Martedì

Serie: 11

Mi chiamo Eugene Parker e ogni giorno, quando mi sveglio, vedo quello che ero e quello che sono.

Quello che volevo essere e quello che sarò. 

Polvere.

*

Quello che ero è appoggiato sulla mensola.

Il premio come miglior quarterback della regular season di football americano universitario. La targa del record di lanci in touchdown.

Ero il campione idolatrato dalle ragazze, che facevano a gara per uscire con lui, che si considerava così superiore da snobbarle. Esisteva solo il football e i suoi record.

Ero colui che un giorno, dopo un placcaggio violento, aveva perso il casco e battuto la testa. I medici del pronto soccorso cercavano un trauma cranico, invece avevano trovato un tumore al cervello. Ormai incurabile.

*

Quello che avrei voluto essere è un uomo in divisa bianca della marina militare. Un vice ammiraglio, che non aveva abbandonato mai il suo sguardo severo. Intransigente con i suoi sottoposti, tra i quali annoverava anche me.

Io sopportavo le sue lunghe assenze, i suoi silenzi a tavola, marziale anche in quelle poche occasioni, i suoi ordini indiscutibili e perentori, le sue maniere distaccate con mia madre. Sopportavo tutto ciò, perché volevo essere come lui. Come mio padre.

Il sogno svanì quando un giorno tornò dentro una bara, ricoperta dalla bandiera americana.

Ci dissero che era malato, ma non ne sapevamo niente. Non ci aveva detto niente. Mai mostrare di essere deboli! Aveva preferito morire lontano da casa, sulla sua amata nave, a fare la guerra chissà dove.

E in quel momento io avevo capito che sarei finito come mio padre.

In fondo, non era quello che volevo?

*

Quello che sono è una sedia a rotelle, mia sola compagna nelle ore buie, anche quando fuori splende il sole.

Io sono quello che rimpiange di non aver approfittato delle ragazze che avrebbero fatto di tutto per averlo e adesso si sono dimenticate di lui. Chi vorrebbe mai stare con un relitto umano, con la data di scadenza?

– Sveglia Gene!

Mamma entra come un uragano e alza le tapparelle, la stanza è inondata di luce e di rumori urbani. Mi tiro le coperte sulla testa, spero sempre che mi lasci in pace, ma è una partita persa.

– Sveglia, dormiglione!

Sento che sistema le mie cose, i vestiti, i libri che non leggo da un pezzo, la tazza di tè piena ancora a metà.

– Esci da qui, su! Non hai voglia di vedere il sole?

– Non voglio vedere nessuno.

– Sarebbe proprio un peccato sprecare una giornata così.

Oggi è uguale a ieri e domani sarà uguale a oggi.

Tira il lenzuolo, cerca di strapparmelo via, ma io lo difendo con le unghie. Mi bacia la testa sotto il tessuto.

– Ti do cinque minuti per uscire da qui, intesi?

Se ne va cantando.

Mamma è stata sposata con mio padre per vent’anni. Ha sopportato le sue assenze, come una martire sopporta le torture. Una famiglia normale si sarebbe sfaldata in poco tempo. Lei invece gli è stata fedele. Non meritava affatto il modo con cui lui ha vissuto e se ne è andato.

Di là parte l’aspirapolvere, tra poco piomberà qui e aspirerà via le lenzuola. Devo proprio alzarmi. Anche se non ne ho voglia.

Mi isso sulla sedia a rotelle e mi copro le gambe con la coperta. La spingo verso la finestra, infastidito dai rumori esterni la chiudo. Poi resto lì a fissare il mio riflesso nel vetro.

*

Finale del torneo universitario di football americano, al Giants Stadium. Dovevamo guadagnare l’ultima iarda nel terzo down. Avevo deciso di lanciare corto al mio halfback, per guadagnare quell’ultima, fottuta, iarda. Ero sempre glaciale con la palla in mano. Sapevo aspettare fino all’ultimo secondo il varco giusto per lanciare.

Ricevetti l’ovale. Tre passi all’indietro. Ebbi un’esitazione, la visuale a sinistra era ridotta, a causa del tumore. Non ricordo se fosse la prima volta che mi succedeva, o se lo avevo ignorato volutamente. Così non vidi arrivare il linebacker avversario. Una montagna di carne che planava sull’erba. Mi placcò, colpendo il casco con il suo e facendo saltare la mentoniera. Finimmo nell’erba. Urtai con la tempia sulla linea di gesso compattato, diventato duro come un sasso.

Non vidi più niente. Le urla dei tifosi si spensero come quando si spegne una radio a tutto volume.

Mi ero risvegliato in ospedale. Mio padre era in mare, come al solito. Nelle prime ore non riconobbi mia madre. 

Sei mesi, le dissero, pensando che non sentissi.

*

– Gene, ti sei alzato?

Mia madre entra con la sua arma, l’aspirapolvere.

– Perché hai chiuso la finestra? Lascia entrare la luce del sole.

– Mamma, lascia stare…

Niente da fare. Apre e si affaccia. Non so che aria buona si possa respirare a Manhattan.

– Andiamo a fare colazione da Starbuck’s.

– No.

– Dovrai lasciare prima o poi questa stanza, – mi minaccia, uscendo.

– Sì! Quando sarò morto! – le urlo contro.

Non ho nessuna intenzione di uscire. Almeno fino a domani, quando verrà la volontaria dell’associazione Life Anyway e allora dovrò fare buon viso e lasciarmi scarrozzare per Battery Park. Odio quel posto! Odio farmi vedere in giro!

Odio me stesso, un catorcio umano!

Nessuno dei miei amici è mai venuto a trovarmi, se non i primi giorni in ospedale. Sanno dove abito, li avevo invitati varie volte a studiare o a seguire insieme le finali del Superbowl. Se adesso non vengono è perché non ne vogliono sapere più niente di uno storpio. Saranno contenti quando toglierò il disturbo.

La verità è che tutti ti sono amici, quando sei sulla cresta dell’onda. Molto spesso fingono di esserlo, ma non ti riguarda, sei tu in vantaggio su tutti gli altri. Saranno anche affari loro, pensi.

Anche se cerco di dimenticarlo, perché mi fa sentire troppo male, spesso mi ritorna in mente il giorno della mia ultima premiazione. Che precede di poco l’incidente.

*

La divisa della mia squadra assomiglia a quella dei San Francisco 49ers. Maglia rossa e pantaloni oro. Il mio numero era il 16, come Joe Montana, quarterback dei 49ers. Sia chiaro, io non tifavo San Francisco, tifavo Joe Montana.

Il team aveva preparato per me una maglia speciale, da indossare alla premiazione. Il numero sulla schiena corrispondeva a quello dei touchdown segnati su mio lancio. Era in caratteri oro invece del normale colore bianco. Alle pareti dello spogliatoio erano appese le fotografie dei grandi campioni del passato. Dovevano servire da ispirazione per noi giovani, affinché ne seguissimo le orme e ne emulassimo le imprese. Pensare che anche io sarei stato insieme a loro, non mi fece agitare, anzi, mi rese ancora più sicuro e spavaldo.

Appena sbucai dal tunnel, venni sommerso dal tripudio del pubblico. I miei compagni si disposero in due ali, io ci passai in mezzo, battendo il cinque a destra e a sinistra. Sono sincero, un poco tremai, non mi aspettavo una cosa simile! C’era il tutto esaurito. Nel centro del campo avevano messo un palco. Ai due lati le cheerleader ballavano agitando i pom pom. C’era un rappresentante della città di New York, quello della NCAA, altre autorità, ma ero io al centro dell’attenzione. Le ragazze scandivano il mio nome: E-U-G-E-N-E P-A-R-K-E-R! Tra loro c’era Jennifer.

La nostra storia durava da tre mesi.

La sera della cena di Natale, ogni giocatore era accoppiato a una delle ragazze. Io sapevo di dover stare con una certa Gwendy. Ci trovammo tutti al college un’ora prima della cena. Gwendy aveva un cappotto chiaro, anonimo come lei ed era troppo truccata per i miei gusti. Mi stavo per avvicinare, quando Jennifer la prese in disparte. Vidi che discutevano animatamente. Jennifer era la capitana dalla squadra delle cheerleader e praticamente ordinò a Gwendy di cambiare partner.

Poi venne verso di me, decisa, spavalda. Mi prese sotto braccio.

– Andiamo, Gene?

Sapevo poco di lei, ma mi era sempre piaciuta più di molte altre. La conobbi un po’ di più quella stessa sera, quando venne a prenderla una limousine, una Town car bianca di quasi dieci metri. Gli unici passeggeri eravamo noi. Ci facemmo gli auguri di Natale con un bicchiere di champagne francese autentico e ostriche con il limone. Mi raccontò del nonno di suo padre, un emigrato francese, che aveva fatto dell’importazione di prodotti francesi il suo businness.

Non feci caso al resto del suo racconto perché, mentre parlava, si avvicinava a me, così da farmi sentire il suo alito profumato. Serrò un’ostrica tra le labbra, si sdraiò sul lungo divano di pelle riscaldato, i capelli sparpagliati sulle mie gambe. Mi chinai per mangiare il mollusco direttamente dalla sua bocca.

Fu tutto a dir poco kitsch, a pensarci dopo, ma al momento sembrava magico.

Mi premiarono con una medaglia e una targa. Mi sentivo il re del mondo. I riflettori non mi permettevano di vedere la gente sugli spalti, ma volevo pensare che tutti quelli che mi avevano ostacolato, erano tra il pubblico e guardavano il mio trionfo e si rodevano il fegato.

*

Sul calendario il giorno fatidico è segnato in rosso.

Serie: 11
  • Episodio 1: Martedì
  • Episodio 2: Mercoledì
  • Episodio 3: Giovedì
  • Episodio 4: Venerdì
  • Episodio 5: Sabato mattina
  • Episodio 6: Sabato sera
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