L’INTOLLERANTE

Scoccano le quattordici, nel mentre il gregge di invitati se ne sta accasciato a ridosso delle seggiole rivestite di candido panno. La calura estiva divora gli animi e sporadici picchi di entusiasmo si proiettano dal gruppo degli amici degli sposi. Sotto l’esteso pergolato agghindato di fiori dalle tonalità pastello, tavole rotonde sono disposte ordinatamente e i commensali vi sono raccolti nel pieno rispetto dei criteri derivanti dalle parentele. Il chiacchiericcio appannato dei presenti ansimanti echeggia in sottofondo, nel contempo alle prese con l’attesa interminabile della prima portata alcuni ospiti stanno ritti sulle sedie come gufi, con gli occhi che guizzano a destra e a manca, intenti a controllare attentamente le potenziali vie di accesso percorribili dai camerieri. Sbuca all’improvviso da una porticina nascosta con riguardo a lato del salone un ragazzotto sudaticcio, porta i capelli separati da una riga centrale brillante di unto ed un paio di braghe nere corte ed attillate, che probabilmente si sarà fatto prestare da sua sorella minore. Alla sola vista del giovine servitore gli sguardi dei presenti si accendono di letizia, il chiacchiericcio si dissolve e le persone in piedi si dileguano rapidamente per raggiungere il posto assegnato. Qualche anziana zia rimane spiazzata per la brusca interruzione del disquisire con il tal nipote che non vedeva da mesi, mentre qualche altra riesce a riservarsi una manciata di secondi di attenzione in più, considerato che il servizio ha esordito nel preciso istante in cui le privilegiate erano intente a ficcar le mani nella borsetta, per allungare la banconota di mancia ai nipoti più giovani. Seduta al tavolo in prossimità dell’ingresso della sala, con la seggiola incastonata tra le sue carni boterine, risalta la figura della signorina Doretta: una donna tanto retta. I suoi talloni callosi sono affondati in un paio di ballerine informi ed appiattite di colore azzurro ed una specie di tunica dello stesso colore cela alla meno peggio la sua corporatura, conferendole le forme di un boiler. In tempi ormai trascorsi Doretta si era posta tra gli ingranaggi della comunità, quale fulcro educativo di svariate generazioni di mocciosi, nonostante la signorina non vanti alcun parente nel raggio di mille chilometri è pressoché sempre presente alle varie cerimonie, in quanto il titolo di ex direttrice della scuola materna le ha consentito di ottenere un considerevole numero di inviti da parte degli alunni divenuti adulti. La grassa signora fingendo distacco osserva l’andamento del servizio e pur evitando di manifestare il proprio disappunto ai commensali, non si dà ragione del fatto che la somministrazione delle vivande venga gestita a casaccio: se avessero saputo condurre correttamente il servizio di certo avrebbero recato le cibarie iniziando dal suo tavolo, che è proprio all’ingresso del salone e invece…

Doretta senza rendersene conto impugna forchetta e coltello facendone svettare le estremità ai lati del piatto, il suo gesto appare quasi inosservato, sennonché interviene il cugino della sposa che notando la postura della donna interviene candidamente:

“Signora Doretta… ha fame?”

Doretta sussulta sbigottita e tentando di mantenere un contegno si rivolge all’interlocutore con un’espressione appena accennata, mista tra lo sprezzante e l’indifferente:

“No. Non ho fame”.

Detto questo ripone meccanicamente le posate, poi medita tra se e se:

‘Ma pensa questo cafoncello! Ricordo sai quando ti pisciavi sotto e piangevi per la vergogna. Stupida testa bacata, ma che vuoi da me?’

Intanto decine di piatti vorticano tra le mani dei camerieri e planano sui deschi imbanditi a festa recando sommo gaudio agli spettanti, che ricevuta la porzione fumante si affrettano a divorarla; Doretta seccata assiste alle scene impaziente che arrivi il suo turno. Ed ecco che con passo sicuro un cameriere avanza verso lei, un brivido di piacere le attraversa il corpo causandole un lieve tremolio di giubilo, ma proprio sul punto in cui il commis è proteso nel porgerle la fondina, un uomo lo esorta a gran voce e fa sì che questi si dimetta in fretta e furia per completare il tavolo accanto, che distrattamente aveva servito per metà. Doretta con le braccia ancora alzate nell’intento di accogliere il manicaretto, rimane di stucco e il suo volto rivela istintivamente un’espressione delusa e sgomenta, poi dopo un istante la donna si ravvede e si dà nuovamente un tono.

Finalmente allorché tutti gli altri tavoli son serviti si palesano ben due camerieri che con passo fulmineo danzano in direzione del desco conclusivo. Doretta resta immobile come una statua, permettendo al servitore di adagiare il piatto odoroso tra la cornice delle sue braccia paffute, per un attimo la signora studia compiaciuta la leccornia, ma poi improvvisamente un altro addetto di sala interviene repentino a sottrarle la vivanda tanto ambita. Doretta solleva uno sguardo stravolto, portandolo a cozzare contro gli occhi di colui che aveva osato privarla del suo godimento. Il giovane intimidito dall’occhiata intrisa di astio, si giustifica senza esitazioni:

“Signora… mi scusi, ma lei aveva dato indicazioni in merito alla sua intolleranza ai funghi. Non si preoccupi però: il tempo di rassettare e serviremo un altro primo adatto alle sue richieste”.

E pensare che l’intolleranza ai funghi Doretta non l’aveva mai avuta, anzi… di fatto se la era inventata per far la preziosa.

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