Le tre di Augusta

Serie: Conterò fino a cinque


Non prestavamo molta attenzione al nostro aspetto: indossavamo jeans e maglioni improponibili e i nostri capelli sembravano saperlo, adattandosi alla bizzarra immagine complessiva. Tuttavia, decoravamo le nostre unghie con i colori acrilici e questo, per noi, era il massimo dell’eleganza. Eravamo l’incubo degli insegnanti che, disperati, spesso ci cacciavano fuori dalla classe durante le lezioni. E noi non aspettavamo altro!

Ci chiamavano “Le tre di Augusta”.

Ho conosciuto Denebola (sì, è proprio il suo nome: la stella nella costellazione del Leone) al primo anno dell’Istituto d’arte. Ero in ritardo e non riuscivo a trovare l’aula; poi, finalmente sono entrata e mi sono seduta accanto a lei. Siamo subito diventate amiche.

Valentina, invece, la conosco da sempre: è mia cugina. Tormentò i suoi genitori per cambiare scuola (era iscritta allo scientifico, mi pare) e alla fine riuscì non solo a farsi trasferire, ma fu inserita nella mia stessa classe.

Fu così che, senza nemmeno rendercene conto, creammo un mito: insieme eravamo una forza della natura.

Non nascondo di provare ancora un certo orgoglio pensando a una mattina in cui, non avendo molta voglia di sopportare cinque ore di lezione, organizzai uno sciopero dal nulla. Iniziai a diffondere una falsa voce tra gli studenti in attesa di entrare: «Sai che oggi c’è sciopero?» dicevo a un gruppetto. Il passaparola fece il resto. Alla fine, quando suonò la campanella, lo sciopero si fece davvero, ma nessuno seppe mai per quale motivo.

Non avrei mai fatto una cosa simile se non avessi percepito la presenza delle altre due alle mie spalle: era come avere un superpotere! Non c’era niente che non potessimo fare.

Una volta, nel laboratorio di tecniche murali, io e Valentina litigammo per qualche ragione e lei mi diede una pennellata sulla guancia. Io, furiosa, presi l’intera latta di acrilico e gliela rovesciai in testa, facendogliela calzare come un cappello. Lei, subito dopo, fece lo stesso con me. Quando il professore rientrò in classe, ci trovò completamente ricoperte di colore e per poco non gli venne un infarto. Era un uomo buono e tranquillo, quindi vederlo urlare in quel modo mi fece sentire un po’ in colpa. Ma solo un po’. Ci ordinò di andare in bagno a lavarci e noi obbedimmo, infilando la testa sotto il rubinetto per rimuovere il colore dai capelli.

Ma questo era niente in confronto a ciò che facevamo durante l’ora di religione, una delle materie più odiate in assoluto. L’insegnante si presentava in classe con un giornale sottobraccio intitolato “Il problema”, come se di problemi non ne avessimo già abbastanza! Si sedeva, leggeva un articolo riguardante qualche dramma adolescenziale e poi pretendeva che ne discutessimo tutti insieme. Una volta, Deni e Vale erano sedute vicine e io invece ero nel banco dietro. La professoressa le scoprì a ridere durante la lezione e le buttò fuori. A quel punto, rimasta sola, non potevo far altro che pensare a loro due in bagno a fumare, mentre io invece ero costretta a stare lì; così tentai di tutto per farmi mandare fuori, ma inutilmente. La vita a volte è ingiusta.

Ci sarebbero altri mille aneddoti che potrei raccontare, ma credo che sia già abbastanza chiaro il genere di rapporto che ci lega da anni. Venerdì 8 maggio ci siamo finalmente incontrate dopo tanto tempo. L’appuntamento era in piazza, vicino al camioncino dei panini.

Anche rivedendo loro, come era già accaduto con altri, ho avuto la sensazione che fossimo state insieme fino al giorno prima. Non era cambiato niente, nemmeno la nostra predisposizione per le figure di merda: credo che il paninaro difficilmente dimenticherà me e mia cugina che, in preda a risate isteriche, pur essendo totalmente sobrie, non avevamo idea di come ordinare e pagare le patatine, dato che non facciamo molta vita sociale. Alla fine, però, ce l’abbiamo fatta: Vale ha persino improvvisato un “Te lo paghi?” che aveva sentito pronunciare in circostanze simili e che mi ha fatto venire i crampi allo stomaco dalle risate.

Una bellissima serata.

Continua...

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Discussioni

  1. “Non avrei mai fatto una cosa simile se non avessi percepito la presenza delle altre due alle mie spalle: era come avere un superpotere! Non c’era niente che non potessimo fare.”
    I superpoteri che solo la complicità e la forza che lega le amiche “per la pelle”, puó dare.👏 👏 👏