Mimosa

Una mano sulla ringhiera delle scale di ingresso. L’altra a reggere un mozzicone ormai spento. Lo sguardo fisso sulla luce debole del lampione di fronte a casa.

«Dove sei stato?» gli chiese appena lui scese dalla macchina, senza guardarlo.

«Da mia madre» le rispose passandole a fianco senza fermarsi.

«Mi ha chiamato lei, poco fa» gli contestò. I suoi occhi ancora lontani.

Lo schianto secco della porta sbattuta la fece voltare. Nessuna risposta. Il mozzicone le scivolò dalle dita. Aria gelida. Profumo di mimosa. Rimase giusto il tempo di accarezzarne i fiori prima di seguirlo dentro casa.

Aprì la porta lentamente. Lo stesso cigolio di sempre la accompagnò in sala. Il corridoio della zona notte spalancato la abbagliò con le sue luci fredde. Si avvicinò al rumore d’acqua della doccia.

«I vestiti sono già in lavatrice?»

Silenzio.

Appoggiò la schiena al muro bianco e si lasciò scivolare a terra. I palmi delle mani sul caldo parquet in mogano. L’acqua smise di scorrere. Suono di passi umidi. Non alzò lo sguardo, li sentì passare a pochi centimetri da lei. Cassetti che si aprono. Il fruscio metallico della tapparella che si abbassa.

Si alzò e andò in cucina. Tolse la confezione di uova dal frigo e la padella dalla credenza.

«Come le vuoi le uova? Sode o fritte?» gli chiese quando lo sentì entrare.

«Fritte, grazie».

«Tua madre mi ha detto che oggi è stata dal medico» gli disse rompendo il primo guscio sul bordo della padella.

«Sì… ha ancora quel dolore all’anca. Mi sa che dovrà operarsi» rispose lui dopo aver steso la tovaglia sulla tavola.

«Lo dici perché gliel’ha detto il medico o la tua è solo un’ipotesi?» incalzò lei.

Rumore di bicchieri che sbattono. Il sale che cade. Il pepe. L’olio che comincia a sfrigolare.

«Ha un’artrosi, non può andare avanti ad antidolorifici» rispose lui dopo una pausa troppo lunga.

Raccolse le due uova con la spatola e le rovesciò su un piatto sbeccato. Si girò a guardarlo per la prima volta avvicinandosi per servirlo. Lo sguardo abbassato sullo schermo del cellulare.

«Tu non mangi?» le chiese alzando leggermente lo sguardo.

«Non ho fame» gli rispose dandogli le spalle, raccogliendo il pacchetto di tabacco dalla credenza.

«Mangia qualcosa».

«Non ho fame».

Rimase lì, senza voltarsi. Gesti lenti e precisi a rollare l’ennesima sigaretta.

«Me ne lasci una girata?» le chiese.

Leccò la cartina per chiudere la cicca. La appoggiò sulla credenza e iniziò a girarne un’altra. Fece per uscire dalla stanza ma si fermò dopo pochi passi.

«Da quanto tempo?» gli chiese secca, ancora di spalle.

«Da quanto tempo cosa?» le rispose lui.

«Devo spiegartelo?»

«Sì, spiegamelo. Come cazzo faccio a sapere io cosa ti passa per la testa?» le urlò sbattendo il cellulare sul tavolo.

«No… non importa più» gli disse con tono sicuro dopo un lungo silenzio.

Aprì la porta di ingresso. Il solito cigolio la accompagnò nel ballatoio. Accese la sigaretta dopo essersi seduta sull’ultimo gradino ricoperto di fiori di mimosa secchi.

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Discussioni

  1. Un solo attimo di abbandono al dolore e alla frustrazione, chiusa in bagno. E poi il
    tentativo di lei e di lui di dare una forma a quello che sta accadendo: forma che è sempre la stessa, terribile e ordinaria. Molto apprezzato.

  2. Doloroso, essenziale e pure esauriente in quel breve dialogo spezzettato che dice poco e fa intendere molto. Una crepa che si sta dilatando, ma che ancora tiene traccia di passata intimità: rollare la cicca, preparare il cibo, una certa (abitudinaria?) premura nella richiesta di condividere il cibo. Tutto molto amaro nella sua bellezza, compresa la musica scelta. Grazie Piergiorgio.