Ma io amo la tenerezza

I ragazzi coreani non mi sono mai piaciuti. Non ho nulla contro di loro, sia chiaro, non me ne vogliano eventuali all’ascolto. Semplicemente, non rientrano nei miei gusti. Un pò come i gusti del gelato; la birra bionda, rossa o scura. Le verdure per i bambini.

«Almeno assaggiale.»

«No.»

Ci sono cose per cui andiamo matti, altre che meglio di niente, e altre ancora che proprio non fanno per noi. Per quanto mi riguarda, i coreani hanno sempre fatto parte dell’ultima categoria. Ma la vita, si sa, è una continua sorpresa; a volte si sveglia e decide di darci una lezione. 

Così, eccomi qui. 

Stamattina avevo un appuntamento a Milano, zona Assago. Non mi andava di perdere la pazienza in tangenziale ovest, ho preferito la metropolitana. Da dove sto io si tratta di percorrere l’intera linea MM2. Una traversata atlantica. Quale miglior modo di viaggiare da un capolinea all’altro, se non in compagnia di un buon libro?

Ho portato con me L’animale morente di Philip Roth. Ne parlavo l’altra sera con un amico, mi è venuta voglia di rileggerlo. 

La storia che vi voglio raccontare è successa durante il viaggio del ritorno. 

Ho trovato senza difficoltà un posticino a sedere. Ho tolto il mio libro dalla borsa e mi sono immersa nella lettura. Alla mia destra era seduto un anziano dalle idee confuse. Ad ogni fermata si alzava convinto di dover scendere, poi cambiava idea e tornava a sedere. Alla mia sinistra il posto era libero. Dopo un paio di fermate, forse tre, è salito un ragazzo coreano. Occhiali da vista, camicia azzurra, borsa a tracolla. Ha occupato il posto libero in fianco a me. Ha tolto dallo zaino un libro e iniziato anche lui a leggere. L’ho spiato, sperando non fosse scritto in coreano (in quel caso non ci avrei capito nulla e non avrei potuto raccontarvi il resto della storia). Era scritto in italiano. Si trattava di un saggio sui fondamenti della psicanalisi. Ho pensato che fosse uno studente, Iulm e Cattolica si trovano da quelle parti. Oppure un impiegato amante della saggistica. O un ragazzo coreano qualsiasi, che per passare il tempo legge un libro pescato dal book crossing. In fondo cosa ne so, io, della vita degli altri. 

Non ho potuto fare  meno di notare che, in tutto il vagone, eravamo gli unici ad avere un libro in mano. Uno in fianco all’altra. Vicini tanto da sfiorarsi. Kim (si, l’ho chiamato Kim, perchè l’unica cosa che so dei coreani è che tutti, a un certo punto, si chiamano Kim) nel suo libro sottolineava: la contrapposizione tra Eros e Thanatos è un tema centrale nella teoria psicoanalitica di Freud. Eros rappresenta le pulsioni di vita, come quelle sessuali e di autoconservazione, mentre Thanatos rappresenta le pulsioni di morte, come quelle aggressive e distruttive.

Io, nel mio, leggevo: Il sesso è la vendetta sulla morte. Perchè solo quando scopi riesci a vendicarti, anche solo per un momento, di tutto ciò che non ami della vita. Non dimenticartela, la morte. Non dimenticarla mai. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?

Leggevo me, spiavo lui. I nostri libri stavano facendo a botte, erano una cosa sola. Chissà se Kim, mentre leggevo, spiava me. Non credo. Mi è piaciuto pensarlo. 

Ad un certo punto il vagone ha iniziato a svuotarsi. Il signore confuso, che fosse o meno la fermata giusta, è sceso a Lambrate. Il posto alla mia destra è rimasto libero. Avrei potuto slittare, stare più larga, e comoda. Avrebbe potuto slittare anche Kim. Di solito è quello che si fa. Perchè stare appiccicati al corpo un estraneo quando hai mezzo vagone a tua disposizione? Invece, siamo rimasti lì. Spalla contro spalla. Coscia contro coscia. Libro contro libro. Lui a sondare le pulsioni dell’animo umano, io quelle del professor Kepesh. Sentivo la stoffa della sua camicia contro la mia giacca, il profilo dei suoi pantaloni contro i miei jeans. E non dico che li ho capiti, quei mezzi pervertiti che con la scusa dell’ora di punta ti si strofinano addosso, per carità. Sono di un’altra razza, io. Amo la tenerezza. Però. Credo – temo – di esserci andata molto vicina. A un certo punto ho chinato leggermente la testa, avvicinato l’orecchio alla sua spalla, tanto da sentirne il calore. È stato come sciogliere un nodo. Come avere freddo e avvicinarsi al termosifone. 

Per un attimo sono stata innamorata, anche se non saprei spiegare di cosa. O di chi. 

E poi? 

E poi niente.

Abbiamo continuato a leggere, ognuno nel suo, vicini senza muovere un muscolo, in silenzio. Lui a carpire i misteri della psiche umana, io a capire George, amico di Kepesh, quando gli consiglia – quasi gli ordina – di non cercare più Consuelo: chi si forma un legame è perduto. L’attaccamento è rovinoso, è il tuo nemico. È assurdo che tu stia lì seduto con quella faccia. L’hai assaggiato. Non ti basta? Di cosa riesci mai ad avere più di un assaggio? È tutto quello che ci è dato nella vita, è tutto quello che è dato della vita. Un assaggio. Non c’è altro.

Qualche pagina più in là, in un letto di ospedale, dopo aver baciato tutti sulla bocca, George muore. 

Cavolo. 

Quanto li ho capiti, quei baci. 

Non c’è altro. 

Kim è sceso a Cascina Gobba, io ho proseguito verso Gessate. 

Ho motivo di credere – e di sperare, ai fini della buona riuscita di questo racconto –  che le nostre strade non si incroceranno mai più. 

A Cernusco sul naviglio, quando le porte si sono aperte, sono scesa. Io non abito a Cernusco, è che le porte si sono aperte ed io ero sovrapensiero. Sono scesa senza controllare la fermata. Poco male. Passa un treno ogni dieci minuti. Ho soltanto dovuto sedermi, e aspettare. 

“Che potenza la letteratura,” pensavo, con il sedere poggiato sopra la pietra fredda della banchina. “Se al posto di un libro io e Kim avessimo avuto in mano, che so, la rca auto o una busta di Intimissimi, tutto questo non avrebbe potuto accadere.”

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Discussioni

  1. Ciao Irene, il potere della letteratura è indiscutibile, però non credo sia stato solo quello ad attrarti verso Kim. Ci sono affinità profonde che accomunano le persone: voi non stavate solo leggendo, eravate affascinate dalle stesse tematiche, l’eros e la morte. E dirò di più: tra simili ci si attrae anche senza esternare i propri gusti, come se esistesse un codice segreto che ci rende riconoscibili. Questo vale per ogni legame, che sia amore, amicizia o semplice conoscenza. Non escluderei affatto che tu possa rincontrare Kim, magari in una libreria o a teatro a vedere ‘Il visitatore’, un po’ come accade nel finale di ‘Camera con vista’. Un abbraccio.

  2. Davvero potente la letteratura, riesce a rendere interessante anche un banale viaggio in metropolitana. Mi fa impazzire l’idea dei due libri che dialogano senza che i lettori si scambino una parola. Brava!

  3. Che sorpresa adesso tornare su Open e trovarti con un nuovo racconto. All’inizio ho pensato che, cavolo, ci diciamo quasi tutto e non mi ha detto che ha pubblicato! perchè non me lo ha detto? E mi ha presa una tale sfrigolatura che non hai idea 😀
    Poi, mi sono messa a leggere e tutto è sparito. Mi sono seduta anche io a guardarvi leggere e ho ripensato a quelle volte in cui, magari a un concerto, appoggi leggermente il viso ai capelli dello sconosciuto davanti a te e ne percepisci il calore, oppure a quella volta che a un concerto dei Bon Jovi, uno mi ha tirata su di una intera fila di sedie solo prendendomi per una mano giusto per fare prima a raggiungere il bagno. E ti giuro, che quel tocco li non l’ho ancora dimenticato.
    Io credo che la bellezza di un racconto stia nel suo essere universale e allora te lo cuci addosso come se fosse tuo. E poi, aggiungo, molto bella e diversa anche la tua scrittura. Oserei dire quasi ‘controllata’, adatta a una pagina di diario.
    La finisco qui altrimenti ti annoio e, per favore, alcune volte, non tutte, non dirmelo quando stai per pubblicare. E io, questa volta, non ti scriverò per dirti che il tuo racconto è bellissimo. Lo faccio qui. Un abbraccio.

  4. Un racconto costruito su un episodio di vita quotidiana. Un episodio completo in cui tratti cultura (paragane tra i due libri), ironia (il signore confuso in cui mi rivedo) e pregiudizio (molto blando 🙂 ); tutto con una dose abbondante di romanticismo. La leggerezza di questo racconto porta luce e speranza in una giornata grigia e umida.
    un saluto
    P.

  5. Si sente la tenerezza in questo racconto e il tuo sguardo magico, capace di trasformare un viaggio in metropolitana in una storia e far battere un pochino il cuore.
    Peccato che tu e Kim non abbiate parlato🤭

  6. La vita, la morte, il sesso, la distanza reciproca o, al contrario, l’avvicinarsi, e due libri che sembrano leggere le persone, piuttosto che esserne letti.
    E poi dici ( scrivi): spero che non ci si incontri più “ai fini della buona riuscita di questo racconto”. Mi sono chiesta il perché di questo auspicio.
    Affatto semplice quello che hai raccontato, cara Irene. E c’era da aspettarsi che avresti sbagliato fermata, in ultimo.

  7. Il potere dei libri é grande. Questo tuo modo di mostrarne qualcuno dei tanti é interessante e piacevole, come se, invece di stare seduta sulla sedia, fossi sul treno (il mezzo di trasporto che preferisco) con un buon libro in mano e sentissi qualcuno accanto che irradia il calore di una buona energia, pur non avendo, vicino, nessuna presenza reale.

  8. E magari il signore confuso che è sceso a Lambrate è uno che ha preso a seguire Kim quando entrambi vivevano ancora in Corea e lui era ancora in senso, e adesso che invece ha perso un giro di orologio si guarda intorno spaesato chiedendosi dov’è che si scende pet Seul D’Adda

    1. La leggenda narra che alla fine il signore trovò Seul d’Adda, e lì rimase. Aprì un ristorante chiamato la Perla Nera e passò il resto della sua vita a friggere alghe e sgusciare ostriche. Nelle notti d’estate, se passi di lì e guardi bene, puoi vedere ancora l’insegna sberluccicare.