

Quando beviamo quei caffè americani schifosi nessuno dei due si odia, c’è solo la tristezza di non essere parte dello stesso puzzle.

Lei mi tende la mano e ci abbracciamo con le nostre dita.

«Forse è meglio che ordini un cappuccino.»

Scoppiamo a ridere, sereni, finalmente ha capito i miei gusti.

Sulla tv appoggiata ad un mobiletto giallo fluo, passa momentanea la notizia di un brutale omicidio, uomo ammazza ex compagna nel bagaglio della sua auto.

«Cazzo, è un mio paziente.»

Sara mi guarda a lungo.

«Chi, lei o lui?»

«Lui.»

«E non avevi capito che…»

«Stupidamente, no.»

Il cameriere arriva finalmente con il mio cappuccino, Sara mi stringe il dito più forte, forse avrei dovuto davvero andare a quella partita di squash.

Ma le cose si capiscano solo quando finiscono. 

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Discussioni

    1. @LauraLaStella questo finale era già nato in me da subito, anzi direi quasi che mentalmente era l’inizio del mio volere scrivere questo risvolto ma in mezzo alle abitudini e alle leggerezze della vita quotidiana. La cronaca e il lato dark irrompono attorno a noi e volevo trasmettere qualcosa di estremo senza alcun evento tragico scatenante. A volte siamo spettatori involontari delle tragedie e non riusciamo a vederle, fermarle. Nemmeno volendo. Questa forse è la vera tragedia. Grazie per avermi letta, nonostante ti abbia shoccata sul finale.