Le Memorie del Partigiano

«Nonno, mi racconti della guerra?»

Era la prima cosa che Erik chiedeva quando andava a Monterey per le vacanze e l’ultima prima di partire per Boston. Mentre i genitori sistemavano i bagagli nella camera degli ospiti correva in veranda, sapendo di trovare lì il nonno. Ricordava perfettamente la sua espressione a quella domanda: impallidiva e il suo sguardo si faceva vuoto. Allungava la mano sinistra per prendere un sigaro e lo accendeva con mani tremanti, disperdendo il fumo con la destra.

«Un giorno, Erik. Quando sarai grande.»

Al pari di tutta la famiglia, lo considerava un eroe: aveva combattuto la Seconda Guerra Mondiale, Enrico, e alla fine del conflitto si era imbarcato per l’America con pochi spicci in tasca. Arrivato a Monterey si era adattato a fare il manovale in un cantiere edile e con il tempo aveva appreso il mestiere tanto bene da guadagnarsi la fiducia del suo datore di lavoro: erano divenuti soci ed Enrico aveva potuto assicurare alla famiglia una vita più che dignitosa. Era un uomo buono; un uomo mite. Era divenuto padre a quarant’anni, nonno a sessantacinque. Con il tempo i capelli e i folti baffi si erano incanutiti, ma la sua mole era rimasta quella di un grizzly. Uno dei ricordi più cari di Erik era legato alla scogliera: era stato il nonno a portarlo lì per la prima volta. Lo aveva alzato di peso, senza difficoltà, e se l’era messo a cavalluccio sulle spalle promettendogli che lo avrebbe portato in un luogo magico.

E lo era davvero. Il vento portava fino a lui il riflesso della spuma delle onde del mare, che gli bagnava la pelle in minuscole gocce simili a rugiada. Nel tempo non aveva perso l’abitudine di inerpicarsi fino a lì con nonno Enrico, sedendo con lui per delle ore con lo sguardo rivolto al mare. Non sempre condividevano i momenti vissuti nella lontananza. Entrambi traevano intima soddisfazione anche dal silenzio, respirando a pieni polmoni l’odore della salsedine. Il loro rapporto era maturato e nonno Enrico non aveva faticato a rivolgersi a lui come ad un uomo, ancor prima che lo facessero i suoi genitori.

Due anni prima il nonno gli aveva affidato un compito importante. Sebbene gli fosse stato diagnosticato un male incurabile, non aveva accettato alcun compromesso con il suo corpo e aveva condotto la vita di sempre. Aveva trascinato Erik lassù, dicendogli di dovergli parlare.

«Ricordi, quando mi chiedevi della guerra?»

Erik aveva annuito. Quando si era fatto abbastanza grande da capire che la guerra non era un gioco, aveva smesso di tormentarlo.

«Ho scritto delle memorie; le conservo in cantina, in una botola interrata. Quando sarò morto, vorrei che tu le trascrivessi e le pubblicassi. Ma devi fare un giuramento.»

Erik si era sentito onorato per quel compito. Ricordava che gli occhi si erano fatti umidi dalla felicità: trascrivere il diario avrebbe reso il suo ricordo per il nonno ancora più forte.

«Chiedimi qualunque cosa.»

«Devi pubblicare quelle pagine così come sono: date e nomi compresi. Lo devi fare ad ogni costo.» Gli aveva rivolto uno sguardo feroce, tanto che Erik era arretrato di un passo; sgomento. Pochi secondi e scomparve, ma Erik mai avrebbe pensato di vedere una simile oscurità in quegli occhi cerulei. Erano quelli di un estraneo

«Lo prometto.»

Alla sua morte aveva atteso il termine della veglia funebre prima di recuperare lo scritto; semplici fogli strappati da un quadernone ricoperti da una calligrafia fitta fitta.

Erik aveva raggiunto la scogliera per entrare in comunione con lo spirito del nonno, certo che leggendo quelle pagine avrebbe compreso di più il giovane Enrico. L’eroe. Il partigiano.

“Bogli. Il casale. Il primo ricordo è la puzza di merda di vacca. Copriva tutto, compreso l’odore del vomito e del sangue…”

Erik aveva continuato a leggere sentendo la gola inaridirsi. Si era costretto ad andare fino in fondo, consultando ogni notizia che era riuscito a reperire in rete grazie al cellulare che aveva portato con sé. Non era così sciocco da pensare che una guerra, una qualsiasi, potesse essere santa ma per lui quella a cui aveva partecipato il nonno lo era stata.

Erik sentì il viso bagnarsi di lacrime.

Anche se amava l’Italia e vi aveva soggiornato per un master, non aveva mai sentito nominare Bogli. Scoprì che si trattava di un paesino della Val Boreca; un insignificante frazione di un altrettanto, per lui, insignificante paese di montagna. Dopo la guerra era stato abbandonato in favore delle opportunità offerte dalle vicine città. Era un luogo abitato per gran parte dell’anno da fantasmi, tranne che nel periodo estivo: vi tornavano le famiglie d’origine per le vacanze. Mai avrebbe immaginato che uno dei casolari avesse accolto un lager.

Aveva sempre associato i campi di concentramento ai nazisti e ai fascisti: strutture ampie, lugubri, edifici spogli delimitati da filo spinato. Scoprire che un ristretto numero di partigiani si era macchiato di violenze e torture simili, indiscriminate, lo colse del tutto impreparato.

Nonno Enrico descriveva con accuratezza il periodo trascorso al casale. Non vi era entrato come vittima, bensì come carnefice. In quel luogo erano perite più di cento anime, colpevoli di aderire all’ideologia fascista o sospettate di collaborazionismo; i loro corpi erano stati deturpati, violati ancor prima di trovare la morte. Uomini e donne.

Il nonno aveva appuntato con puntigliosa precisione i nomi delle vittime e dei commilitoni: quasi fossero rimasti impressi nella sua mente marchiati a fuoco vivo. Erik immaginò che parecchi di quei partigiani fossero defunti, forse onorati da un monumento che riportava inciso il loro nome. Quelle pagine avrebbero distrutto intere famiglie, compresa la sua. Bimbi ormai adulti che, come lui, avevano guardato al nonno come un eroe: un salvatore.

Le sue mani abbandonarono di propria volontà le pagine che tenevano strette e queste caddero sul suolo roccioso.

Erik chinò il capo, con il respiro rotto: si sentì tradito, quasi gli fosse stata strappata una parte della sua infanzia e la disperazione alimentò le lacrime fino a sfogare in un pianto corposo. Tolse gli occhiali e cercò di arginarlo senza successo.

Cosa doveva fare? Maledisse Enrico con tutta la sua anima. Quell’estraneo dagli occhi di fuoco che aveva scorto per un momento in quelli del nonno.

Le pagine avevano già iniziato ad impregnarsi di umidità ed Erik comprese di dover prendere la sua decisione in fretta.

Mantenere la promessa fatta ad un codardo? Enrico aveva atteso la morte prima di liberare la coscienza da quel peso: aveva lasciato ad altri il compito di lavare i panni sporchi.

Gettarle nel vuoto e lasciare che l’inchiostro sbiadisse a contatto con l’acqua del mare?

Mentre meditava di agire in tal senso, gli sovvenne la risata tonate del nonno; le braccia calde, l’odore dei sigari toscani che si faceva spedire da un lontano cugino di Lucca. Gli occhi del “suo” Enrico erano sempre stati limpidi e, per Dio, ancora lo amava. La rabbia svanì com’era giunta e si trovò svuotato.

Anche se Erik avrebbe preferito dimenticare tutto, il vaso era stato rotto: impossibile riunire i cocci e farlo tornare quello di prima. Si trovò a pensare che, al contrario, altri vasi potevano trovare il pezzo mancante proprio in quello scritto: i familiari delle vittime avevano diritto di conoscere l’identità degli assassini.

Si era cullato al pensiero di avere una scelta, ma così non era. Doveva solo trovare la forza per mantenere fede alla promessa; quella ai suoi piedi era un pezzo di Storia che meritava di essere narrata e trascritta.

Si alzò e, dopo aver raccolto tutte le pagine stringendole al petto come un tesoro maledetto, rivolse un ultimo sguardo al mare; le onde si frangevano sulla piccola spiaggia creando mulinelli e spuma, seguendo il ritmo del suo cuore agitato. Sospirò, consapevole che non avrebbe fatto ritorno in quel luogo per molto tempo. Doveva riuscire a mettere in ordine in se stesso e perdonare. Forse, un giorno, sarebbe riuscito a fare pace con la memoria di nonno Enrico e godere ancora una volta di quel panorama.

Un libro attendeva di essere scritto.

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Discussioni

    1. Grazie, sono felice che il racconto ti sia piaciuto. Sono uscita dalla mia confort zone, ma sono contenta di averlo scritto. In quel periodo avevo letto un articolo che parlava di quanto era accaduto a Bogli e, come ti ho scritto nel messaggio, la vicenda mi aveva colpita. In guerra siamo soliti pensare che una fazione sia migliore di un’altra, mentre la battaglia fra bene e male si gioca in ognuno di noi.

    1. Ciao Martina, sono contenta che il racconto ti sia piaciuto. Sono più a mio agio con i racconti fantastici, ma di tanto in tanto provo a scrivere altro e sono felice di riuscire a conquistare l’attenzione del lettore 😀

  1. Ho tante cose da dire su questo racconto, ma sono aneddoti personali e preferisco tenerli per me.

    Secondo me è uno dei lavori che ti è meglio riuscito: complimenti.

    1. Ciao Raffaele, sebbene non fossimo ancora nati questa guerra fa parte di molti di noi. Tutti portiamo in dote i ricordi dei nostri cari, diversi ma simili nella sofferenza. Un’amica di Roma mi ha raccontato che lì la situazione è stata piuttosto pesante 🙁

    1. Ciao Kenji. E’ vero, in questo lab ho toccato un tasto dolente e in ombra: per ricordare che la guerra è atroce e anche dalla parte dei presunti “giusti” si può celare l’orrore

  2. Micol, non mi aspettavo l’orrore partigiano, la caduta di una figura di riferimento, il coraggio di andare avanti e di onorare la memoria del nonno, nonostante il suo torbido lassato. Hai scritto un Lab con i contro fiocchi, con il poco spazio che avevi… complimenti davvero, mi è piaciuto.

    1. Ciao Tiziano, come ho già detto quando ho visto il video per il lab mi sono chiesta cosa poteva essere scritto in quei fogli per aver sconvolto il protagonista. Siamo abituati a dare dei cliché, nel bene e nel male, e ho deciso di utilizzare un articolo che avevo letto tempo fa sulla Guerra “sporca” . La caduta di un mito intimo, un eroe, vale bene tanta disperazione. Alziamo il dito sul “mostro” straniero, senza renderci conto che in realtà l’oscurità umana non serve un’unica bandiera.

  3. “Scoprire che un ristretto numero di partigiani si era macchiato di violenze e torture simili, indiscriminate, lo colse del tutto impreparato.”
    Questo è un colpo di scena non da poco. Ora la riluttanza del nonno sul parlare degli orrori della guerra è più chiara

  4. Ciao Micol, inconsapevolmente abbiamo scritto tutte e due della guerra. Il punto di vista del nipote tradito è molto reale e il colpo di scena arriva dritto al cuore, spigando la riluttanza del nonno a raccontare. Belle le descrizioni delle sensazioni dei protagonisti e quell’univa frase che riporti dal diario del nonno: cruda e violenta. Lab azzeccatissimo

    1. Ciao Virginia, il tuo racconto mi è piaciuto moltissimo e generato un grande problema di identità. Vedi mai che con l’età sto diventando romantica!
      A parte gli scherzi, sono contenta che il mio ti sia piaciuto nonostante tocchi un argomento controverso. Sono felice che sia arrivato così come volevo

  5. Ho iniziato la lettura con il magone, perché mio nonno fu partigiano e quando noi nipoti eravamo troppo piccoli si dilungava in racconti che a noi non suscitavano interesse…troppo piccoli noi, troppo immenso lui. Adesso mi mangio le mani…cosa non darei per una lunga, lunghissima chiacchierata con lui.
    Poi mi hai spiazzata. Hai tirato fuori un lab stupendo, molto impattante e imprevedibile. Bello, vero e di grande coinvolgimento. Mi hai tolto il magone e sono entrata nella storia appieno.
    Molto molto bello.

    1. Ciao Maria. Questa è una parte della Storia cara a tutti noi: i nostri nonni l’hanno combattuta, in un modo o nell’altro. Ho avuto la fortuna di poter crescere con una nonna che è vissuta fino a un paio di anni fa: aveva 97 anni! Sempre lucida, concentrata, e ho potuto godere delle sue memorie. Per fortuna, non troppo drammatiche: dalle mie parti, in campagna, la guerra veniva percepita diversamente.
      Sono felice che il lab ti sia piaciuto, nonostante io abbia toccato delle corde delicate. Grazie 😀

  6. Bellissimo Lab, Micol. Mai banale.
    Hai fatto una scelta coraggiosa, andando se vogliamo contro corrente rispetto al sentir comune, senza sfociare in un revisionismo facilione, ma raccontando la vicenda con intelligenza, facendoci passare attraverso l’incredulità e la dolorosa accettazione di Erik.
    Premesso che il messaggio di ciascun testo scritto è la combinazione di ciò che ci scrive l’autore unito a ciò che ci legge il lettore (quindi potrebbe non combaciare al 100% con ciò che avevi in mente tu) quello che mi porto a casa io è che la guerra è una cosa sporca, che non ha nulla di romantico, che “questi sono i buoni e quelli i cattivi” è un’idealizzazione che facciamo noi per quietare il ribollire della coscienza. Che se messo alla prova, l’essere umano può dare il meglio di sé. Ma può anche dare il peggio.
    Che siamo Luce ed Ombra.
    (Come ci insegna Dario, di cui ho appena letto il Lab, e che accoppiata di racconti perfetta, così per caso).

    1. Ciao Sergio, sei in linea con il mio pensiero. Avevo letto di Bogli qualche mese fa e mi è tornato in mente quando ho cercato di immaginare cosa potesse aver sconvolto quel ragazzo sulla scogliera. Siamo soliti dare una faccia univoca a “buoni” e “cattivi” e parlare di un nazista espatriato in Argentina sarebbe stato troppo facile e, in fondo, riduttivo. Gli esseri umani possono commettere atrocità, come dici tu dare il peggio di sé, qualsiasi sia la bandiera per la quale combattono. Il lab di Dario ha colpito anche me per lo stesso motivo: in un modo o nell’altro, abbiamo chiuso il cerchio

    1. Ciao Stefano, ti ringrazio 😀
      Ogni tanto sperimento uscendo dalla mia zona “confort”, sono felice di essere riuscita a rendere questa storia così come desideravo.

  7. Ciao Micol. Avevo immaginato dove volessi andare a parare, ma ciò non toglie che hai scritto un racconto di grande impatto! La vicenda, nuda e cruda così come l’hai narrata, mi ha travolto. Sei davvero brava con i lab, mi pare di avertelo già detto, e “Le Memorie del Partigiano” ne è la dimostrazione! 🙂

    1. Ciao Giuseppe, questa volta il lab “triste” ha innescato in me tristi pensieri. Già di per sé la guerra è orribile, non guarda in faccia nessuno: ogni guerra, in ogni luogo e tempo, lo ha dimostrato. Cos’è un “mostro”? Il prodotto di una contingenza, di un momento in cui prevale la follia? Credo esistano emozioni in grado di alterare la percezione di alcune persone, al pari di una droga che può provocare “sdoppiamento”.

  8. Bel lab, davvero. Essendo “abituato” a sondare l’oscurità dell’animo umano, non ho faticato a comprendere l’evolversi della vicenda. Sapevo già dalle prime righe dove saresti andata a parare. Eppure questo racconto è riuscito a colpirmi nel profondo. Vero e doloroso. Bravissima.

    1. Ciao Dario, grazie mille 😀
      Come sai anch’io mi sono ritagliata un pezzettino di oscurità, anche se in questo racconto forse ho sconfinato un tantino nel “tuo” ;D
      A parte gli scherzi. Come ho detto ad Alessandro di recente ho letto di Bogli e la storia mi “chiamava”…

  9. Come sempre Micol mi stupisci, ho letto questo brano con l’anima lacerata in due. Un’idea bellissima, uno stile coinvolgente e emozionante.
    La guerra fa schifo e orta sempre con sè mostri e abissi, io che sono nato alle pendici degli appennini e sono cresciuto con l’ideale dei Partigiani eroi liberatori, cosa che penso tutt’ora, ho faticato a digerire questo brano, ma so che non scrivi mai cose a caso, che ti sarai documentata e nonostante mi abbia un po’ ferito (mio nonno era un partigiano) devo ammettere che l’ho apprezzato.
    Bellissimo LAB

    1. Ciao Ale, sapevo che questo racconto avrebbe mosso qualcosa e prima di scriverlo ci ho riflettuto. L’arco storico che accoglie coinvolge emotivamente tutti noi, io per prima. I nostri nonni hanno combattuto quella guerra con generosità credendo fermamente nella libertà. Avevo letto di Bogli recentemente e quando ho cercato di pensare cosa avesse letto di tanto sconvolgente il ragazzo della scogliera è nata questa storia. Pensiamo tutti che i mostri siano lontani, il solo pensare di “conoscerne” uno ci sconvolge nell’intimità. Potevo optare per qualche nazista rifugiato in Argentina, ma la vicenda di Bogli mi chiamava.