Mani Years

Spesso, osservandomi, sono rimasto lusingato dalle mie mani; fin da bambino mi sono reso conto che erano la parte del mio corpo più estetica, più equilibrata nella composizione, più gradevole. Appena nato che mani piccole devo avere avuto, capaci di entrare intere in un bicchiere, e malgrado ora io sia cresciuto assieme ad esse, si sono comunque mantenute lisce, affusolate, piacevoli al tatto. Nel tempo hanno toccato, afferrato, retto,  strappato, vissuto di tutto, ma sono sempre rimaste pure; non l’inchiostro delle penne per le infinite ricette, né le pellicine mangiate per lo stress hanno macchiato ed alterato la loro magnificenza; e neanche il Tempo le aveva ancora private della loro vigorosità.

E di tutto questo ero più che sicuro, perché avevo un feedback continuo, per me era quasi un dato scientifico, medico, un dato fornito dalla mia dolce metà, che me lo diceva sempre: “hai la pelle di un marmo del Canova”; sia quando lei mi aveva tenuto per mano durante le avventure per i vicoli dopo i corsi all’università, sia – come in questo momento – quando me le accarezzava con le sue, altrettanto lisce e delicate, tra una marcia e l’altra; la stringeva, se la portava sulla coscia, giocherellava e sorrideva nel fare scorrere le dita senza intoppi tra le mie falangi, i suoi occhi dolci in questi momenti di intimità.

Mani così pulite, proporzionate, morbide erano cosa normale per me, ereditate direttamente da mia madre; ricordo vividamente quanto erano simili le mie alle sue, nel modo in cui si diramavano le vene e persino lo stesso disegno delle pliche cutanee. Quante volte le sue mani hanno preparato per me da mangiare; quante volte hanno lavato i miei panni sporchi; quante m’hanno accarezzato. Da bambino ricordo che non ci pensavo due volte prima di chinarmi per raccogliere qualcosa o gettarmi in un qualche esperimento con giocattoli o colori o terra o qualunque cosa che potesse sporcarmi e sporcare pareti e vestiti. Con queste mani quindi mi difendevo – o provavo – dagli schiaffi materni dopo quegli inguacchi. Rido a pensare che le manate dei miei impicci infantili sono ancora tutt’oggi sparse in alcuni angoli della casa.

E rido ancora di più quando ricordo che tra le cose che facevo spesso, spinto da curiosità, c’era il rubare lo smalto dall’armadio in bagno – di solito quello rosso – e provare a mettermelo; ho rovinato il tavolo antico in legno massello in cucina così – quante ne presi quella volta. E poi ancora nell’infanzia mani appiccicate di colla a scuola, o di muco in inverno; terra sotto le unghie dopo aver giocato a pallone o con sabbia azzeccata quando ero ancora voglioso di rotolarmi a mare con i miei genitori. Negli anni di università, non sottoponendole ad alcuno sforzo eccezionale, si erano preservate perfettamente, così com’erano, e il primo contatto fisico con la mia dolce metà l’ho avuto proprio grazie ad esse, quando “per sbaglio”, gettandomi senza pensare, le posai sulle sue, al bar dopo un corso, e lei prese a giocare, cosa divenuta tradizione, guardandomi timidamente, proprio come ora. Pazzesco pensare che sempre lei avrebbe fatto scorrere un anello lungo il mio anulare qualche anno più tardi.

Ma come mai sto pensando a tutto questo proprio ora? Forse perché è un giorno così speciale? Guardandola accanto a me percepisco anche in lei questa felicità, la gioia per questo nuovo inizio insieme. Posa il dorso della sua mano sulla mia guancia ed io non posso far altro che sorriderle.

Noi esseri umani… non saremmo più tali senza mani – se mi posso concedere una battutaccia, resterebbe solo la “u”. Questi nostri strumenti personali con cui manipolare il mondo, ed esternare la nostra interiorità. Ogni mio ricordo, ogni mio gesto, ogni cosa abbia mai manipolato o persona che abbia mai curato, è stato tutto grazie a loro; con mia moglie mano nella mano, sempre; mani che accarezzano, stringono, scivolano dolcemente tra le sue gambe; mani per afferrare aperitivi in giornate estive, con gli amici o da soli; mani che coprono ed asciugano i miei occhi umidi al funerale di mia madre, o che hanno afferrano le chiavi della macchina quando, dopo un litigio con la mia Signora, in preda all’ira, ho minacciato di andarmene per sempre da casa; ma poi ovviamente tornavo, solo per poter tendere un dito alla manina del nostro piccolo, che subito si chiudeva di riflesso, e non mi lasciava più.

Mani infantili che avevano messo in tasca i soldi di mamma prima, e mani molto più esperte quelli dei pazienti poi; mani che avevano preso le penne in prestito dai compagni, che hanno stretto quelle di sconosciuti o dei professori alla magistrale ottenuta col massimo dei voti, e che infine hanno preso in prestito stetoscopi dalle ben note mani di mia moglie.

Mani che strappano pagine incomprensibili da tomi enormi, che salvano vite, che rimproverano il nostro piccolo quando imbratta con i pennarelli i muri della cameretta. Direi mani che hanno vissuto ed hanno dato; hanno preso ed afferrato; mani che m’hanno fatto vivere – com’ora, posate a nove ed un quarto sul volante per andare per la prima volta a lavoro con mia moglie nel nuovo studio preso insieme, finalmente operativo – e tremare – come subito dopo, quando la stringono forte mentre l’auto tallonata vortica violenta come una ventola verso il vuoto che v’è oltre la via valicando, violando il guardrail.

Lentamente aprii gli occhi. Me li strofinai con forza. Poi mi guardai le mani.

Non sono le mie mani; no, non lo sono…!

Mi alzai – o meglio, provai ad alzarmi, ma ebbi troppe difficoltà; i muscoli erano come atrofizzati; il braccio mi tirava, la testa mi girava; ma i dolori non m’importarono: dove sono le sue mani? Dove sono le sue lisce e perfette mani, e le mie, ed io, io dove sono?!

Tornai a guardare giù: mani invecchiate, rugose, macchiate dal tempo, stropicciate, tremanti, varicose: che cos’era… successo?

Le pareti della stanza bianche, di un materiale strano e riflettente; il letto al centro immacolato, sembrava sospeso; le finestre luminose ed i macchinari ospedalieri ai quali ero collegato… così strani, avanzati come non avevo mai visto… con un’interfaccia digitale sospesa come un ologramma, controllato da appendici prensili sintetiche di un essere robotico, androide, accompagnate da delicate mani rosa candido, quasi familiari, con uno smalto rosso acceso, di un dottore, forse della mia età, giovane, che mi guardò sorpreso e rasserenato… forse felice?

Disse solo: «finalmente… papà».

E come un fulmine ricordai tutto, come quando ti svegli da un sonno profondo dopo una serata tutta alcolica e tra le coperte ricordi tutte le stronzate che hai fatto il giorno prima; capii tutto, come quando vedendo un film mal scritto e dall’inizio comprendi il finale anche se non ne hai ancora la certezza, e semplicemente non ne vuoi più sapere nulla; e quindi, come da bambino, mi chiusi il viso nei palmi e piansi, sperando di tornare presto a dormire.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un racconto lascia il segno se crea delle immagini vivide. Il tuo racconto è un susseguirsi di immagini narranti, profonde. Mi ha piacevolmente sorpreso il finale originale e “altro da te”. Un bel racconto.

  2. Le mani possono davvero raccontare la storia di un uomo, per un’artista sono più importanti della stessa vita. Ho letto questo racconto avendone un’immagine piena, quasi mi parlassero direttamente. Il finale mi ha piacevolmente colta di sorpresa

    1. Grazie mille per il feedback :D! Mi sono divertito molto a scrivere questa storia; in generale sono in un periodo di forte sperimentazione e crescita, e non vedo l’ora di portare nuove assurde storie sulla piattaforma, o rivisitare quelle passate!

    1. Ti ringrazio! Partendo dalla semplice osservazione, dalla scoperta di quanto le mani possano dire di noi, mi si è aperto un mondo e la storia è venuta quasi da sé. Paul Auster è uno di quegli autori che devo ancora approfondire, però mi hai dato un “la” per partire da una sua opera

  3. L’ho trovato veramente un bel racconto, scritto senza mai anticipare il rigo successivo, lasciando che il lettore arrivasse alla conclusione che, personalmente, mi ha colpita. È un racconto quasi commovente cosparso da un sottile senso di amore che dilaga e arricchisce, intriso di nostalgia sul risveglio del finale. Molto piaciuto.

    1. Grazie mille! Malgrado il poco tempo ho voluto portare questa novella su Edizioni Open, sia per riprendere a pubblicare con una cerca frequenza, sia perché tenevo a condividere questa storia che ho scritto in un momento di ispirazione improvvisa; ne ho approfittato quindi anche per sperimentare un po’ con lo stile. Sono felice che ti sia piaciuta!