Nylennur delle Terre Estranee

Qualcuno aveva messo in giro la voce che fosse un elfo scappato da Hy-Brazil, l’Isola delle Nebbie. In verità si trattava di un Vegliardo il cui mestiere era un’arte antica e sacra; viveva senza dimora attorno alle colline di Thumaron, lontano dagli occhi dell’uomo, in compagnia delle bestie e dei cieli.

Una volta di chiamava Nylennur. Era giunto assieme al suo popolo dalle Terre Estranee di la del mare, navigando su acque celesti a bordo di navi dragoniche che solo la sua razza aveva il privilegio di foggiare dai rami dell’Albero della Vita. Unico sopravvissuto al naufragio, giunse sui litorali del mondo occidentale con immensa fatica.

Era stato mandato dal Re del Mondo per apprendere il mestiere, giacché gli astri nel giorno della sua nascita ne avevano sancito il destino.

Partì alla volta della terra degli uomini con un drappello di Guerrieri ed Osservatori; fra questi anche la sua amata, che perse la vita tra le onde. Venne meno ai suoi doveri per quella perdita, e la solitudine nelle vaste terre degli uomini lo disturbò nel carattere; vagando perse la memoria della sua missione e della sua razza, quindi gli rimase soltanto un nome, e lentamente divenne un uomo. Sperimentò i fenomeni della natura e della vita, e ne volle ricercare una spiegazione: sapeva dell’esistenza di un velo così sottile, appena leggero, che lacerato ne avrebbe mostrato il vero volto; ma erano i suoi ricordi che cercava, ed essi cercavano lui. Studiando i moti di quelle stelle in un cielo che non conosceva, una notte il vento gli portò ai pensieri un nome: quello della sua amata. Venne tormentato dai diavoli dei ricordi, riacquistò la memoria e per tale ragione chiese al cielo un fuoco capace di bruciarli per sempre. Fuggì, sperando che le vite umane coi suoi piccoli dolori gli avrebbero permesso di dimenticare; visse in una grande città e conobbe molta gente. Divenne amico di certi, ma rifiutò la compagnia di tutti gli altri: era gente distratta, piena di tormenti tanto minuscoli da sembrare giganti.

Li osservò da lontano e s’accorse che facevano finta di ascoltare, mentre in verità non aspettavano altro che il loro turno per parlare; si negavano aiuto reciprocamente, erano malvagi e ottusi, avidi e manipolatori. Giuravano fedeltà per denaro e non perdevano occasione di nuocere al prossimo loro pari per trarne vantaggio. Li vide recarsi nei templi, fingere di pregare Dio e negare la loro fede negli stessi luoghi di culto quando, ignorando i precetti della loro religione, amavano il lusso e disprezzavano la povertà e l’umiltà. Vedevano la loro immagine riflessa dappertutto e solo di quella parlavano, lisciandosi il mantello o lusingandosi allo specchio.

Colse l’oscenità dell’uomo nell’osservare il disprezzo che questi avevano verso quelli che erano diversi da loro, e ne fu addolorato e disgustato.

“Padre -chiese-, perché mai sono stato mandato qui?”

Rimembrò la propria discendenza, la propria patria, la propria razza.

Gli rispose il Padre, attraverso lo specchio:

“Affinché tu conosca il male, per rifiutarlo e liberarti da esso”.

La gente prese ad appellarlo col vezzo di Eremita, perché s’era allontanato da loro per studiare. Ne ebbero paura, lo chiamarono untore, zoppo, folle. Dovette fuggire una notte, quando gente rozza e armata lo minacciò a nome di tutto il popolo e lui, che dimorava sotto la Grande Cattedrale per carpirne i segreti, fuggì e non tornò mai più. Era riuscito ad apprendere la sua arte sfogliando i bassorilievi in pietra del grande edificio filosofale, che gli parlava del Padre e di come far ritorno da Egli.

Non riuscì mai più a giungere al di la del mare celeste, nelle Terre Estranee della razza dei Vegliardi; tuttavia trovò il modo di vivere per sempre: si cavò il cuore, nei recessi di una caverna, e lo pestò nel mortaio tante volte quante bastarono per ridurlo in polvere. Lo consegnò al Padre, che ne accolse il sacrificio estremo; divenne un fantasma: sorvolò ogni cielo e scrutò ogni città e mondo, e fu rapito dai moti dolci della creazione che emanavano dal cosmo alle sue prime e ultime luci.

Il Re del Mondo, Sovrano dei Vegliardi, lo riaccolse in patria come stella in cielo, per ricompensarlo del lavoro compiuto. Ogni popolo delle Terre Estranee riuscì a scorgerlo nella volta celeste, e s’innalzarono canti per la vittoria del loro fratello sulla morte.

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Discussioni

  1. Mi piace come hai miscelato una (impietosa) immagine dell’umanità (vorrei dire contemporanea, ma l’uomo non è forse così da sempre?) con delle immagini metaforiche da fiaba adulta. Il risultato è qualcosa che induce a riflettere.

  2. Ormai non posso fare a meno di leggere tutto quello che scrivi 🙂
    Anche questo racconto, come le altre, è una storia contemporanea travestita da fiaba. Non sono mai leggeri i tuoi scritti, mai superficiali anche se con le parole reciti formule magiche ammalianti.
    Molto bello.

  3. Un’altra fiaba ben scritta, molto profonda, dove si scorge il labile confine tra ignoranza e persecuzione, gli uomini non comprendevano il comportamento del Vegliardo accusandolo così di essere pericoloso quando il suo scopo era quello di tornare alle sue origini. Immane sacrificio fu necessario, togliendosi la vita raggiunse la più bella delle ricompense: la mutazione in stella, e quegli ignoranti superstiziosi, adesso, a l’ora insaputa, osannano la bellezza dello zoppo, eremita folle.

    1. Estraneità delle quali tutti siamo vittime o carnefici, prima in un tempo poi in un altro. Corretta analisi, ad ogni modo; grazie per essere passato.