
Nessuna chiamata in arrivo
Fissava quel ponte ormai da ore. Ne aveva contato più di una volta le generose campate. Oramai, le conosceva a memoria. Aveva percorso con la mente ogni suo tirante, ogni suo pilone, ogni suo stupido cavetto. Era lungo più di un chilometro, rampe incluse. Già. Se ne stava lì sospeso a circa duecento metri sopra il pelo dell’acqua con tutti i suoi venticinquemila cavetti per una lunghezza complessiva di…chissenefrega, pensò. Era stufa di aspettare.
Il traffico scorreva lento e sonnacchioso in mezzo alle torri da ventimila tonnellate. «Se non chiama entro cinque minuti, non mi chiama più. E allora me ne vado!» urlò in faccia ai 6.5 pollici del suo smartphone. Un regalo di papà per la neodottoressa. Si era laureata in ingegneria delle costruzioni col massimo dei voti al Politecnico di Milano. Aveva trascorso gli anni universitari in una condizione di isolamento quasi monastico, con la testa sui libri. Adesso aveva bisogno di vita vera, di emozioni forti. Dunque, si era decisa a volare negli States come ragazza au pair per imparare correttamente l’inglese, senza doversi pagare costose lezioni tutta da sola.
Certo, non era emozionante come andare zaino-in-spalla in Nepal o fare bungee jumping dai 321 metri del Royal Gorge Bridge, ma meglio di niente. Avrebbe offerto la sua disponibilità a seguire l’educazione dei bambini a stelle e strisce in cambio dell’ospitalità di una tipica famiglia americana. Seguire i piccoli in ogni momento della giornata: giocare con loro, vestirli e farli mangiare, accompagnarli a karate, dal dentista e a lezione di clarinetto. Insomma era disposta a fare la baby-sitter per marmocchi urlanti e bavosi pur di imparare lingua e cultura degli U.S. of A. La paga settimanale era di circa 129 dollari e 65 centesimi per un massimo di 40 ore. Una miseria. Due settimane di vacanze e un giorno, facciamo un giorno e mezzo, libero a settimana. Vitto e alloggio. E magari incontrare qualche principe azzurro dal bianco sorriso, pieno di verdoni che giocava a football alla Stanford U. Magari il tipo possiede anche una ditta di costruzioni ben avviata qui in zona. E’ la volta che mi sposo, pensò.
La brezza marina spazzava via cartacce in chiassosi mulinelli. Turisti in bermuda, sportivi compulsivi e camminatori della domenica in sovrappeso sfilavano sulla banchina. Artisti di strada, palloncini, ristorantini da zuppa di pesce e musica dal vivo sul caro vecchio Pier 39. SanFran era una piccola cittadina sulla West Coast: progettata da italiani, costruita da cinesi, abitata da ebrei.
Samir si era appostato su una panchina dietro una collinetta poco distante, così da avere un punto di vista privilegiato senza dare nell’occhio. Era arrivato di buon mattino e si era portato dietro la colazione. «Ciambelle!» aveva esultato in adorazione. Una scatola piena per riempire quella che sarebbe stata una lunga attesa di quasi quattro ore. Stava trangugiando l’ultimo dei tre caffè dalla tazza in polistirene quando la notò arrivare. «Eccola qua, la tortorella.» disse, ripulendosi i polpastrelli appiccicosi con un tovagliolo di carta. Afferrò la macchina fotografica e cominciò a scattarle dei primi piani. Ritratti in sequenza. Con una velocità di scatto di cinque foto al secondo. Erano circa le undici di mattina.
Su e giù per il ponte. Clarissa camminava nervosamente e guardava l’orologio. Era alta poco meno di un metro e settanta. Indossava una giacca color pesca con le spalline. Un po’ fuori moda, ma si vede che non aveva trovato di meglio. Sciarpa blu elettrico in tessuto sintetico. Una maglietta girocollo di jersey grigio. Lunghi riccioli neri le ricadevano da un lato del viso. Aveva grandi labbra carnose. Piccoli occhi nocciola. Una fronte ampia e pensosa. Stava lì da un bel pezzo ad aspettare. In piedi sull’imbarcadero a prendersi tutto il vento della baia. Annoiata, fissava quel telefono che non aveva nessuna voglia di vibrare.
«Chissà come si chiama?» sussurrò Samir tra i denti stretti, mentre metteva meglio a fuoco l’inquadratura. Le squillava il telefono. «Bene.» allargò un sorriso al di sotto della reflex digitale con teleobiettivo da 105mm. La ragazza osservò a lungo il numero del chiamante, quindi rispose «Hello?»
«E’ preoccupata e forse un po’ risentita. Ma, tutto sommato, piena di speranza. Ragazzina, ho paura che stasera ti daranno buca.» osservò, continuando a scattare. Dopo dieci anni di appostamenti aveva imparato a decifrare all’istante le espressioni facciali. «Ha un’espressione di falsa gioia disegnata sulla faccia. Ridacchia. E’ nervosa.» Samir Sigurson della Private Eye Inc. – specializzata in investigazioni aziendali, tradimenti e ludopatia – riusciva perfino a leggerle il labiale. Deve essere straniera; sembra europea. A modo suo, esotica. Greca, spagnola, anzi no, italiana. Sì deve essere italiana. Magari fa al caso mio, pensò. Mi piacciono le italiane, altro che queste sciacquette bionde ossigenate che vanno in palestra a fare gli squat per rassodare i glutei.
«Shit. Tomorrow in the morning?» piegò la bocca da un lato. Samir si fermò per un istante a riflettere. «Questa qui è in perenne contraddizione con sé stessa. Qualcosa non va. Vuoi vedere?Appuntamento rimandato a domattina. Già mi puzza di fregatura. Il tipo deve averla scaricata. Che fesso. E quando la ritrovi una così?» brontolò sotto voce.
La principessa Clarissa andava via, vistosamente contrariata. Il fatto è che la ragazza alla pari che si agitava dentro di lei, sognava un bel tipo sui trent’anni, ma si era ritrovata tra le gambe un cinquantenne di origini polacche, Bobby Czerwinski, grezzo e grosso come un orso, con una moglie piena di contanti e di azioni della United Crab Company, granchio in scatola. I due avevano cominciato una sordida relazione adulterina, avrebbero detto in tribunale. La cosa andava avanti da circa sei mesi con alti e bassi. Bassi più che altro. Per lei.
«Niente da fare. Un appostamento inutile» mormorò Samir. Meglio chiamare il principale e farglielo sapere subito.
«Capo? Sì, sono io. L’appostamento della baby-sitter ricciolina. Già. No, il marito fedigrafo di Miss Strauss-Kaplan non si è visto per niente. Le ha solo telefonato, il bastardo, ma l’appuntamento è saltato. No, non sospetta niente. Ci vuole pazienza? Ha ragione, Capo. Dobbiamo beccarli la prossima volta. Come? Monitorare le chiamate della ragazza? Sì, certo, procedo immediatamente.»
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Carino, promette bene.Sarebbe bello leggere il seguito.
Ho preferito la seconda parte. Come se il racconto iniziasse da lì. Bellissima l’idea dell’investigatore in appostamento. Un saluto.
Interessante interpretazione del tema e belle descrizioni. Per come lo hai impostato secondo me si presta a nuovi capitoli. Pensaci. Un appunto: a un certo punto Samir dice “Niente da fare, un appostamento inutile”, poi continua “meglio chiamare il principale e farglielo sapere subito”. Però nella seconda parte manca il virgolettato dei dialogo. A rileggerti 🙂
Ciao!
Carino. A parer mio più godibile la parte finale, di sicuro più scorrevole. Belli anche i dettagli della parte iniziale.
Bel lavoro, comunque. 🙂
Grazie Giovanni! 😉
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BOOM! Grazie Edizioni Open, è un piacere.
Mi ha convinto. La descrizione della ragazza incontra in pieno i dettagli del video, aggiungendo le suggestioni proprie della narrativa. Davvero ingegnosa e credibile la trama di fondo. Bello, mi è piaciuto davvero.
Grazie Tiziano, sei un Lettore con la L maiuscola. Il tuo commento mi incoraggia a scrivere nuovi racconti, quindi presto ne vedrai delle belle! Stay Tuuuned.
Racconto a parere mio diviso in due parti: la prima molto descrittiva dove l’attenzione del lettore viene spesso dirottata su dettagli narrativi molto fini, la lunghezza focale dell’obiettivo, i metri di altezza del ponte, la paga settimanale precisa fin nei centesimi. e poi una secondo molto più narrativa dove parte la storia vera e propria.
Mi è piaciuto, la scrittura è fluida e le immagini si delineano molto bene nella mente di chi legge.
Stai attento a dare troppi dettagli di secondaria importanza, alle volte seppure dipingendo molto bene il contorno della storia possono distogliere l’attenzione del lettore sul filone principale della storia rischiano di farlo annoiare.
Alla prossima lettura.
Grazie Raffaele per la tua analisi dettagliata, terrò a mente i tuoi consigli. Alla prossima lettura!
Mi piace lo stile descrittivo che scivola tra le parole per creare un quadro unico tra pesromaggi ed ambienete. INoltre trovo che la trama si sposi pefettamete con la tematica del laboratorio.
Attendo il proseguo….
Grazie Fabiana!
Interpretazione che calza a pennello, mi piace che l’obiettivo tramite le tue parole si allarghi, lasciando intendere anche il paesaggio che gira intorno alla scena del video. La storia è accattivante e si presta a un seguito. Mi viene da sorridere perché anche nel mio tentativo la ragazza viene spiata :), anche se da tutt’altro soggetto!
Grazie Silvia, l’dea del laboratorio mi piace perché ci mettiamo tutti in gioco. Chissà che sorpresina ci stanno preparando quelli di Edizioni Open.
Racconto accattivante che si sposa perfettamente al video proposto. Mi è piaciuto. 🙂
WOW! Grazie Micol. 😀
Descrittivo ma non troppo e molto coinvolgente come inizio.Sono curiosa e spero ci sia un seguito.Nulla è come appare e il personaggio di Samir è veramente interessante.
Grazie Ely, mi fa piacere sapere che ti abbia coinvolta e incuriosita, Samir ne sarà certamente contento.