Nebbia

Sono in Via Milano. Nessuno, tranne me, cammina ai lati della strada, e le automobili passano raramente. La nebbia, fitta, da al tutto un atmosfera magica, di quelle che vedi nei film, che immagini leggendo un libro. Per fortuna che adoro la solitudine…

Forse è per questo che sono venuto, 15 anni fa, in questo sperduto paesino di montagna. Allora vivevo nella caotica Roma, città dove sono cresciuto. Raggiunti i 18 anni, iniziai a odiare la città: non tanto per le tante persone, o l’inquinamento, o i classici motivi per cui si fugge in campagna: il problema era la mia famiglia. Sono figlio di un imprenditore e un’economista, e sono cresciuto con il chiodo fisso del diventare ricco: “Se non ti metti in società, vivrai come un pezzente” “Non vorrai fare la fine dello zio” (il povero zio Salvatore lavorava come tassista, e per la mia famiglia era peccato capitale non lavorare in affari).

Insomma, non vedevo l’ora di andarmene. L’unica cosa che mi tratteneva, come nelle più belle storie, era una ragazza, Stefania. Io amavo lei, lei amava me. “Cosa poteva andare storto?” Questo era il mio pensiero da 18enne. Ma, chiunque ha superato i 30 anni, sa che molto poteva andare storto. Forse penserai che mi tradisse, o che abbiamo litigato fino ad odiarci. Ebbene, lei non ebbe colpe. Era già da mesi che non trovava lavoro, e doveva mantenere la madre, cieca da l’anno prima. Così, quando arrivo un’opportunità di lavoro come cameriera a Padova, partì. Partì senza avvertirmi.

I mesi seguenti furono per me i peggiori che ricordi, con una depressione che mi affligeva, e le lacrime che scendevano ogni volta che udivo il suo nome. Decisi di partire per cercarla, anche se sapevo solo che era andata a Bolzano. Provai a chiamarla, ma aveva cambiato numero. Ma, si sa, l’amore ti accieca, e così presi il treno per Padova, intento a trasferirmi, pur sapendo che non l’avrei trovata.

Inutile dire che non la trovai mai. Girai bar e ristoranti per 2 mesi, ma nulla. Un giorno, un giorno di nebbia per l’appunto, il postino mi portò una lettera, firmata da Stefania. Recitava: “Caro Alberto, so che sei anche tu qua a Padova. Probabilmente sei venuto per cercarmi, so quanto mi ami, e tu sai quanto ti amo io. Ma ti devo chiedere di uscire dalla mia vita, perché se mi ritrovassi per te sarebbe la rovina. Sai quanto una donna può essere fragile, e io sono la pù fragile di esse: mia madre è morta il mese scorso, e tale lutto mi ha portato all’alcol. Ormai per me essere ubriaca è di routine, ma che ci posso fare? Scappa da me, Stefania.” Letto il messaggio, corsi. Senza motivo, senza meta. Corsi urlando, sperando che un’automobile mi investisse; il destino, però, decise che nessuna macchina avrebbe investito quel povero giovane immerso nella nebbia. Piansi, anche, ma non era importante. Capii che quella non era la mia casa, e che forse mai l’avrei trovata. Così mi ritrovai in questo paesino.

La mia cascata di ricordi però, viene interrotta dal telefono che suona. Chi è? Mia madre. Mi odia, perché mai dovrebbe chiamarmi? Rispondo, e sento: “Alberto, Stefania si è ammazzata.” E così mi ritrovo, come quel lontano giorno, a correre senza meta, nella nebbia, come probabilmente farò per il resto della mia vita.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Amore, Narrativa

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