Le signore delle candele 

Serie: Come le conchiglie

Porto di Genova, settembre 1927

Erano trascorsi sette anni da quando Edmondo si era recato alla Capitaneria di Porto per iscriversi alla categoria della Gente di Mare. Aveva iniziato la sua carriera come mozzo del piroscafo Principessa Mafalda e poi, dopo ventiquattro mesi di navigazione, aveva finalmente ricevuto la sua uniforme da marinaio. Adesso si ritrovava ad essere un coraggioso uomo che vegliava sulle correnti e sulle maree, sugli sbuffi del vento e sul colore delle nuvole, sui voli dei gabbiani e su quelli delle berte. Si premurava che tutto fosse al proprio posto prima che gli ufficiali di macchina riscaldassero i motori, o che i marconisti telegrafassero all’armatore le dovute informazioni. Di ogni cosa si curava Edmondo, fuorché di se stesso. 

Non voleva farlo: questa era la verità. Aveva scelto di non concedersi nessun alone di gioia, nessun’ombra di felicità, nessun briciolo di affetto, e quella era la punizione che si infliggeva quotidianamente per non essere riuscito a trarre in salvo Alma e, insieme a lei, la propria essenza.

Era soddisfatto del proprio lavoro e dell’elegante divisa che indossava con fierezza, eppure, sotto i bottoni placcati, oltre la pregiata stoffa, a qualche centimetro dalla collana di conchiglie che ancora resisteva salda al suo collo, nascondeva un malandato cuore. Lo aveva tappato come si fa con un barattolo in cui non si vuole che entri nemmeno l’aria. Lo aveva piombato, anestetizzato e incarcerato con massicce catene fino a fingere di non averlo più.

Ma nella sua lotta contro i sentimenti, Edmondo trascurava un importante dettaglio: che se per amore si soffre, senza di esso si muore.

Il Principessa Mafalda stava attraccando al porto di Genova; l’ennesimo viaggio di ritorno dall’Argentina, dopo ventuno giorni, era giunto al termine.

I membri dell’equipaggio discesero, folti come un esercito, dalla nave. Tutti avevano qualcuno o qualcosa ad attenderli: una pinta fredda, una donna suadente, un amico fedele, un prete a cui confessare i propri peccati. Tutti tranne Edmondo. Pensò, tuttavia, che avrebbe potuto approfittare della pausa per mangiare una focaccia al formaggio. Seguì, allora, i suoi colleghi incamminandosi verso quella viuzza che portava il nome di colei alla quale Cristo tanto dolore aveva risparmiato giacché molto amore aveva dispensato.

Via della Maddalena era un ammasso di osterie cadenti, catapecchie e bettole pericolanti, magazzini dismessi, panchine di legno traballanti, e tendine sistemate a mo’ di porte e separé. Era oltrepassando quegli usci che gli uomini potevano poi raccontare di essere stati in un luogo che doveva, senza dubbio, somigliare al Giardino dell’Eden. Per mezz’ora o per un’ora intera, trovavano conforto ed estasi nei letti già troppo caldi di donne di cui ignoravano spesso anche il nome individuale, ma che usavano indicare collettivamente come: “signore delle candele”. Le meretrici si erano aggiudicate quell’appellativo per la bizzarra maniera in cui scandivano la durata delle loro prestazioni. Incidevano una tacca su di un cero acceso e, una volta che la fiamma avrebbe liquefatto e cancellato quel segno, il tempo a disposizione poteva considerarsi scaduto. Edmondo mai aveva osato accompagnarsi con una di quelle ammalianti donne, non soltanto perché avrebbe sfregiato il ricordo di Alma, ma anche perché probabilmente una parte di lui sapeva che avrebbe corso il rischio di districare i grovigli di corde con cui teneva serrato il ripostiglio nel quale aveva relegato il suo cuore.

Trascorrendo le ore di riposo a “La Lepre”, locanda più celebre della zona, aveva però più volte notato una giovinetta dai capelli rossi come i fiori d’amaranto. Ci aveva scambiato qualche parola mentre lei gli versava da bere al solito consumato bancone di legno. Dopo aver incassato il pagamento delle bevande, la ragazza si congedava di volta in volta da lui con la testa china, prima di entrare in una camera dal soffitto viola* accompagnando per mano un cliente sempre diverso dal precedente. In mezzo a tutta la sfrontatezza e all’irriverenza che colmavano le pareti di quel luogo, Wanda pareva non riuscisse a respirare.

Secondo Edmondo doveva sentirsi stretta, intrappolata in un posto a cui non voleva appartenere, e una cosa in particolare lo aveva colpito: quella ragazza dal sorriso triste, a dispetto delle sue vivaci compagne, quando veniva guardata, riusciva ancora ad arrossire.

*Nota

Il particolare del soffitto viola è un riferimento intenzionale a “Il cielo in una stanza”, canzone scritta da Gino Paoli. Lo stesso aveva dichiarato che il soffitto viola menzionato nel testo era quello di una casa di tolleranza che aveva frequentato in gioventù. 

Serie: Come le conchiglie
  • Episodio 1: La collera del mare
  • Episodio 2: Desideri annodati 
  • Episodio 3: Un umano in meno meno, tre conchiglie in più 
  • Episodio 4: Tra il dire e il fare 
  • Episodio 5: Le signore delle candele 
  • Episodio 6: Il Titanic italiano 
  • Episodio 7: La notte dei desideri 
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    Commenti

    1. Martina Del Negro Post author

      Ciao Kenji, ti ringrazio per avermi seguita fin qui! Nei miei racconti, tralasciando il mio stile a volte troppo triste e nostalgico (non posso farci niente😅proietto in essi ciò che sono), cerco sempre di inserire elementi reali, particolari che abbiano evidenze storiche, o eventi verificatisi davvero. Proprio a tal proposito, ti anticipo che il prossimo episodio sarà interamente dedicato a fatti realmente accaduti (piccolo spoiler😅).
      Nel frattempo mi dedicherò alla lettura della tua serie! Un bacio