Mai parlare con gli sconosciuti

“Porca puttana alla fine sei tornato davvero!” 

Il barbone guardava quel damerino dal basso, seduto com’era sul bordo del marciapiede in attesa della pietà delle persone che gli passavano davanti.

“Cazzo, per chi mi hai preso?” gli rispose il ragazzo incravattato con il sorriso sulle labbra.

Da diversi giorni quell’uomo dimenticato da tutti, aveva trovato casa sulla strada che passava proprio sotto la finestra del suo ufficio e fra una telefonata e l’altra, si ritrovava spesso ad osservarlo. Se ne stava seduto tranquillo su dei cartoni rotti, chiuso in una dignità tutta sua e nascosto dietro quelle quattro parole scritte con calligrafia incerta su un pezzo di carta: niente lavoro, niente soldi. Eppure era giovane, poteva addirittura avere la sua stessa età anche se era difficile da dire, possibile che la vita non avesse avuto altri progetti per lui?

“Ne passano un casino di pinguini incravattati come te e pare proprio che nella loro vita dorata non ci sia spazio per… beh per gente come me cazzo!”

“Immagino, però come vedi non siamo tutti uguali. Tieni” e gli porse un panino farcito avvolto in carta oleata, “prosciutto e fontina come mi chiedevi stamattina.”

L’uomo si mosse un poco per cambiare posizione sui cartoni, distese le gambe e poi dopo averci pensato su un attimo prese il panino e la bibita che quel ragazzo vestito di tutto punto gli aveva porto, quasi fosse un amico di vecchia data e conoscesse i suoi gusti.

“Grazie” disse il barbone iniziando a togliere l’involucro.

Il damerino si sedette anche lui su un paio di pezzi di cartone, si infilò la cravatta fra i bottoni della camicia per non rischiare di sporcarla e iniziò a mangiare accanto al quel poveretto: la gente intanto passava loro accanto, alcuni addirittura scavalcavano le gambe allungate del senzatetto parlando al cellulare, ma nessuno li vedeva, accecati dalla frenesia di una giornata lavorativa.

“Allora” continuò il damerino dopo una sorsata d’acqua, “come ti chiami?”

“Che importanza ha?”

“Nessuna, era così per sapere.” 

“Tu invece? Come mai sei qui a mangiare con un povero diavolo come me?” chiese il barbone.

“Diciamo che non mi va la compagnia dei miei colleghi…”

“Ma” lo interruppe l’uomo “da dove vieni te sono tutti vestiti così? con quel cappio al collo?” Gli chiese indicandogli la cravatta con il dito lercio.

“Non tutti ma la maggior parte si. Comunque non è che dia tanto fastidio… intendo la cravatta, dopo un pò ti abitui e non ci fai più caso.”

“Da dove vengo io un cappio al collo si mette per un motivo ben preciso e non è per fare i fighetti e cercare di abbassare qualche mutandina rosa.”

“E da dove vieni? Dal Medioevo?” Scherzò l’uomo incravattato.

“Da lontano” rispose il barbone guardando per un attimo quello che aveva in mano, “e non è un posto che possa piacerti” poi tornò a lavorare il panino con un paio di energici morsi.

“Comunque spero davvero che non andiate in giro ad impiccare la gente agli alberi” commentò l’altro con ironia, togliendosi alcune briciole di pane dai calzoni neri ben stirati.

Con la bocca piena il senzatetto borbottò qualcosa sputacchiando pezzetti di cibo che finirono su alcuni stracci sporchi al suo fianco.

“Cosa?” Domandò l’impiegato avvicinandosi per capire meglio.

“Ho detto” ripetè l’uomo ingoiando il boccone, “che voi non fate niente di diverso.”

“In che senso?”

“Nel senso che voi, gente cosiddetta perbene, vi fate uccidere tutti i giorni: vi fate uccidere dal lavoro, vi fate uccidere dai soldi, vi fate uccidere dalle relazioni, dalle case, dai cellulari, dalle macchine che comprate e che non potete permettervi, dai vestiti costosi che acquistate a prezzi allucinanti senza battere ciglio, dai…”

“Ok, Ok… ferma la guerra, ho capito…”

“No amico mio, non hai proprio capito un cazzo” continuò il barbone scoppiando in una fragorosa risata.

“Guarda, non la prendere male, ma non mi sembri proprio nella posizione giusta per dare consigli, sbaglio?”

“Lo vedi?” continuò l’altro tornando serio, “Oggi sei venuto qui a offrirmi da mangiare solo per poter tornare lassù, radunare dietro quella finestra del cazzo un pò di frocetti vestiti alla tua maniera e poter dire che grazie alla tua misericordia, quell’uomo seduto sul cemento sporco di sputi, oggi ha potuto mangiare.”

L’impiegato cercò di ribattere, ma il barbone fu più veloce di lui.

“Ti ci vedo proprio, tronfio di orgoglio ad indicarmi con il tuo bel dito curato e morbido come il culetto di un bambino mentre speri che quel gesto di umanità faccia finalmente finire sotto la tua scrivania la biondina con cui ti vedo sempre uscire la sera, vero?… Te lo leggo negli occhi che le hai già tentate tutte per cercare di entrale nelle mutande… stupido coglione, quel tipo di ragazze lì si bagnano solo per gente dei piani alti, mica per delle pallette mosce come le tue!”

“Ehi ma che cazzo ti prende?”

Il barbone mollò il panino, estrasse del tabacco da un mozzicone di sigaretta che stazionava dietro al suo orecchio e lo sniffò come fosse tabacco da fiuto della miglior specie. Tossì un paio di volte tappandosi il naso poi disse:

“Adesso vattene affanculo via dal mio marciapiede!” 

L’impiegato rimase qualche secondo a fissarlo cercando di capire quando erano precipitate le cose, poi si alzò e iniziò ad allontanarsi scosso da quella conversazione. 

“Se vuoi davvero alleggerirti la coscienza, damerino, vieni a vedere dove passo le notti così magari mi lasci qualche spicciolo per aiutarmi sul serio” si sentì urlare dietro.

“Cazzo ma se volevi dei soldi potevi dirlo senza tante sceneggiate! Avrei almeno evitato di sporcarmi il vestito stando seduto su quei cazzo di cartoni schifosi.”

“Il fatto che su questo cartello ci sia scritto niente soldi, poteva farti accendere qualche lampadina, genio… come ci sei arrivato lassù? Dando via il culo?”

“Quanto vuoi?” tagliò corto l’altro.

“Ora niente, voglio che tu venga a vedere dove vivo e poi decidi quanto mollare.”

Stettero qualche secondo senza dire una parola, il barbone a fissarlo sdraiato sul marciapiede e l’impiegato in piedi indeciso su cosa fare. Controllò l’ora: mancavano ancora venti minuti al rientro dalla pausa pranzo.

“Ok, facciamo presto però”

***

Il posto era fetido e buio in fondo alla stretta via laterale vietata al traffico che costeggiava il palazzo pieno di uffici. L’olezzo di sudiciume e vomito lo colpì con la potenza di un pugno nello stomaco e, pensò coprendosi il naso e la bocca con una mano, si sarebbe incollato al completo nero.

“Ecco la mia casa damerino bello, sotto quella lamiera laggiù, appena dietro i cassonetti, passo le mie notti e mi scuso per l’odore, ma i servizi igienici all’aperto che ho di fianco ai cartoni per dormire perdono un pò… però credimi, è impagabile cagare guardando le stelle.”

“Da quant’è che vivi in queste condizioni?” chiese l’uomo sempre con la mano stretta sul viso.

“Che ti importa? Un giorno, un mese, un anno, per te che differenza fa?”

“Effettivamente poca…” commentò l’altro guardandosi intorno inorridito da quello che vedeva e sentiva.

“Allora, quanto sganci?”

“Non ho molto con me, dovrai accontentarti.”

“Come vedi” rispose il barbone serafico, “non sono un tipo esigente.”

L’impiegato si tolse il portafogli dalla tasca interna della giacca, fece per aprilo ma rimase interdetto dalla scintilla che vide negli occhi del clochard. Vi lesse qualcosa di malvagio e oscuro tanto che un brivido gli salì immediatamente lungo la schiena. Si voltò un attimo per non far vedere all’altro quanto aveva a disposizione, chinando leggermente il collo per vedere meglio in quella semi oscurità.

Quando la lama lo colpì alla base del collo, stava ancora pensando a quanto potergli allungare per toglierselo dai coglioni e dire che si era ficcato da solo in quella situazione. Data la posizione china dell’impiegato, il fendente, violento e preciso, penetrò con facilità nelle vertebre cervicali recidendo di netto i molli fasci nervosi al loro interno, proseguendo tagliando la laringe, scalfendo l’ugola e finendo la sua corsa nell’osso della mandibola che spezzò in due facendo saltare diversi denti dell’uomo che caddero a terra ben prima del loro proprietario.

Se l’impiegato avesse avuto ancora un briciolo di vita, avrebbe certamente avvertito l’odore acre e pungente dell’alito del barbone che accovacciato a terra vicino al suo orecchio, gli ripeteva in una stridula cantilena:

“Mai parlare con gli sconosciuti… Mai parlare con gli sconosciuti… Mai parlare con gli sconosciuti…” per poi scoppiare in una risata acuta come gli squittii di un ratto impegnato a grufolare nello stomaco di un animale morto.

***

Trovarono il corpo un paio di giorni più tardi, il volto semi-sommerso in una pozza di acqua sudicia ed il coltello ancora piantato nel collo.

Quando arrivò, la polizia non impiegò molto a capire: il cadavere non era stato derubato di niente se non della cravatta che, testimoniavano i colleghi della vittima, il giorno della sua morte Giorgio Bellandi indossava come d’abitudine.

La mattina successiva, la città si svegliò sotto una fitta pioggia silenziosa e la paura impressa nelle prime pagine dei giornali:

CADAVERE RINVENUTO NELLA NOTTE: LA TERZA VITTIMA DEL KILLER DELLE CRAVATTE?

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Discussioni

  1. A essere onesto, mi aspettavo una fine del genere… Il barbone era troppo stronzo! Anzi, ci sarei rimasto male non fosse finita così, altrimenti al posto del damerino gli avrei mollato due sberle. Naturalmente, molto bella la descrizione della ferita inferta.

  2. Raf, colpa mia: avrei dovuto intuirlo che il taglio iniziale della storia nascondeva qualcosa, andava troppo dritto verso l’ovvia retorica della società dei consumi, dovevo aspettarmelo un finale spizzante. C’è una forte aggravante: ti conosco, come ho fatto a non intuirlo? Non mi do pace. Poi finalmente il rocker che c’è in te ha tolto la maschera, elargendo generosamente quei dettagli splatter che tanto mi piacciono. L’idea della serialità del killer, infine, è stato il colpo di fioretto. Rock!!!

    1. Tiziano, mi hai fatto morì…si effettivamente non hai scusanti, credere che le mie parole siano veicolo di giustizia sociale contro una società cannibale è imperdonabile… io voglio la giustizia, ma solo quella risvegliata attraverso le schitarrate ignoranti di tizi che iniziano la giornata con un doppio whisky ovviamente liscio!!!
      Grazie mille del tuo fantastico commento!!!
      Alla prossima lettura…

  3. Pazzo! Così il poveraccio alla fine si è rivelato l’uomo in cravatta! Il finale non me l’aspettavo, ci sono arrivata solo quando è risultato ovvio e dire che dal tono che aveva preso la conversazione… e dire che il titolo mi aveva avvertito, ma non ci ho fatto caso e mi sono fidata…mai fidarsi…mai. Congrats! Bellissimo il ritmo crescente che via via ha preso il racconto. Ma colpirà ancora il serial killer?

    1. Grazie Maria, sentirti dire che sono riuscito a tenere nascosto il finale fino alle ultime battute, mi fa capire che sono riuscito nel mio intento.. amo i colpi di scena e i ribaltamenti di prospettive.
      Grazie del tuo commento e del tuo tempo.
      Alla prossima lettura…

  4. Ciao Raffaele, la cosa che più mi ha fatto riflettere è la verità esposta dal tuo senzatetto: certo, è solo una singola verità, ma è pur vero che è facile rimanere ammaliati da tante cose “luccicanti” che poi in realtà ci ingabbiano facendoci spesso perdere la cognizione del nostro essere “umani”. Però il tuo impiegato ha mostrato, a mio parere, un senso di umanità ingenua, e lì l’altra morale… mai fidarsi degli sconosciuti! Purtroppo non è mai semplice valutare, perché la diffidenza può essere scambiata per indifferenza, mentre a volte, nell’essere generosi non si guadagna nulla o… beh, il tuo finale mi ha piacevolmente stravolto, e il realismo del tuo racconto mi ha fatto sentire ogni olezzo, dal prosciutto e fontina sino al “ritrovo” del tuo barbone! Ovviamente mi è piaciuto, alla prossima!

    1. Grazie Antonino, sono molto felice di averti fatto sentire ciò che ho provato a descrivere… è una cosa importante per me.
      Grazie davvero del bel commento e del tuo tempo.
      Alla prossima lettura…

    1. Grazie Alessandro, sono felice di non aver scritto un finale scontato…
      Grazie ancora del tuo tempo.
      Alla prossima lettura…

  5. Ciao Raffaele, mi hai fatto venire i brividi (in senso buono) ? Effettivamente da adulti tendiamo a dimenticare gli insegnamenti ricevuti da bambini: mai parlare con gli sconosciuti. Mi è piaciuto il tuo modo di interpretare il lab, hai creato un racconto coerente mettendo insieme incubo e realtà.

    1. Grazie Micol del tuo tempo e del tuo bel commento. Sono contento di averti fatto salire un brivido durante la lettura. Per chi scrive creare certe connessioni con il lettore è sempre di fondamentale importanza.
      Grazie ancora e alla prossima lettura.