LUNGO I BORDI
Serie: LA DIAGONALE
- Episodio 1: VINILI
- Episodio 2: LUNGO I BORDI
STAGIONE 1
«Bevi?»
Marco mi allunga una birra calda.
Annuisco.
Apro la bottiglia con l’accendino, come ho imparato da mio zio.
Il tappo vola e finisce vicino alla riga nera.
Tratteniamo il respiro pensando che rotolerà sull’ombra.
Non succede.
Si ferma prima.
Bevo.
L’amaro mi resta in gola.
«Vi trasferite domani?» chiede Salvo.
«Sì.»
«In Svizzera?»
Annuisco.
«Lì fanno dischi strani?»
«Fanno orologi.»
Ridiamo di nuovo.
Ma è una risata diversa.
Più corta.
Il silenzio che segue è interminabile.
La musica continua a grattare l’aria.
Sento la mano pulsare nel gesso, come un secondo cuore.
Guardo la diagonale.
È sempre uguale.
Non si muove.
Non cambia.
Per la prima volta penso che forse è questo che ci fa tornare qui ogni notte: non la paura, non il mistero.
Ma la costanza.
La musica intanto non riempie il parcheggio.
Lo graffia.
È un suono che non va da nessuna parte.
Non sale, non scende.
Sta lì, come la diagonale.
Un rumore che sembra nato per essere incompleto.
Ogni tanto il nastro gracchia, perde colpi, poi riprende.
Salvo sferra pugni leggeri alla radio, come fosse un animale testardo.
«Lasciala stare,» dice Marco, «è sensibile.»
Poi siede sul cofano di una Punto abbandonata.
«Questa roba mi manda fuori,» dice.
«Fuori da dove?»
«Da qui.»
Andrea sorride.
Un sorriso storto.
«Qui non c’è niente. Solo zanzare, campi e qualche fortunato figlio di vaccari che sta scopando la figlia di altri vaccari. Oltre a quest’ombra senza senso.»
I primi tempi – quando Marco e Salvo erano impazziti per quella roba –, io e Andrea li prendevamo in giro.
Dicevamo che era rumore, che non c’era dentro niente.
Poi ho capito che era proprio quello il punto: non dover esserci.
Sfuggire all’insensatezza di questo posto attraverso altra insensatezza.
La prima volta che Marco mi ha sparato nei timpani un disco così, eravamo in camera sua.
Le tende chiuse, anche se era giorno.
Il volume basso, come se avesse paura che qualcuno potesse sentire.
«Ascolta,» aveva detto.
Io ascoltavo.
Ma non sapevo cosa.
Ora sì.
Ora so che certi suoni servono solo a soffocare la realtà.
«Oh,» dice Salvo, frugando nella busta, «questo è per te.»
Mi lancia un CD senza custodia.
Sopra c’è scritto solo un nome, a pennarello: BIG BLACK.
«Che roba è?»
«Non lo so,» dice. «Ma è tua.»
Lo guardo.
Il disco riflette la luce del lampione.
Punto il debole fascio contro la diagonale, sperando di spezzarla.
«Grazie.»
Lo infilo nella mia tracolla, accanto al walkman.
Non so se lo ascolterò mai.
Ma mi fa piacere averlo.
La prima notte che sono venuto qui da solo, era stato per caso.
Non avevo voglia di rientrare, di vedere mia madre collassata sul divano, con la televisione accesa, e mio padre che russava nella stanza accanto.
L’estate era appena arrivata, ma li rendeva già stanchi e nervosi.
Avevo pedalato senza meta, aspettando che Andrea uscisse, poi mi ero ritrovato nel parcheggio.
C’era un silenzio strano ma piacevole, come se il mondo se ne stesse chiuso dietro una porta lontana.
La diagonale era già lì.
All’inizio avevo pensato che fosse la proiezione di uno dei lampioni.
Con lo sguardo m’ero messo a cercarlo.
Niente.
Allora avevo camminato lungo i bordi di cemento del piazzale, avanti e indietro.
La grande porzione d’ombra ammassata sul fondo non rendeva scorgibile il confine.
La diagonale emergeva da quel nero impenetrabile, attraversando tutto il parcheggio – senza interrompersi –, fino a sparire nell’ombra opposta e caotica delle case all’inizio del centro abitato.
Quella notte non avevo fatto niente di speciale.
Non avevo misurato.
Non avevo cercato.
Mi ero solo accorto.
E accorgermene era stato abbastanza.
«Smettila di fissarla,» ripete Andrea.
«Non la fisso.»
«La stai fissando.»
«E allora?»
Marco scende dal cofano.
S’avvicina.
Si mette accanto a me, ma tiene un piede dalla sua parte della riga.
Come se fosse una frontiera invisibile.
«Non ti aiuta,» dice piano.
«In cosa?»
«In niente.»
È vero.
Non mi aiuta.
Ma non mi peggiora nemmeno.
Lui ha la sua musica, io la mia ombra.
La seconda notte avevo portato una torcia.
Una torcia grossa, da campeggio, trovata in garage.
Pensavo: magari arrivo a vedere più lontano.
Magari scopro da dove viene.
Avevo camminato lungo la diagonale per quasi un chilometro.
Il parcheggio finiva, l’asfalto diventava sterrato, poi campi.
La riga riprendeva da lì, prima debole, poi intensa sotto la luce della luna, come la traiettoria di una retta infinita tracciata sulle nostre teste.
Avevo cercato un palo.
Un’asta.
Una pertica.
Un pilastro dimenticato.
Un lampione storto.
Una croce senza bracci.
Niente.
Solo crepe nell’asfalto.
Canali.
Erbacce.
Irrigatori.
Campi di melica.
E poi merde di cane a forma di S e preservativi usati, talmente secchi e riarsi da sembrare carcasse di pesci arenati. Ne sentivo l’odore: acre, vecchio, oceanico.
Avevo spento la torcia.
La riga era ancora lì.
«Secondo me non c’è niente,» dice Andrea, sedendosi per terra a gambe incrociate.
«Cioè… davvero. È solo un’ombra.»
«Senza origine?» dico.
«Tutto ha un’origine. Ma non sempre la vedi.»
«Perché ti sei fissato?» chiede Salvo.
«Perché se non c’è…» inizio.
«Se non c’è?»
«Allora… vuol dire che può succedere.»
«Cosa “può succedere”?» insiste Andrea.
Alzo le spalle e mi sento ridicolo.
«Che qualcosa resti. Anche quando non dovrebbe.»
Qualche giorno dopo essermi rotto la mano, avevo provato a tornare lì con la luce.
Il sole era alto.
Il parcheggio pieno.
Famiglie, carrelli, bambini che urlavano.
La diagonale non c’era.
Non una traccia.
Non una sfumatura.
Nulla.
Come se il mattino l’avesse cancellata.
Come se non volesse avere niente a che fare con lei.
Era stato quello il momento in cui avevo capito che non era una cosa normale.
Non perché appariva di notte.
Ma perché spariva di giorno.
«Potremmo seguirla,» dice Salvo.
Lo dice seduto per terra, con la schiena contro il cofano della macchina abbandonata.
Tiene in mano una birra che non beve.
La musica è spenta.
Il parcheggio è più vuoto del solito, come se sapesse che stiamo per fare sul serio.
«Seguirla dove?» chiede Andrea.
Salvo alza le spalle.
«Fino a dove va.»
«Non va,» dico.
«Tutto va da qualche parte,» s’intromette Marco.
Andrea sbuffa.
«Ma perché?»
«Perché è l’ultimo giorno di Nico,» dice Salvo, dopo un po’.
«E allora?»
«E allora dobbiamo farglielo come regalo.»
Andrea mi guarda.
«È questo che vuoi?»
«Non lo so.»
Ed è la risposta più onesta che ho.
La terza notte mi ero portato un metro e lo spago.
Avevo piantato un chiodo nell’asfalto con una pietra, così da poter tirare la corda lungo la riga.
Sessantaquattro metri precisi.
Avevo segnato il punto con un gessetto.
Poi m’ero spostato oltre.
Lungo i campi.
La linea prodotta dalla luce fissa, artificiale, combaciava perfettamente con quella mobile, generata dal chiarore lunare.
Stavo pedinando una proiezione che pareva infischiarsene delle leggi fisiche.
Come se non fosse fatta per essere misurata con mezzi umani.
Come se non avesse lo scopo di essere capita.
«Te la stai costruendo,» dice Andrea, «questa cosa.»
«No.»
«Sì.»
«Non l’ho inventata.»
«Ma la stai ingigantendo.»
Quella parola mi resta addosso.
Ingigantire.
Forse è vero.
Salvo si alza in piedi.
Si mette davanti alla riga, la guarda dall’alto, come se stesse valutando un salto che non è sicuro di fare.
«Io vado,» dice.
Fa un passo.
Poi un altro.
Cammina lungo la diagonale per qualche metro, lento, concentrato.
Sembra più piccolo di prima, come se lo spazio gli stesse mangiando addosso.
Si ferma.
Si gira.
«Non sento niente,» dice.
«Cosa dovevi sentire?» chiede Andrea.
«Non lo so.»
Torna indietro. Si siede. Beve finalmente un sorso di birra.
«Comunque mi sono appena ricordato che non posso fare tardi,» aggiunge. «Domani ho un impegno.»
«Fortuna che dovevamo farlo per Nico!» lo sfotte Andrea.
Serie: LA DIAGONALE
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Ciao Nicholas, i tuoi racconti mi mandano sempre fuori di testa, in un modo o in un altro. Ho riletto un paio di volte e sono tornata indietro, ma non ho potuto trovare l’origine di questo niente, ombra, vuoto, e altri mille modi in cui lo si potrebbe chiamare.
La cosa pazzesca è che, quando sei grande, e succede, te ne freghi di quel niente di cui non riuscivi a trovare l’origine, o almeno, te ne freghi fino a quando qualcuno te lo fa tornare in mente.
Allora, cominci a cavalcare l’onda dei tuoi anni a ritroso e ti dici che anche per te era così. E che, come ti mandava in fissa allora, ti manda in fissa anche oggi.
Un racconto molto intenso, con un significato criptico. Sono però sicura che ci lascerai comunque a bocca asciutta perchè, alla fine, ciascuno per sè deve provare a colmare quel niente.
Ciao Cristiana! Un bellissimo commento, il tuo😊 In effetti ho sentito, mentre scrivevo questa storia, un senso di smarrimento. Come di qualcosa che ho perso tanti anni fa, e che ora non riesco a identificare bene. Il protagonista è come se fosse in bilico fra la consapevolezza di questa cosa misteriosa e il suo smarrirla. Forse, in fondo a noi, sentiamo già la nostalgia della giovinezza già durante la giovinezza. Come se sapessimo inconsciamente di stare vivendo l’età più indimenticabile della vita, ma il continuare a smarrirla ci permette di viverla, che altrimenti staremmo sempre lì a contemplarla e basta. E non sarebbe più bella. Grazie mille della lettura 🙏🏻🤗
Vivere una cosa mentre si continua a smarrirla. Eccolo il Nicholas che mi fa venire il mal di testa 😅
Ormai è una missione la mia 😂
Un incipit che conquista per l’atmosfera carica e la sottile psicologia dei personaggi. La scrittura, chiara e precisa, scava nell’adolescenza maschile con una crudezza autentica, lontana da ogni sentimentalismo. Il vero protagonista sembra essere quel parcheggio desolato, con la sua “diagonale” che taglia la scena come una cicatrice fisica e un potente simbolo del disordine interiore. I dialoghi colpiscono per la loro credibilità: si passa senza sforzo dalla banalità delle battute alla profondità dei silenzi, dalla violenza repressa alla fragilità appena accennata. Una storia che sembra parlare, del dolore preciso e complesso del crescere.
Ciao Tiziana! Grazie mille per la lettura e per il bellissimo commento 🙏🏻🤗
Ho percepito una sensazione di vuoto da colmare senza fare o concludere niente di importante, che mi ha fatto ripensare a certi momenti giovanili di noia. Peró l’ immagine della madre collassata sul divano, in cui mi sono specchiata, mi ha fatto molto ridere.
Sì. Volevo rendere quell’inconcludenza così fertile della giovinezza. Una noia che avvolge tutto, ma che non è staticità, bensì dinamismo e irrequietezza. L’esatto opposto della noia degli adulti. Il parallelismo fra i ragazzi annoiati e i genitori collassati è fatto apposta 🤗
“Ora so che certi suoni servono solo a soffocare la realtà.”
👏 👏 👏
🙏🏻😊
“Ridiamo di nuovo. “
Un po’ mi mancano quelle risate con le amiche, spesso, di tutto e pet niente. Ora che sto vivendo la stagione del tramonto che precede l’ imbrunire, c’ é piú silenzio e altri suoni da ascoltare.
Anche i suoni maturano con noi. E credo che il suono che più si avvicina alla completezza sia il silenzioso che arriva quando non resta più nulla da dire. Grazie ancora, Maria Luisa 🙏🏻
Forse l’adolescenza, dovessimo usare una parola, è questo troppo. Troppo sentire troppo rumore troppo esplodere, quando fuori, soprattutto in provincia regna il niente. E allora ben venga qualsiasi cosa fa tacere il rumore dentro e sparire quel nulla di fuori. La musica, il sesso, l alcol, i pugni al muro perche anche sentire il male è meglio di niente. Chissa’ se la diagonale esiste davvero. Chissà se si puo’ stare e basta, in questo tempo sospeso. Chissà se Nico esiste davvero (questo secondo me se la sta chiedendo anche lui). Ma aspettiamo il finale, per dire.
Ciao Irene! Esatto: quell’età (e mica solo quella) non consente l’attesa, l’essenziale, la quiete. È preda del tempo. E il nulla della provincia potrebbe diventare un inferno per chi ha sete di vita. Hai sentito anche tu questa sospensione del tempo, e sono contento, perché voglio proprio rendere il paradosso della sospensione percepita da chi è troppo veloce per concepire la totalità di un attimo. Grazie mille per la lettura 🙏🏻❤️
Fossi in Nico, non cercherei di sapere quella diagonale dove inizi né dove finisca. Resterei solo a osservarla in compagnia dei miei amici, in quel presente che sta diventando, attimo dopo attimo, passato. Grazie per la bella lettura, Nicholas🙂
Ciao Concetta! È questa una delle parti difficili dell’adolescenza: la contemplazione. Grazie mille per la lettura🙏🏻🤗