Le notti

Le notti di Christina

Christina saluta l’uomo che l’attende sulla soglia. Lei è puntuale, ma lui ha fretta di andare. È un tipo che ha visto poco, di cui non ricorda il nome. Le dà precise istruzioni e le raccomanda di fare attenzione. Se la flebo finisce, e lei non la chiude in tempo, l’aria entra nelle vene. Ma Christina lo sa: è una delle prime lezioni che le hanno impartito al corso.

Se vorrà lavorare a lungo in Italia, dovrà regolarizzare la sua posizione. Christina però tergiversa, finché ci sono ammalati di cui nessuno può occuparsi e gente che la paga in nero. Come quel signore che sta andando via, il quale ha una vita talmente piena da non poter sacrificare una sola notte al capezzale del suo congiunto.

Nella stanza i corpi trasudano medicinali. Christina si avvicina al letto e saluta il signor Patrizio, toccandogli con delicatezza la mano. Il tumore al cervello di questo povero ottantenne, rinsecchito e avvolto nel lenzuolo come in un bozzolo, non basta. Ha perso anche la vista, assieme a un poco del suo proverbiale sesto senso. Lui pare contento che la donna sia lì, e afferra il suo braccio come si farebbe con un salvagente in mezzo al mare. Dovrebbe fare la chemioterapia, ma i valori del suo ematocrito sono talmente bassi.

La sacca, col liquido biancastro che lo alimenta, è attaccata al tubicino della flebo. Mentre gli sistema il cuscino, Christina sente le ossa della schiena aderire alla sua mano; le gambe lunghe, una volta muscolose, ridotte a povere ossa. Gli offre un po’ d’acqua e, mentre l’uomo annuisce, gli bagna le labbra.

Il vicino di letto sta anche peggio. Perché è giovane, bianco come il lenzuolo che arriva a coprirgli un pezzo di faccia. Girato sul fianco, forse sta già dormendo. Di lui si vede il drenaggio, appoggiato ai piedi del letto.

Un infermiere entra a controllare e cambia una sacca alla flebo del signor Patrizio. Piccolo e raccolto nel suo letto, l’anziano ha iniziato a russare subito dopo aver messo in funzione l’orologio speciale che porta al polso e che scandisce ad alta voce. Sono le ore 21:07.

Sarà una lunga notte. Lo sa bene Christina. Quando le luci si spengono, i pazienti si ritrovano in balia dei loro fantasmi. I respiri si fanno pesanti, c’è chi si lamenta. I campanelli non smettono di suonare, perché in reparti come quello mai niente riposa.

Lei rimane a vegliare il signor Patrizio. Non osa chiedere una poltrona, perché è una badante moldava venuta in Italia a cercare lavoro. È minuta, unisce due sedie. Patrizio permettendo, in quella posizione scomoda potrebbe anche riuscire a farsi un sonno.

Cerca di pensare alle cose belle, Christina. Ai soldi che presto potrà spedire a casa, affinché sua madre comperi tutto quello che serve a Mina. Una figlia che non vede da due anni, affidata alle cure di una brava nonna. Christina ha paura che si dimentichi il suo viso e per questo ha mandato una foto in cui sorride, con la messa in piega fatta di fresco, da appendere accanto al letto della bambina.

Mentre pensa alla figlia, cercando di ritrovare il profumo dei suoi capelli, Christina si assopisce e perde un po’ il tempo.

A svegliarla è la voce dell’orologio del signor Patrizio. Sono le ore 4:04.

Lo conosce quell’olezzo. Così accarezza un braccio al vecchietto e gli fa sapere che esce a cercare un cambio.

Il carrello è nel corridoio, dove un’infermiera dice a Christina di prendere pure tutto quello che le serve. Quando torna in camera, avverte più forte l’odore nauseabondo. Il ragazzo continua a dormire: se è sveglio non lo dà a vedere.

Christina fa rotolare il signor Patrizio su un fianco, evitando così che il disastro diventi ancora più umiliante. Una volta isolata la fonte, utilizza per detergere delle salviette profumate. Mentre lo fa, Christina pensa a Mina; oppure è talmente abituata che niente più la scalfisce. Quando finalmente riesce a mettere il pigiama al signor Patrizio, e lui si gira nel letto con un’espressione appagata, Christina si sente fiera del suo lavoro. Lei è una donna utile, che fa quello che nessuno vorrebbe più fare.

Il resto della notte prosegue senza intoppi, non fosse per il ragazzo, compagno di stanza, che si alza per andare in bagno. Le ciabatte che strisciano sul pavimento, il palo della flebo che stride, quando le rotelle si mettono a scorrere sul linoleum. D’un tratto il signor Patrizio si desta e chiede da bere. Christina arriva solerte, con una garza imbevuta che lui trattiene fra le labbra, come fosse stata attinta da una fonte preziosa.

Poi non succede più niente, finché il sole fa capolino dalle persiane abbassate e la luce penetra nella stanza.

Christina allora prepara il signor Patrizio, facendogli indossare un pigiama pulito che ha trovato nel suo armadietto. Alle 7:59 tutto è pronto. Saluta e gli dice che la figlia sarà lì a momenti. E infatti, pochi minuti dopo un donnone biondo, fasciato in un tailleur color crema, fa la sua comparsa nella stanza. Si affretta a chiedere come sia andata la notte e infila i soldi nella mano ruvida di Christina.

«Mi raccomando, devi tornare stasera alle otto precise, per dare il cambio a mio marito», conclude girando le spalle. La donna sta dicendo al padre che adesso è arrivata lei, e che devono attendere i medici che stanno passando in visita.

La badante moldava si allontana. Ha un autobus da prendere, per recarsi a svolgere servizio in una famiglia del centro. Pulizie e stiro fino a mezzogiorno. Se finisce presto, forse potrà andare a prendersi un gelato. Di quelli artigianali, al bar che fa angolo con la Rinascente. E poi via a casa, a riposare un po’. Ma solo dopo essere passata da una vecchietta che abita all’ultimo piano di un palazzo senza ascensore, alla quale fa la spesa.

Nell’economia della sua esistenza, il signor Patrizio l’attende. La famiglia del centro ha bisogno di lei, così come la vecchietta. E poi ci sono Mina e sua madre, che ci contano per vivere.

Christina prega di avere sempre la salute e di non essere costretta a fermarsi. Questa è la sua paura più grande: un incubo che non le dà pace. Più di tutte quelle facce di malati che, se chiude gli occhi, ancora adesso vede. Ma lei ha un motto: mai darsi per vinti. Ci crede e lo fa suo.

Così riesce a tirare avanti. Per quanto triste e solitaria possa essere la sua vita.

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Discussioni

    1. Ciao Kenji. Purtroppo sì. Tre anni fa, quando mio papà era ricoverato in oncologia, diciamo che ho visto… tante cose. Un abbraccio.