Memorie di un soprammobile

Le gondole a Venezia, che beccheggiano sulla risacca, sono uno spettacolo che ognuno vorrebbe ammirare almeno una volta nella vita. Per molti una visione del genere rimarrà solo un sogno, quindi dovrei ritenermi fortunato.

Purtroppo quando è la sola cosa che vedi, dalla mattina alla sera, per una vita intera, può diventare un tantino fastidioso.
Nel mio piccolo mondo non cambia mai nulla, sempre le solite gondole, lo scorcio di pontile e una vista sui palazzi colorati, un’immutabile bellezza che ormai ha fiaccato la mia pazienza.
Un tempo ogni tanto nevicava, ed era bello. Un turbinio di fiocchi candidi galleggiavano nell’aria liquida, e allora potevo immaginarmi di essere da un’altra parte, perso in una tempesta di neve effimera come un sogno.
Ma quei tempi sono andati e con loro la mia voglia di vivere.
Ripenso con piacere al periodo in cui arrivai nella camera di Francesco, un giovinastro scapestrato dai capelli lunghi e lo sguardo acuto. Mi aveva rubato dalla bancarella su cui stavo a prendere polvere, in uno di quegli orribili negozi per turisti.
Lo ricordo come se fossi ieri. Me ne stavo tranquillo tra cagnolini in finto vetro di Murano, a immaginare chi mi avrebbe acquistato.
Ho sempre avuto una fantasia molto fervida –prima che se la mangiasse la malinconia – così ammazzavo il tempo immaginando il mio prossimo padrone. Forse una simpatica turista tedesca o una coppia innamorata, che mi avrebbe eletto a ricordo di una fuga d’amore. Magari un turista giapponese. Quanto avrei voluto vedere il Giappone!
Con questi pensieri in testa potete ben capire la mia sorpresa nel vedere avvicinarsi Francesco. Il suo viso, deformato dal vetro della mia cupola, mi appariva teso, lo sguardo sfuggente. Non mi piacque.
Mi piacque ancor meno quando mi afferrò, facendomi scomparire nel buio della sua lurida giacca.
Non voglio certo sminuire il gesto criminale, ma Francesco si rivelò un ragazzo a posto.
Il furto era stato solamente una ragazzata, posso capirlo. Siamo stati tutti adolescenti, no?
In effetti io no, sono sempre stato esattamente come adesso, ma tra di voi qualcuno ci sarà.
Francesco si definiva un tipo alternativo, ascoltava musica rumorosa e fastidiosa, frequentava tipi loschi quanto lui, diceva con fierezza di essere anarchico e apolitico. Ma non si scordava mai di spolverarmi e mi scuoteva spesso, specialmente dopo aver fumato delle strane sigarette lunghe e profumate, rimanendo incantato a fissare la neve che vorticava sulle gondole, fino a posarsi al suolo in una biacca biancastra.
Erano giorni felici. I miei compagni di mensola erano un simpaticissimo teschio umano in resina, proveniente da una bancarella di Pompei e una bambolina dalle forme generose e la veste succinta, arrivata in una scatola direttamente dal Giappone.
Quante risate mi sono fatto assieme a Gennaro Càpa ‘e mòrte a commentare il nostro padrone mentre faceva lo sguardo da duro allo specchio, o si esibiva in ridicole pose durante il suo periodo da palestrato.
Ma il mio ricordo più caro è per lei: Yukiko, la splendida guerriera, fredda e bellissima come una tormenta, sensuale e letale come la sua arma preferita: la rosa rossa.
La prima volta che l’ho vista, ero appena uscito dalla giacca di Francesco, mi trovavo sulla scrivania ingombra di schifezze e puzzavo di adolescente, ma appena posai gli occhi su di lei, fui certo di trovarmi nel posto giusto.
Devo ammettere che quel vestitino corto mi ha smosso più di un vortice di neve, credo che gli umani chiamino questa sensazione farfalle nello stomaco.
Sembrava un angelo, fiera e bellissima, ma, ahimè, irraggiungibile. Però se conoscete un po’ il carattere di noi sfere di neve, saprete che non ci arrendiamo facilmente.
Così iniziai a chiedere in giro, con pretesti apparentemente innocui, notizie su gli abitanti della mensola.
Le prime informazioni le ebbi da Sharky, un orribile portapenne ricavato da un barattolo di zuppa di fagioli e addobbato a forma di squalo da Francesco, ai tempi delle elementari.
“Lassù non potremo mai andare” mi disse, guardando in altro con malinconici occhi di stoffa. “E’ la mensola dei preferiti.”
Non parlai più con quel menagramo di portapenne, ma purtroppo per me, Johnnie Walker, il rotolo di scotch e Svallet, la lampada da scrivania, confermarono la triste versione delle cose.
“Che nome strano che hai” dissi una volta alla lampada, in uno dei tediosi pomeriggi invernali.

“Vengo dalla Svezia, non vedi che stelo lungo e flessuoso?” mi rispose con orgoglio.

Niente a che vedere con la mia dea venuta dal Giappone, pensai, ma per delicatezza non dissi niente. Non volevo rischiare si fulminasse per il dispiacere.
Volevo molto bene a Svallet e Jhonnie, erano due tipi brillanti anche se un po’ appiccicosi, ma sapevo che non avrei passato molto tempo con loro. Dovevo raggiungere la mensola.
Iniziai a studiare un piano.
La camera di Francesco era un vero disastro: vestiti, fumetti e cartacce ricoprivano per intero il pavimento. Tutti i giorni fino al venerdì, giorno in cui la Mamma irrompeva nella stanza, spalancava le finestre e, al grido di “devo arieggiare”, metteva un po’ di ordine in quel caos. Spesso raccoglieva le cose da terra e le assegnava in un nuovo posto.
Decisi che sarebbe stata la Mamma a darmi il passaggio per il paradiso.
Tentai il salto il venerdì mattina presto, accompagnato dallo sguardo preoccupato dei miei amici. L’urto avrebbe potuto uccidermi, ma la mia vita non avrebbe avuto senso se non vicino al mio formoso angelo.
Saltai verso il pavimento in un turbine di neve interiore. Qualche secondo di apnea e venni avvolto dall’abbraccio puzzolente di una felpa. Ricordo ancora la scritta che riportava: “Rancid”. Non ho mai saputo se era riferito all’odore o a cos’altro.
La Mamma ci mise qualche ora ad arrivare. Appena mi vide mi sollevò e mi scosse un pochino.
Rimase a guardare le mie spire di neve. Cercai di farne di bellissime per ingraziarmela.
Funzionò. Poco dopo ero sulla mensola, tra Gennaro e Yukiko.
Il primo approccio non fu facile. Non si può certo avvicinare una morettina tutto pepe come lei a cuor leggero. Iniziammo a flirtare senza fretta, godendoci il gioco della seduzione.
Ogni volta che lei guardava verso di me, creavo un turbinio di neve per farla ridere e da sguardi fugaci passammo a guardarci per ore. Persi nei nostri pensieri di innamorati.
Tutto finì improvvisamente. Nel peggior giorno della mia vita, da quando sono uscito dal ventre di mia madre: una macchina industriale a basso costo di Taiwan.
Francesco senza una ragione ha preso Yukiko e l’ha regalata a una ragazza, che l’ha ricompensato con un lungo bacio, piuttosto imbarazzante.
Maledetti ormoni! Lo preferivo quando si stordiva di canne.
Oggi è un mese che non vedo il mio pezzettino di cuore. Trenta giorni senza un sussulto di neve. Tutto dentro di me è una trista biacca bianca, tra brutte gondole malridotte.
Ho deciso che non passerò un altro giorno lontano da lei. Il gesto che mi donò l’amore, oggi metterà fine alla mia vita. Farò il salto.

Addio, amici miei, chiunque voi siate. Grazie per aver ascoltato il pianto d’amore di una povera sfera di neve.

Sono ancora vivo? Forse si.
Perché è tutto buio? Non sarò mica finito sotto il letto?
Cosa vedo? Non sono solo. La mia dolce Yukiko è la che mi aspetta.
Mi sorride. Vorrei risponderle, ma la mia neve non riesce più a vorticare. Ho perso quasi tutta l’acqua a causa di una frattura sulla mia cupola. Ma non importa, non sento dolore, solo tanta felicità.
Aspettami Yukiko, arrivo.

Giovanna entrò in camera del figlio, come ogni venerdì da anni ormai.

Spalancò le finestre e si guardò in torno per decidere da dove iniziare. Non c’era molto da fare, da quando aveva iniziato a vedersi con quella ragazza, Francesco era diventato molto più preciso. Aveva anche triplicato il numero delle docce settimanali, grazie a Dio. Miracoli dell’amore.
Mentre stava rifacendo il letto, urtò qualcosa col piede. Si chinò per vedere meglio. La vecchia sfera di neve di Venezia doveva essere caduta in qualche modo e si era rotta, perdendo tutto il liquido.
Che peccato, era uno dei pochi soprammobili di suo figlio che le piacevano. Le era piaciuta fin da subito.
“Che strano” disse mentre la gettava nel cestino. “Non mi ero mai accorta che sulle gondole ci fosse una rosa.”

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Discussioni

  1. mi sono imbattuta per caso nel tuo racconto e sono contentissima che sia capitato.
    La vicenda è originale – anche se vedo che alcuni citano il Soldatino di piombo – e sorprendente e tu scrivi in modo professionale. E poi animare l’inanimato è il gesto creativo per eccellenza. Veramente bello.

  2. “Quante risate mi sono fatto assieme a Gennaro Càpa ‘e mòrte a commentare il nostro padrone mentre faceva lo sguardo da duro allo specchio, o si esibiva in ridicole pose durante il suo periodo da palestrato.”

    Questo passo mi ha ricordato un De Filippo o uno Scarpetta 2.0.
    Un racconto che per quelli della mia generazione significa molto: suppellettili in formica e chincaglierie più o meno kitsch sui soprammobili

  3. Lo so è forse una delle poche favole che non finisce bene, ma da piccola adoravo “Il Soldatino di piombo”. Il tuo racconto me l’ha ricordata molto, nello struggimento del protagonista che si sacrifica pur di vivere anche per un istante solo, un amore che apparentemente sembrava impossibile. Bravissimo! Sei riuscito a ricreare quel pathos, e anche il finale che la malinconia se lo porta via… molto bello, congratssssssssss

  4. Ciao Alessandro, ho apprezzato questa incursione nel mondo degli oggetti inanimati. E molto più la forza di volontà infusa nel tuo “protagonista”, che lo ha spinto a lottare per quanto credeva. Forse l’errore è stato quello di non aspirare ad un gradino alla volta, ma subito alla mensola più alta. Di lì, la caduta è stata rovinosa. Ma, in fondo, per amore non bisogna tentare il tutto per tutto? Chissà che combina in questo momento Yukiko ;D

  5. Da dove parto? Vediamo…ecco, partiamo dicendo che ho apprezzato l’impostazione del racconto (penso che tu ti sia accorto che quando la quarta parete è bella aperta, io son contento!). Continiuamo dicendo che ho trovato la storia davvero originale. Hai creato una vicenda diversa da tutte le altre, originale e surreale. Chapeau!
    E infine, con maestria, hai appoggiato, attraverso le parole della signora Giovanna, la rosa sulla gondola all’interno del soprammobile. E la vicenda surreale, più comica che romantica, all’improvviso pende una nota malinconica che è come la correzione nel caffè, come il pizzico di sale nell’impasto della torta.

  6. “Un tempo ogni tanto nevicava, ed era bello. Un turbinio di fiocchi candidi galleggiavano nell’aria liquida, e allora potevo immaginarmi di essere da un’altra parte, perso in una tempesta di neve effimera come un sogno”
    no, aspetta… il titolo + la copertina + questa frase… mi sa che ho capito. E sei un genio, brother!!! 👏

  7. “un’immutabile bellezza che ormai ha fiaccato la mia pazienza.”
    “toujour perdrix!” 😉
    anche la bellezza, se è sempre la stessa, alla lunga viene inevitabilmente a noia…

  8. Un racconto piacevole e divertente con un finale un pochino triste.
    Mi sono piaciute tantissimo alcune “trovate” decisamente originali.
    Veramente un bel lavoro.

  9. “Aveva anche triplicato il numero delle docce settimanali, grazie a Dio. Miracoli dell’amore.”
    Scommetto che si radeva con regolarità da quando era fidanzato 😃

  10. “Ma non si scordava mai di spolverarmi e mi scuoteva spesso, specialmente dopo aver fumato delle strane sigarette lunghe e profumate, rimanendo incantato a fissare la neve che vorticava sulle gondole, fino a posarsi al suolo in una biacca biancastra.”
    😂

  11. “Le gondole a Venezia, che beccheggiano sulla risacca, sono uno spettacolo che ognuno vorrebbe ammirare almeno una volta nella vita.”
    Questo passaggio mi è piaciuto
    Io sono tra quelli che voglio ammirare quello spettacolo.

  12. Ciao Ale,
    Questo racconto mi è piaciuto moltissimo! Proprio nel tuo stile ironico e con una bella storia da raccontare, originale e molto romantica. Il finale malinconico mi ha stupita, con l’immagine delLa Rosa sulla gondola centratissimo con il lab. Bravissimo davvero

  13. Secondo me, è importante che uno scrittore abbia uno stile che lo caratterizzi. Tu ce l’hai. Bello questo racconto, originale e delicato (senza tralasciare delle piccole trovate divertenti come quella della macchina industriale di Taiwan). Complimenti, Alessandro.🙂

  14. Bellissimo e delicato, questo racconto impossibile fra la palla di vetro e la guerriera Yukiko che di rosa ferisce. “Compagni di mensola” è fantastico! Caro Alessandro, tu hai uno stile tuo, che si riconosce ovunque. E infatti, ti rivolgi al lettore, lo coinvolgi nella storia. Commovente il finale. Ma dico io, ci si può commuovere per una palla di vetro? La risposta è sì, perché sei riuscito nell’ardua impresa dell’antropomorfizzazione. In modo eccellente! Alla prossima, è un piacere leggerti.