L’operazione clandestina

Scesero dall’AB412 e dilagarono nel prato ai piedi del monte Korab.

Era una bella giornata.

Alberto era certo di farcela, stringeva l’AR70/90 e pensava soltanto a tornare alla base, sulla costa, e guardare un porno di Moana Pozzi. Doveva cercare di sopravvivere, ma non sarebbe stato difficile.

Si misero in colonna, la formazione principale attirò le sentinelle lì disposte per stare attente a che non ci fosse un’imboscata, e si diressero verso un caposaldo in cui uomini in passamontagna e armati di AK attendevano l’ora di pranzo. Alberto sapeva che nel frattempo fumavano eroina, roba turca, roba pesante.

Alberto ne avvistò uno. Si gettò in ginocchio, prese la mira, sparò un colpo.

L’albanese stramazzò al suolo con un gemito.

La colonna riprese a muoversi, un improvviso impulso come se fosse un serpente di tante teste.

Raggiunsero il caposaldo e Alberto si aggirò lungo i camminamenti dei bunker. Aveva studiato!, non solo i seni dell’attrice porno: erano stati fabbricati negli anni Ottanta, epoca di Enver Hoxha, non prima, non dopo.

«Che pazzo, l’Hoxha» commentò fra sé e sé.

Da qualche anno non c’era più il comunismo e in Italia si era insediato Berlusconi, che aveva detto di aver sconfitto il comunismo, peccato che in Albania non c’era più da due anni.

E adesso, il caos s’era impadronito del piccolo paese balcanico.

Meglio la democrazia popolare o lo strapotere dei baroni della droga?

Ci fu un’improvvisa scarica di pallottole, gli italiani reagirono con gli AR70/90.

Alberto inseguì il combattimento e vide i banditi albanesi battersi come lupi, ma se avevano rabbia e coraggio, non possedevano la tecnica.

Alberto ne seccò uno, un’esplosione alla testa.

Gli altri arretrarono come un’ondata di marea e ripartirono all’attacco: le raffiche e le baionette li inchiodarono in un florilegio di carne devastata.

Gli italiani avanzarono. Come spire di un serpente avevano circondato il caposaldo e Alberto arrivò nella sala del comando operativo. Sembrava più il nascondiglio di un Pablo Escobar balcanico. «Guarda guarda» commentò.

Da un armadio balzò una figura più simile a un orso: era il barone della droga, impugnava una mannaia.

La lama ferì Alberto a una spalla, fece fuoco straziando il corpo dell’uomo che cadendo travolse un tavolo. Molta eroina scivolò sul pavimento e si macchiò di sangue. Alberto la raccolse: l’avrebbe rivenduta ai colleghi nella base sulla costa.

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