
Oi dialogoi
C’è una stagione per tutte le cose.
Anche i poeti (pardon…i peti) hanno la loro.
Da assai giovani, da ragazzini, si afferma un peto senza dipendenza alcuna, un fiato di spensieratezza,irresponsabile e birichino.
Poi si cresce e si prende vergogna.
Ci si nasconde sotto lenzuola e coperte spesse durante l’inverno oppure sotto coltri leggere l’estate.
Mai permettere che i borborigmi che governano i nostri apparati intestinali abbiano la meglio sfiatando impunemente.
E allora quali contorcimenti, mosse infide e segrete, guizzi da viscide anguille, per non appalesare l’urgenza.
Se si desse libero corso agli zefiri sottili un possibile suono acuto allarmerebbe eventuali compagne, partner, consorti scatenando la muliebre ira funesta.
Diversa la situazione nelle camerate di una caserma o di un convitto: allora lì è una guerra gioiosa a colui in grado di modulare il suono a comando. O secondo la durata e l’intensità.
La sofferenza, tuttavia, in altri luoghi permette ciò che sarebbe considerato sconveniente fra estranei. Soprattutto di notte è un concerto sotteso di mugolii e di spostamenti e di sfruscii malaccorti di coperte.
Il signorino fuoriesce impudente e leggero…Si ritorna bambini. Non c’è la gara, ovviamente. Solo il libero corso ad un fastidio in più, non doloroso, che tuttavia è meglio disormeggiare. Lasciar andare senza rimpianti né ritegni.
Se il dolore e l’afflizione da soli non prendono piede il piccolo ‘poeta’ suona allegro il suo canto come un usignolo all’alba.
Piccolo ‘poeta’, grande campo.
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– Come stai?
– Non mi posso lamentare. Il mio padrone, qui sopra, non ha remore.
Così ho le mie libertà e la sera, quando tutto è tranquillo, io intono il mio canto. E tu che mi dici?
-La mia signora, invece, fa la sostenuta e si trattiene ed io soffro, come puoi facilmente intendere, e son dolori.
Ma poi, come un vulcano in eruzione, corre su quel vasone bianco bianco laggiù in quell’andito usato per le loro abluzioni, ed io mi assordo. Altro che libera espressione del canto!
-È una iattura la tua , mia cara! Ne sono davvero dispiaciuto.
-A volte penso a come sarebbe esaltante incontrare un compagno intrigante ed intelligente come te.
Chissà a quali sfrenatezze potrebbe dare corso la mia intima vena artistica!
-Volere è potere, mia cara.
-Ma come fare?
-Giocare d’anticipo, ma cherie.
-Che intendi?
– Acqua, aria, terra, fuoco. I quattro elementi. Noi siamo spiritelli eterei, folletti dell’aria.
– E quindi?
– Noi siamo coloro che stanno in alto. Così in alto, così in basso. Gli antichi ritenevano che i pensieri risiedessero nel ventre. Giove partorì Minerva dal cervello, Venere, la ciprigna, nacque dalle spume del mare. Noi apparteniamo a Dioniso e a Mercurio, divinità dei crocicchi, dei ladri, dei commerci, del furore panico.
– Lasciati andare, mia diletta, e vedrai.
– Dici?
– Sì! Prova.
– Pronta?
– Pronta, sì
– Andiamo…
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco
Molto buffo e divertente!
Grazie,Kenji!
Complimenti un racconto poetico e divertente, mi e piaciuto molto
Grazie, Alessandro!
Che dire, un racconto elegante, una ricerca di termini accurata, metafore poetiche…per parlare del peto. D’altronde, se anche Dante ne parlava nella Divina Commedia (“ed elli avea del cul fatto trombetta”), non c’è nulla di male nel ridare dignitià ad uno naturalissimo sfogo fisiologico! Bel racconto.
Grazie Sergio,
Piacere di conoscerti!
Piacere mio 🙂
“Se il dolore e l’afflizione da soli non prendono piede il piccolo ‘poeta’ suona allegro il suo canto come un usignolo all’alba.”
Questo passaggio mi è piaciuto