Le petit forgeron 

Parigi in settembre non ce la saremmo mai aspettata così, nelle piazze, nei palazzi alti ed eleganti, su tutti i ponti e sulle statue ricoperte d’oro puro, il sole racchiudeva sfaccettature calde e campagnole, come se non fossimo realmente dentro una delle metropoli più grandi al mondo.

Lungo la senna i salici piangenti intingevano le loro foglie nell’acqua, come i pittori inzuppavano i pennelli nei colori ad olio, raggomitolati su ogni marciapiede, accovacciati con i gatti sui tetti o con infinite sigarette accese lungo i bistrot.

Il profumo di baguette era ovunque, insieme a quello della vernice o dei ristoranti indiani abbinati a fianco di quelli italiani, poi di nuovo francesi e alcuni cinesi, il soffice richiamo di brioche mischiato ad un esotico curry.

Ovunque per le strade la gente faceva lavorare le mani, c’era chi preparava delle basi di argilla per la strada, chi gonfiava bolle di sapone, chi intrecciava uncinetti per farne braccialetti, e mobili antichi ovunque, uomini panciuti imbevano assai di legno nel flatting, con un catino di acqua accanto e delle spugne per asciugarne l’eccesso, mentre poco lontano, nelle prime luci della mattina, qualcuno stappava già tappi di champagne.

Noi eravamo innamorati e senza molto da fare, ci eravamo messi via una parte di soldi per viaggiare e avevamo destinato un mese della nostra vita a fare niente, passavamo le ore tra i bistrot e i locali notturni, tra battelli e passeggiate nei giardini, quasi tutti i giorni lui mi portava alle giostre in Trocadéro, salivo sui cavallini dondolanti e intanto da poco lontano ammiravo la Torre Eiffel, speravamo che quel mese ci desse le risposte mancanti sulla nostra vita.

Io ero appena uscita dall’accademia delle Belle Arti di Carrara e in un attacco di dubbi artistici, mi chiedevo se il mio talento sarebbe mai bastato a farmi vivere come stavo vivendo in quel momento, con il basco leggero sulla testa e una spensieratezza tale da inibire qualsiasi critica artistica.

Lui, una laurea da poco conquistata in giornalismo, aveva il pallino del buon vino e il tenore di una vita difficile da permettersi con i pochi articoli che scriveva, bazzicava in molte redazioni ma nessuno lo assumeva mai, e come mi diceva ormai da un anno, mancava poco affinché finisse il suo grande romanzo.

Sul concludere di quel settembre che combaciava con il terminare della nostra vacanza, scoprimmo finalmente il quartiere che più di tutti, nell’immaginario, avevamo tratteggiato con sogni fantastici, Montmartre si erigeva davanti a noi come un acquerello predominante di edera e pezzi di carboncino nelle mani degli artisti.

“Hai fame?”

Il suo sorriso incastonato nel sole.

“Un po’.”

E la sua mano certa nel prendere la mia.

Lungo una discesa disseminata di vigne e musei impressionisti, appena lasciata la folla più grande dei ritrattisti, un piccolo casale ricoperto di edera ci accoglieva per mangiare, il cartello all’ingresso recitava “Le petit forgeron.”

Una donna minuscola e dal viso dolce ci fece accomodare.

“Bienvenue messieurs”

Ci siamo accomodati su un tavolino di ferro battuto mentre alle nostre spalle un vecchio mangiatolo era diventato la vasca in cui riempire le brocche bianche dell’acqua.

“È bellissimo, qui.”

Annuivo a Paolo, distante, cercando di immaginare che persone saremmo state al nostro ritorno.

“Hai ragione.”

Ma io guardavo solo tutto il ferro armonioso che ci girava attorno e pensavo alle mie mani, a quello che davvero erano in grado di creare.

“Pardon, siete italiani?”

“Sì.”

“Anche io, se volete potete ordinare a me.”

Abbiamo annuito e ordinato del riso bianco e del coniglio.

“Molto bello il vostro arredamento.”

“Lo fa Alain, il vecchio fabbro di qui. È suo il casale.”

“E lavora ancora?”

“Giorno e notte, lo potete ammirare nella stanza in fondo alla strada e se volete tutto l’arredamento è in vendita.”

Poi scomparve in un attimo, fluttuante nel suo abito a fiorellini.

“Che dici, ci facciamo portare qualcosa a casa?”

Ma lui, lo sguardo perso nel vino rosso locale, sembrava non voler rispondere.

“Non ora.”

“E quando? Quando saremo partiti?”

“Io non torno a casa, non subito.”

“E dove vai?”

“La redazione mi manda per un mese in Spagna.”

“E me lo dici così?”

L’edera oscillava nel vento e due angeli di ferro volavano appesi ad un fio di corda sull’albero appena sotto di noi.

“Non sapevo come.”

“Allora io rimango qui.”

“È da folli, come farai?”

“Un modo lo trovo, stai sicuro.”

Mentre la cameriera che parlava italiano ci serviva il nostro riso, noi due non avevamo idea che sarebbe stato il nostro ultimo pranzo insieme.

La mia conoscenza con Alain cominciò così, con una storia d’amore lasciata alle spalle un’arte che non sapevo come svolgere.

Ogni mattina salivo a Montmartre e prendevo due croissant nel bar di quel casale, poi scendevo ancora pochi passi lungo la discesa, sceglievo la panchina più vicina e dal portone rosso aperto, guardavo Alain forgiare ogni tipo di ferro, svolazzavano ad ogni istante scintille iridescenti e il suo corpo minuto ma tozzo, rimaneva fermo e fedele nei gesti che chissà quante volte aveva già messo in scena.

Tutte le mattine per due settimane, fino a che all’inizio della terza me lo trovai accanto sulla panchina.

“Pardon mademoiselle, parlo poco poco italiano, ma vorreste aiutarmi?”

Mi indicò la stanza piena dei suoi lavori, mi tirò a sé e incominciai a lavorare con lui.

Ogni mossa, ogni calore, ogni precisione lui me la spiegava con metà parole francesi e metà italiane, avevo caldo e sudavo, e quando tornavo in albergo mi scoprivo sempre con qualche nuova ustione.

Furono mesi durissimi e da lontano la mia famiglia continuava a dirmi che non era un lavoro per una donna, non adatto ad una signora, ma io forgiavo e imparavo e stavo bene e imponevo ai miei occhi di abituarsi al buio necessario a quel lavoro.

Creavo oggetti per le fiere e facevo piccole lavorazioni nelle abitazioni, a poco a poco Alain mi demandava i lavori in girò per la città mentre a gesti cercavo ancora di farmi capire dai parigini.

Poi, in una mattina di marzo, con il vento ancora gelido dell’inverno appena passato, Alain mi aspettò fuori sulla panchina, come la prima volta che mi insegnò il suo mestiere.

“C’est notre au revoir.”

Mi stava dicendo addio ed io non la capivo, non comprendevo che mi aveva già insegnato tutto quello che sapeva e che mi stava rendendo libera di essere me stessa.

Tornai a casa qualche giorno dopo, completamente disabituata ad essere italiana, nello stesso punto esatto di quando ero partita, che fare della mia vita?

Ogni mattina mi mancava l’odore del ferro, la sensazione di bruciore sulla pelle, la gente che ti racconta le sue storie mentre fai qualche riparazione, e poi, esattamente non so come, sono diventata artista.

Cercavo qualcuno come Alain con cui continuare a collaborare e ad ogni lavoro creavo un’opera o una scultura tutta in ferro, qualcuno ha iniziato a comprarle e qualcun altro ancora a commissionarmele.

“Lei è un’artista.”

“On no, sono solo un petit forgeron.”

E tutte le volte che lo dicevo nessuno capiva, e tutte le volte che lo dicevo Alain mi mancava.

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Commenti

  1. Marta Borroni Post author

    @antoninotrovato vai a Parigi, assolutamente!
    In tanti mi dicono del mio tocco rosa, sarà un involontario marchio di fabbrica, ma sono felice di trasportare così fortemente, in ogni caso il lettore!
    Grazie per leggermi, soprattutto la serie, devo recuperare i tuoi commenti e presto lo farò, comunque se avrai voglia di cercare, qui su EO ho scritto anche storie forti, non in rosa.
    A presto 😀

  2. Antonino Trovato

    Ciao Marta, racconto divorato in men che non si dica, non sono mai stato a Parigi, ma tu mi ci hai portato con la mente grazie alle tue minuziose e poetiche descrizioni che uniscono la personalità dei personaggi con lo scenario attorno. La tua narrazione mi coinvolge sempre, anche se ammetto il “rosa” non è il mio genere, ma anche leggendo a piccoli sorsi la tua serie rimango affascinato dal tuo modo di raccontare e descrivere😊! Un saluto, alla prossima!

  3. Marta Borroni Post author

    @kenjialbani l’ispirazione viene dall’aver visto Parigi ed essermene innamorata, un posto simile esiste davvero e ci ho mangiato un coniglio spettacolare, immersa nell’edera e in questo ferro forgiato chissà quanto tempo prima e ancora bellissimo, la Francia mi tocca sempre il cuore.