Morto per sbaglio

Geremia tornò a casa stanco morto, come ogni singolo giorno della propria vita da quando era poco più che un ragazzino. Si gettò sul letto ancora sporco di calce e sudore, cercando da qualche parte la forza per andare almeno a farsi una doccia. Non aveva fame, aveva sentito spesso che le brutte notizie portano via l’appetito. Voltò appena il capo brizzolato verso il bagno, a soli due passi contati dal proprio materasso. L’avere tutto a portata di mano era uno dei privilegi di vivere in trenta metri quadrati, poteva fare una doccia e nel frattempo, se lo avesse desiderato, girare il sugo per i rigatoni. Ma quello era tutto ciò che poteva permettersi, la sua casa, quella che aveva costruito con le proprie mani mattone dopo mattone, se l’era presa l’ex moglie per fare la signora con un compagno di quindici anni più piccolo. A lui non era rimasto che il suo cantiere, quello che lo aveva visto sollevare pietre da quando era poco più che un diciottenne. E, si era appunto parlato di brutte notizie, anche quello gli era stato portato via, ormai. La ditta aveva dichiarato il fallimento proprio quella mattina, lasciandolo senza un soldi per i tre mesi di arretrato e con le bollette che lo guardavano in cagnesco dal tavolo. Non sarebbe mai riuscito a pagarle per tempo, nelle tasche aveva precisamente sette euro e quarantotto centesimo. Avrebbe a stento pagato un panino per la cena, o meglio, li avrebbe dati alla sua ex moglie e al suo toy boy.

“Assurdo” pensò, quarantasette anni di lavoro gettati alle ortiche. Lo sconforto lo avvolse come una coperta bagnata, colpendolo allo stomaco come un pugile professionista. Non c’era altro che sapeva fare, non aveva mai fatto altro nella sua vita se non stare tra la polvere della propria vita e sollevare pietre per quella di altri. Aveva dato tutto al cantiere, il cuore, la gioventù, il sudore e anche il dito indice sinistro. Quello se l’era preso un montacarichi che aveva ceduto. Si decise finalmente a fare quella famosa doccia, sotto il getto d’acqua tentò di distendere i pensieri, ma tutto ciò che la propria mente riuscì a programmare fu che forse il mattino seguente gli avrebbero staccato l’acqua calda. Uscì dal box, si asciugò e vestì alla svelta lasciando quei trenta metri quadri che ormai erano diventati oppressivi. Non sapeva cosa avrebbe potuto fare con quei sette euro nel portafogli, ma di certo una birra di seconda, o perché no anche terza, mano poteva ancora permettersela. Camminò per le strade della città senza badare poi troppo a chi incontrava o a cosa calpestava, lo sguardo basso sull’asfalto alla ricerca di una qualche forma di soluzione. Camminò e camminò, fino ad arrivare di fronte ad un grosso hotel. Ci era stato una volta, aveva asfaltato il parcheggio che l’albergo aveva sul retro. Si fermò qualche secondo ad osservare l’imponente facciata. Diverse auto di lusso erano parcheggiate lì fuori, una stava appena spegnendo il motore. L’autista scese dal proprio posto di guida per andare ad aprire la portiera ad una donna elegante. Questa lanciò svogliata la borsa all’autista, senza badare al fatto che fosse aperta.

Geremia era sempre stato una brava persona, non aveva mai fatto male ad una mosca, ma in quel momento forse prevalse la forza della disperazione. Quella di chi non ha la minima idea di cosa fare il giorno dopo, cosa fare per mantenersi. Si scagliò contro l’autista, prese la borsa e corse mentre alle sue spalle sentiva urlare “Al ladro!”

Si fermò pochi metri più avanti, il fiatone dovuto a tutte quelle polveri respirate in cantiere. Tra le mani la borsa sembrava di fuoco, gli ustionava la pelle come se l’oggetto stesso sapesse quale atto vile avesse appena commesso. La guardò, come fossero gli occhi di una bella donna.

-Ma che sto facendo-

Scosse il capo, vergognato e deluso da se stesso. Girò sui tacchi e fece per tornare indietro, negli occhi l’aria più mortificata che potesse trovare. Era quasi arrivato fuori l’albergo, vedeva la donna inveire contro un autista incredibilmente nervoso. Si voltarono verso di lui, lo sguardo duro e disgustato. Si fermò un solo istante, poi tese il braccio.

BUM!

Emiliana Verresi si fece portare il giornale in camera, curiosa di leggere quali altri scoop avessero scritto sul proprio conto. Come aveva immaginato, l’articolo in prima pagina parlava proprio di lei, ma non come avesse sperato:

“Esplosione a pochi passi dall’Hotel Verresi”

Lesse rapidamente l’articolo; Il giornale parlava di un uomo che si era fatto saltare in aria a pochi metri di distanza da dove si trovava il proprio albergo. Un pazzo che voleva attentare alla vita dell’ereditiera, avevano commentato diversi giornalisti.

Emiliana chiuse il giornale ricordando l’uomo che la sera precedente le aveva rubato la borsa e portò una mano sulla bocca, comprendendo che se il ladro non gliel’avesse presa sarebbe morta. E invece quell’uomo, quel perfetto sconosciuto, era morto per sbaglio al posto suo. 

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “La vita è come la scaletta del pollaio: corta e piena di merda”, mi disse una volta un compagno d’università. E quella di Geremia è l’apoteosi di questa battuta-ma-non-troppo.
    Ho apprezzato come hai reso bene quello che è un problema reale ed attuale per molti uomini divorziati. Per poi aggiungere la ciliegina sulla torta con la sopresa finale.
    Che dire, un racconto che lascia l’amaro in bocca, ma non perchè deluda il lettore, anzi…perchè centra perfettamente lo scopo.
    (ps: ho letto ancora poco di tuo, devo assolutamente recuperare!)

  2. Rispetto ad un destino talmente crudele da sottrarre la dignità ad una persona, lentamente, per poi sfilargli di colpo anche la vita, per pura fatalita, si puó provare solo rabbia e rassegnazione. Non solo nella narrativa – come in questo caso – ma anche nella vita reale, purtroppo, sembrano non esistere meccanismi compensativi, ed ecco che chi sta bene sta sempre meglio e chi sta male sta sempre peggio. Finirà, prima o poi, questa ingiustizia?

  3. Ciao Simona, sei riuscita a farmi sentire la vita di Geremia sulla mia pelle. La tua è una storia che racconta la verità, ovvero che nella vita non c’è sempre un happy end. Malinconica, triste, arriva direttamente al cuore.

    1. Ciao,
      grazie mille. Sono lieta che le mie parole siano riuscite ad entrare in contatto con te, è davvero appagante per una persona che prova a buttare giù due righe!
      Grazie ancora e spero a presto!
      S.

  4. Un intenso spaccato dei giorni nostri… come il destino o il fato compia il suo corso non per il suo volere ma per le conseguenze delle nostre azioni.Un coinvolgente abbraccio d’empatia per il protagonista.Ho pianto per lui emozionante.