New York, 11 maggio 2026 – Seconda sessione

Serie: L'anima della vendetta


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Siamo ancora nell’ufficio di Maguire. L’interrogatorio continua.

Sara aveva lo sguardo perso nel vuoto. Tre minuti. Forse quattro.

Declan non aveva cercato di riempire il suo silenzio. Era una tecnica che usava da anni: lasciare che le persone arrivassero da sole al punto in cui erano pronte a parlare. Ma con lei non funzionava. Si stava perdendo in qualcosa da cui non riusciva a tornare — e non era la stessa cosa.

«Tutto bene?»

Nella sua voce c’era una nota di apprensione. Iniziava a pensare che la convocazione di Sara fosse stata troppo affrettata, ma il collegamento tra il caso di Daniel e l’omicidio dei giorni scorsi era evidente. Sara era il punto da cui partire.

«Parliamo dell’arrivo di Daniel alla Heymann School.»

«Ti ho già detto tutto quello che ricordo.»

«Riflettici.» Fece una pausa. «Non ha niente da aggiungere. «Anche qualcosa che allora ti sembrava irrilevante.»

Non rispose subito.

Declan posò le mani sul tavolo. «Quando hai incontrato Richard Cowell per la prima volta, cosa hai pensato di lui?»

L’espressione di Sara cambiò. Gli angoli della bocca si irrigidirono appena, le narici si allargarono di un soffio. Uno spasmo attraversò i suoi lineamenti — rapido, innaturale — e sparì prima che potesse comprenderlo.

La fissò un istante. Disgusto, pensò. O qualcosa di molto simile.

«La scuola aveva organizzato un incontro con i genitori.» La voce di Sara era ferma, precisa. «Cowell era lì, seguiva l’inserimento degli studenti stranieri. Parlò del programma e dell’attenzione che la scuola dedicava ai nuovi arrivati. Era convincente.»

«Convincente in che senso?»

«Le cose che diceva avevano senso. Suonavano vere.»

Una pausa.

Declan annotò qualcosa. «Avete parlato?»

«Alla fine della riunione. Mi avvicinai a lui per presentarmi, ma sapeva già chi fossi.» Le mani, fino a quel momento immobili, si mossero appena. Le dita si chiusero sul bordo del cappotto all’altezza del petto — un gesto quasi inconsapevole, come chi stringe qualcosa per non lasciarlo andare. «Mi disse che avrebbe aiutato Daniel a orientarsi.»

Sara abbassò lo sguardo per un momento.

«Non hai notato niente di strano in lui?»

Gli occhi tornarono su Declan — ma lo sguardo era cambiato.

«Lo sai meglio di chiunque altro.» Fece una pausa. «Assai brave sono le creature simili a lui nell’occultare la loro vera natura.» Un’altra pausa. «Per un po’.»

Declan ripeté mentalmente la frase. Non era sbagliata. Eppure, non gli tornava. Come se fosse rivolta a qualcun altro.

Sara distolse lo sguardo, come se cercasse qualcosa oltre la finestra. Quando riprese a parlare, la voce era la stessa — ma l’ufficio sembrava già lontano.

***

New York, 1 Settembre 2023

La Heymann School al primo sguardo non smentiva le aspettative. Facciata in mattoni rossi, finestre alte, un cancello in ferro battuto aperto solo nelle prime ore del mattino. Era considerata un’eccellenza — classi piccole, famiglie selezionate. Il tipo di posto in cui i genitori si sentono al sicuro a lasciare i figli.

Arrivai con cinque minuti di anticipo. Mi fermai un momento sul marciapiede prima di entrare — un’abitudine sviluppata nel primo anno di praticantato, nei corridoi dei tribunali: raccogliersi, orientarsi, decidere come presentarsi.

L’aula magna aveva quell’odore caratteristico degli edifici scolastici privati — legno vecchio e qualcosa di chimico che assomigliava al disinfettante. Le sedie erano quelle da conferenza, non i banchi.

Edmund Heymann aprì la riunione con la cordialità calibrata di chi ha fatto la stessa cosa centinaia di volte senza perdere l’entusiasmo della prima. Parlò del progetto educativo, della sua visione educativa, del bilinguismo come strumento di pensiero. Era evidente quanto fosse orgoglioso del proprio ruolo.

Alto, corporatura robusta, un sorriso che arrivava sempre un secondo prima delle parole.

«Ispira fiducia» pensai. Il tipo di fiducia che non si mette in discussione.

Accanto a lui, seduta con la schiena dritta e una cartella sulle ginocchia, la sua segretaria — Linda Mash. L’avevo incontrata al momento dell’iscrizione e aveva colpito subito la mia attenzione. Capelli chiari, espressione controllata, sguardo attento.

Non prese la parola. Eppure, la sua presenza era attiva: riforniva Heymann di fogli quando ne aveva bisogno, gli passava l’acqua quando il tono della voce calava.

«Una macchina ben oliata» pensai.

Poi Heymann presentò i docenti. Il primo a salire sul palco fu il professore di letteratura: Richard Cowell. Si alzò dalla prima fila con la naturalezza di chi è abituato a essere guardato. Capelli grigi portati con una trascuratezza che su certi uomini diventa stile. Occhiali. Una giacca che costava più di quanto suggerisse.

Parlò degli studenti internazionali — dell’attenzione che riservavano loro, del tempo necessario per orientarsi in un sistema nuovo, e di come la scuola lavorasse per rendere il passaggio meno brusco.

Annotai mentalmente la frase.

Dopo il discorso mi misi in coda davanti a lui. Quando arrivai, mi strinse la mano con fermezza misurata — né troppo forte, né troppo molle.

«Sara Landolfi» dissi.

«La madre di Daniel Ferraris.»

Notò la sorpresa sul mio viso.

«Leggo sempre i dossier dei nuovi arrivati. Ho preso a cuore il caso di Daniel.» Un sorriso breve, preciso. «Ha una buona base in inglese. Questo rende le cose più semplici. Dovremo prestare un po’ più di attenzione alla fase di inserimento.» Si fermò un momento. «I bambini che arrivano senza una rete di conoscenze alle spalle hanno bisogno di più tempo per trovare il loro posto. Sarò il suo tutor e il referente per le questioni amministrative.»

Era bravo a manipolare le persone. Sapeva offrire a una madre preoccupata la giusta dose di incoraggiamento. Ricordo che prima di andare via pensai che era la persona giusta per Daniel. Se mi fossi soffermata ad analizzare meglio la situazione, forse avrei notato quello che non volevo vedere. Tutto il suo intorno suggeriva prudenza — quel dettaglio su Daniel, “ho preso a cuore il suo caso”, mi aveva convinta che per lui non fosse solo un nome su una lista. Adesso so che non era attenzione. Era selezione.

Continua...

Serie: L'anima della vendetta


Avete messo Mi Piace9 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Attenzione e selezione: non si escludono a vicenda, ma la seconda manda un’eco inquietante; forse io sarei fuggita da un posto come la Heyman School. Eppure la superficie delle cose, come spesso capita, nasconde e rivela nello stesso tempo: ma soprattutto seduce.
    Trovo molto convincente la suddivisione in due parti di ogni puntata. Rende la narrazione più animata ma, al di là di questo, la presenza del passato sulla stessa “pagina” del presente credo sia il cuore di ciò che stai raccontando.

  2. Qui la tensione nasce dalla distanza tra ciò che Sara ricorda e ciò che ora sa. Ogni dettaglio dell’incontro con Cowell acquista un peso inquietante: la gentilezza misurata, l’attenzione apparente, la capacità di dire esattamente ciò che una madre aveva bisogno di sentirsi dire.
    La tua scrittura rende bene il senso di colpa retrospettivo, quella lucidità dolorosa con cui si rilegge il passato cercando il punto preciso in cui il pericolo aveva già cominciato a mostrarsi.

  3. Questa storia è fatta di ambientazioni di cui non mi sazio mai. E poi che brava a metterti lì, tutte le sere, come un amanuense, a disegnare su pergamena. Come se non bastasse il lavoro che già stai facendo con la scrittura!

    1. 😂😂😂 Visto che brava! Sembro una miniatrice medievale che si inchina davanti all’AI. Guglielmo da Baskerville mi prenderebbe con sé all’istante 😄 Ormai, tra episodi e immagini che raccontano di inquisizioni, streghe sul rogo, maledizioni e tutto il resto che non posso ancora spoilerare 😏, direi che una certa esperienza in misteri da risolvere me la sono fatta.

  4. “Ho preso a cuore il caso di Daniel.” Quella frase che sembrava rassicurante la rileggi alla fine e ti gela. Sara che riconosce il predatore solo a distanza di tempo, quando ormai è troppo tardi, è qualcosa che ti fa rabbia e compassione insieme. Si legge col fiato sospeso.

  5. Ciao Tiziana, mi piace questo continuo salto temporale, perché tu lo stai gestendo benissimo, guidi passo per passo chi ti legge. Adoro gli scambi tra Sara e Maguire, sono interessanti come personaggi sia presi singolarmente che in interazione l’una con l’altro.
    Il personaggio del tutor è introdotto splendidamente, mette già i brividi.
    Complimenti!

  6. Sembra tutto molto reale, concreto e attuale, soprattutto nella costruzione dei personaggi, in parte un po’ loschi, nonostante i sorrisi che precedono le parole e certe giacche di gran classe. Questa storia mi piace molto, anche perché é tinta di giallo. 💛

  7. Continua a convincermi e appassionarmi questa tecnica narrativa. Nella parte dell’interrogatorio ho delle sensazioni strane, come se Sara davvero finisse in un alto mondo, dove l’ufficio e la realtà scompaiono, quando ricorda e risponde alle domande. Questo Cowell mi inquieta, hai descritto benissimo il modo in cui certe persone sanno fare leva sulle insicurezze e fragilità altrui…purtroppo lo scopri sempre col senno di poi.