Nel regno dei ragni

Serie: La strana storia dei mediamente organizzati

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(Immagine di copertina di Fabio Elia)

Nei giorni successivi, guardando il Musinè e la croce che anche a distanza si scorge sulla cima, mi sentivo fiero del fatto di esserci stato. Non perdevo occasione, quando mi trovavo vicino a qualcuno che non lo sapeva, di dire: -Io ci sono stato, lassù!-

Era da anni che volevo salirci, ma non trovavo nessuno abbastanza pazzo da venire con me, o meglio, trovavo qualcuno che mi diceva frasi come: -perchè no?! Dai! Organizziamo!- Ma poi lasciava cadere la cosa nell’oblio.

Con gli altri ci eravamo detti che avremmo rifatto qualcosa di simile, ma credevo che anche a questi propositi non ci fosse da dare troppo credito. Ed invece, poco dopo, Favie, col suo prorompente entusiasmo e gli insulti pronti per chi non avesse accettato di venire (e a volte anche per chi avesse accettato), ha portato avanti una campagna di arruolamento per un’altra camminata notturna al monte Momello, destinanzione santuario di Sant’Ignazio, un altro bel cammino di circa due orette. C’eravamo più o meno tutti quelli del Musinè, tranne Demu, che non sarebbe mai più tornato nel gruppo, e Scilli, che si era defilato con qualche suo impegno misterioso, forse uno degli innumerevoli compleanni a cui prende parte (forse lo pagano per presenziare ai compleanni, vista la verve e la determinazione che mette per esservi presente). A quel punto, pensavamo, dopo la fatica che gli avevamo visto fare al Musinè, di non vedere neanche più lui, ma ci sbagliavamo. Mai sottovalutare professorino Scilli.

Pertanto, al Momello eravamo: io, Veo, Blaco, Favie, Ele e Basso. Per quest’ultimo sarebbe stata l’ultima presenza nelle escursioni dei mediamente organizzati, poichè ha avuto la grave colpa di tornare a casa che ormai era mattina e con qualche zecca di troppo sul corpo. Mery si imbestialisce per molto meno.

Ma torniamo all’inizio di quella serata. Ci siamo diretti verso Lanzo e siamo passati vicino al famigerato Ponte del Diavolo, con il proposito di fermarci ad ammirarlo da vicino al nostro ritorno, ignari che saremmo tornati tardissimo, stanchi morti e con la sola voglia di fare una doccia e buttarci in un letto.

Arrivati ad un paese, di cui non ricordo più il nome, da cui si dipanava il sentiero per salire, abbiamo fatto la solita sosta caffè, promossa da Blaco e ci siamo messi ad ammirare una croce illuminata che brillava in cima. L’obiettivo di Favie era di raggiungere la croce e poi, da lì, proseguire verso il santuario che, dalla nostra posizione, non si poteva vedere. Abbiamo cominciato a salire, dopo aver parcheggiato vicino ad una chiesetta nei pressi dell’imbocco del sentiero e dopo esserci cambiati. Un po’ meglio organizzati, dunque, rispetto alla volta prima, ma sempre sotto il livello del “mediamente”, per rispetto al nostro nomignolo. Per dirne una, Blaco non aveva ricaricato la sua torcia e questo mi è costato un male tremendo al ginocchio per tutto l’estate, vedremo come.

Il primo tratto costeggiava un gruppo di casette, passando vicino alle quali, puntualmente, qualche cane cominciava ad abbaiare furiosamente, sollecitando, di riflesso, tutti i cani del circondario ad imitarlo. Quando qualche abitante si affacciava, ne approfittavamo per chiedere informazioni sulla strada da seguire. Veo, tirandosi dietro un ramo teso e poi lasciandolo scoccare dietro di lui, ha centrato Basso in un occhio. Quest’ultimo, nella maniera moderata e composta che lo contraddistingue, gli ha fatto notare il suo disappunto. Io, memore della scarpinata del Musinè, osservavo la scena pensando che è meglio non stare dietro a Veo, che volontariamente o meno, consciamente o inconsciamente, è dispettoso e fa danno. Ma la legge di Murphy è implacabile e più tardi me lo sarei trovato davanti e, solo grazie alla mia proverbiale apprensione, ho evitato di un soffio un ramo che mi ha sciabolato vicino al volto, poichè lo tenevo d’occhio e prevedevo come un ninja tutti i suoi movimenti e quelli degli oggetti mossi da lui. Nell’evitare di essere accecato dal ramo, non ho comunque potuto evitare di essere invece accecato dall’ira e così ho cominciato a sommergere Veo di insulti. Lui, come sempre, ha provato a sdrammatizzare e sminuire, facendomi notare che la mia reazione era eccessiva. Ma ho ottenuto, grazie a questo episodio, di cambiare posto nella fila.

Di fronte ad una delle ultime case, prima che ci si addentrasse nel bosco, una signora gentile voleva offirci qualcosa da mangiare, ma abbiamo declinato. Blaco, però, vizioso come sempre, era tentato e si è attardato a conferire con la vegliarda, il che gli è costato qualche sfottò da parte nostra, mentre un capriolo, cinquanta metri più in là, ci sfilava davanti, scorrazzando verso il bosco. Poco dopo, eravamo già nel vivo della faticata, mentre uno spettacolare sorgere di luna ci faceva già fermare per fare foto, per la gioia di Veo che non cercava altro che pretesti per fare soste. Procedendo, l’erba ai bordi del sentiero si faceva fitta e alta, tanto che, per evitare di prendere le zecche, io e Basso, non senza sentirci un po’ cretini e riderne, camminavamo con le braccia in alto per evitare il contatto con l’erba alta. Ma a quanto pare, per lui non ha funzionato a dovere, questa tecnica. Continuando a salire, abbiamo raggiunto in poco tempo una prima cima dove, secondo i calcoli di Favie, avremmo dovuto trovare la croce illuminata ed invece non c’era un benemerito. Ma abbiamo comunque fatto una sosta, con varie foto che ci ritraevano svettanti sul panorama di sotto e con la luna che ci carezzava le guance. Rassegnati al fatto che non avremmo visto da vicino la croce, non senza che la cosa provocasse un quarto d’ora di bestemmie da parte di Favie, ci siamo reinoltrati nel bosco, direzione Sant’Ignazio. Dopo una decina di metri, qualcuno si è beccato una ragnatela. -Cazzo!-

-E vabbè, dai! Cosa vuoi che sia-

Ripreso il cammino, dopo altri cinque o sei metri:

-Cazzo!- Altra ragnatela -Andate avanti voi-

-Vado io, va- Favie lo sborone- Per due ragnatele!-

Dopo altri sei metri, altra ragnatela. Bestemmie di Favie. Altri cinque metri, altra ragnatela. A questo punto, cominciava a farsi largo nella nostra mente, il terribile pensiero che le restanti due ore circa (tra andata e ritorno) sarebbero state tutte così. Non avremmo solo dovuto guardarci da stanchezza, cadute e zecche, ma anche dai ragni. E purtroppo avevamo ragione. Ad ogni cinque o sei metri, c’era una ragnatela enorme sul sentiero, con un ragnaccio, grosso come una noce, nel centro. Veo, coraggiosamente, è passato in testa al gruppo con un grosso ramo biforcuto, facendosi largo tra le ragnatele. Procedevamo lentamente, con passo cauto, puntando le torce davanti a noi, con attenzione, per non entrare in contatto con  ragni e ragnatele, neanche fossimo stati berretti verdi nel Vietnam alle prese con i cecchini autoctoni. Ad un certo punto, Veo era talmente preso dall’evitare e scostare ragnatele, che stava scivolando giù in un dirupo irto di rocce appuntite, accanto a noi. L’ho rimproverato di fare attenzione. Lui ha sdrammatizzato e sminuito. Nel frattempo, tra gli alberi del bosco, si cominciava ad intravedere il santuario. Era ancora in lontananza, ma ci dava nuova speranza. Camminare così, senza potersi rilassare un attimo per il rischio di ingoiare ragni era sfiancante, anche psicologicamente. Credo sia stata una delle escursioni più dure, da questo punto di vista. Era assurdo. Non ho mai visto un posto così infestato di ragni nella mia vita. Avevi appena il tempo di evitare una ragnatela che, pochi metri più in là, c’era già la successiva in vista. Se c’è una cosa che fa davvero schifo sono i ragni, ma anche le zecche non scherzano, e noi dovevamo preoccuparci di entrambi. Io avevo un panino e del vino nello zaino e non vedevo l’ora di arrivare al santuario per scassarmeli entrambi.

Ad un certo punto, per la nostra gioia, il bosco terminava e cominciava l’asfalto. E’ incredibile come questa lingua grigia che ricopre il suolo e che spesso connotiamo negativamente, come simbolo di cementificazione e inquinamento, come qualcosa di mortifero, ricercando la natura ed i prati, sia stata tanto amata da noi in quel momento, considerandolo una salvezza rispetto ad una natura che ci era ostile. Forse l’uomo, per quanto ripudi la civilizzazione e cerchi un ritorno alla natura, non può fare a meno di difendersi con i suoi mezzi artificiali dalle mille insidie che essa gli riserva. La natura è splendida, ma bastarda; la natura è fantastica, ma anche il comfort, una doccia calda, l’elettricità, un letto morbido e l’assenza di animaletti schifosi; la natura è meravigliosa, ma a piccole dosi. Ci siamo buttati per terra, quasi baciandolo, l’asfalto, e per festeggiare abbiamo stappato il vino e siamo rimasti così, stesi a terra, passandoci un bottiglia di Barbera, per circa un quarto d’ora, prima di riprendere il cammino verso il santuario. 

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