L’interrogatorio 

Serie: In una strana notte


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I demoni che il giovane incontra cominciano a cambiarlo. Comincia a capire di aver intrapreso, forse, una via di salvezza.

Le primi luci dell’alba sfiorarono la torre campanaria del duomo di San Pietro, e piano piano, con dolcezza, il nuovo giorno accarezzò la facciata nei suoi cornicioni, illuminando le grandi finestre rettangolari, finendo sopra la scritta “MATER ECCLESIA”. Il chiarore del sole, che apparso timido, s’affacciava scolpendo, uno ad uno, i dodici santoni fieri sui propri piedistalli di pietra, vigili sulla maestosa scalinata che come un fiume di speranza finiva nel mare della città ancora addormentata.

Dirimpetto al duomo spiccava uno stemma circolare sulla parete di un vecchio edificio dal muro screpolato. Da lì, passeggiando soprattutto nelle prime ore dell’alba si riusciva a sentire, grazie ad una finestra perennemente socchiusa, ogni discorso che veniva fatto dalle persone all’interno.

«Mi racconti tutto dall’inizio. Lasciamo stare le croci, i demoni e gli angeli. Faccia mente locale a quello che è successo ieri. Io le dico che abbiamo trovato lei steso per terra, vicino alla fontana, bagnato di acqua e sangue, era in delirio, parlava di coltello, di pipistrelli, di figlie che volavano. Lo abbiamo portato in centrale, dove ora si trova. E qui è al sicuro. Non ha documenti con sé, ci parli un po’ di lei, chi è? Come si chiama e dove abita?»

E come rinvenuto da un lungo sogno, sentii parlare un uomo con voce profonda. Diceva quelle parole familiari.

Quell’uomo stava dicendo ad un’altra persona quello che io avevo vissuto in quella strana notte.

Mi avvicinai e vidi seduto davanti a un signore calvo, un po’ in carne, un giovane. Costui  era di spalle, aveva la mia stessa pettinatura, anche se bagnati com’erano i suoi capelli ne intuì la somiglianza con i miei. Indossava un paio di jeans e un giubbotto nero, strappato nella manica destra, esattamente come il mio. Mi avvicinai tanto da esporre quasi del tutto la mia testa ben dalla finestra, era ben visibile,  ma nessuno dei tre sembrò accorgersi della mia presenza. In quella stanza si trovava anche un giovane sulla trentina seduto davanti ad un tablet che aspettava di battere le dita sulla tastiera. Il giovane era in divisa, poliziotto. Il più anziano era in borghese, pensai subito ad un commissario.

Il giovane interrogato, praticamente uguale a me in tutto, era ancora tutto bagnato, aveva vicino un asciugamano zuppo, gocciolava dentro un secchio.

Il rumore delle gocce mi perforavano il cervello. Toc, toc…toc, toc…andai appresso a quella musica pensando che forse ero ancora in pieno incubo.

Due tocchi alla porta ed entrò un signore dai capelli corti, con un grembiule bianco e un vassoio in mano, sopra tre caffè e una brioche. L’aroma dei caffè espresso e la fragranza della brioche mi riportarono alla sera precedente, quando in un bar lì vicino avevo consumato un cannolo e preso un caffellatte. Chiusi gli occhi, mi immersi fra i sapori dolci e con lentezza strofinai la lingua fra le mie labbra salate, bagnate, anche se amare.

Mi venne la forte tentazione di entrare e vedere in faccia quell’uomo. Quel giovane, tanto me.

«Vi ho raccontato tutta la verità. Io ho incontrato me stesso questa notte, dopo essermi perduto, sono rinato, dovete credermi.»

«La crediamo, certo. Ma cominciamo dalle generalità, come si chiama?»

«Io non volevo… no, è stata colpa delle circostanze, signore mi deve credere, mi creda?»

Sentii dire queste parole in maniera supplichevole. Il giovane sembrava pregare i due poliziotti di essere creduto e stava raccontando qualcosa di importante. Lo vidi agitarsi. Si strofinava continuamente i palmi delle mani sulle cosce, con scatti nervosi, come a scaricare tutta la tensione accumulata.

«Il mio nome è relativo…»

«Relativo?» disse alzando un po’ la voce il commissario. «È di vitale importanza invece. Mi dica come si chiama.»

Accorgendosi che stava un po’ gridando, mettendosi una mano in bocca, la sua voce assunse immediatamente un tono pacato, lento e confortante.

«D’accordo, d’accordo, continui, me lo dirà dopo il suo nome, non ha importanza.»

Tirò fuori un pacchetto di Marlboro, lo aprì, ne offrì al giovane che rifiutò, ne mise una in bocca, l’accese, sospirò il primo fumo come ossigeno puro, inarcando pure la testa all’indietro, non restituendo il fumo inalato, come a testimonianza della tensione che aveva in quel momento nel risolvere quella situazione. Mi venne l’istinto di stendere la mano e dire che c’ero pure io, l’avrei fumata volentieri una sigaretta, sarebbe stata la mia prima sigaretta, ma in quel momento, così come la vidi fumare al commissario mi venne voglia, ma inutile dire che rimasi solo col desiderio.

Il commissario, in maniera veloce e senza farsi accorgere dal giovane, guardò il poliziotto col tablet seduto vicino, dando uno sguardo eloquente.

«Il sangue, ci interessa il sangue di chi è, quest’uomo non è ferito, ha i pantaloni sporchi, molto probabile trattasi di sangue, dobbiamo scoprirlo.»

Tutto questo in uno sguardo ed in silenzio, facendo solo segno verso le macchie scure che spiccavano sui jeans chiari.

«Quando mi trovai davanti agli occhi inferociti di mia moglie ieri sera, lei commissario non ha idea di come guarda mia moglie quando le cose non sono di suo gradimento, commissario, è un diavolo!»

«Sì, è un diavolo… vada avanti per cortesia.»

Serie: In una strana notte


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi pare di capire che l’uomo si guardi come in uno specchio: giovane e vecchio nello stesso tempo. Bello, inquietante e ricco di significato. L’inizio del racconto mi aveva un po’ risollevata, con quell’atmosfera di prima mattina che porta buoni presagi. Poi, tutto mi è parso rovesciarsi…Davvero molto bello.

  2. Interessante la scelta di non rivelare il nome durante l’interrogatorio, favorisce l’atmosfera surreale e di tensione.
    Le battute finali sulla moglie sono geniali🤭