PAGINA DI DIARIO – MARTEDI’ SETTE SETTEMBRE 2021, coraggio e anticoraggio

Serie: OK, HO DECISO DI RACCONTARMI IN UN DIARIO


E’ da sabato pomeriggio che non ho più notizie di Benedetta.

Ma chi se ne frega.

Ho ancora il sapore della sua saliva nella mia bocca.

“Mi manca un pezzo di cervello dalla fronte, e quello rimasto è protetto solo da uno strato di pelle, anche se è molto spesso. Questo, ormai lo so, è causa di alterazioni del mio carattere, disorganizzazione comportamentale che nessuno è mai riuscito a tollerare per più di pochi mesi.”

“Hai molto coraggio ad accettarmi e sopportarmi.”

Il buco nella fronte è una anomalia evidente. Ci sto attenta perché ho paura di farle male se lo urtassi.

Non ho invece paura della sua lingua, che sporta si avvicina alle dimensioni di un membro maschile. E mi fa impazzire la voragine fra i denti davanti, forse brutta da vedersi ma uno sballo per la mia clitoride, che aspirata da un vortice potente all’interno di quell’anfratto, si cortocircuita. Magari solo per un breve momento che a me sembra eterno, ho quattro fantastici arti che mi fanno correre ad una velocità superiore a quella della DeLorean DMC-12, trasportandomi in un mondo irreale.

Anche per questo il coraggio non mi manca. Con lei, un mese o cento mesi che importa.

E poi il coraggio ha mille aspetti mille forme e sfaccettature.

Ho letto appena ieri di un ragazzo che si è tolto la vita il giorno in cui un anno prima aveva investito ed ucciso un passante. Ha avuto il coraggio di buttarsi sotto ad un treno proprio il giorno dell’anniversario. Non aveva il coraggio di sopportare il peso della colpa.

Mi viene in mente ora che a pochi giorni ricorrerà l’anniversario di un evento, che mi ha colpito abbastanza da vicino.

Ero in Toscana da nonna quel giorno di metà agosto dello scorso anno, e con mamma eravamo andate a Firenze per incontrare la signora Contelli

L’appuntamento era in un bar di piazza Santa Maria Novella.

Seduta vicino al nostro tavolino c’era una ragazza più o meno quarantenne dagli appariscenti capelli di un rosso vivamente ramato, ricci bizzarri, con divertenti meches verdi.

Aveva davanti a sè un bicchiere che ricordava molto i “Martini” dei film in bianco & nero.

Ho notato subito una stranezza. Sul tavolino di metallo, attorno al basamento del bicchiere un ampio strato di liquido a laghetto, da cui emergeva lo stelo della coppetta.

Il braccio destro era contenuto in una specie di fasciatura, di colore a metà fra il blu acqua e l’indaco, che si estendeva fino alla mano. La mano sinistra appoggiata a piatto sul tavolo forse anche un po’ dentro la pozzanghera, con alcune dita che sembrava fossero arcuate verso l’alto in modo innaturale.

Sguardo fisso avanti a sè verso l’interno del bar, ma in realtà chiaramente rivolto verso il nulla.

Improvvisamente stacca la mano dal tavolino, afferra il bicchiere e se lo porta alla bocca.

Ora capisco il lago sul tavolino, e capisco anche le strane macchie che noto solo ora sui polsini bianchi della camicia. La mano sinistra appena si è staccata dal tavolino ha cominciato ad agitarsi sempre più violentemente facendo ondeggiare anche il tavolino. Alternando momenti di maggiore intensità a momenti quasi di immobilità, faceva schizzare parte del contenuto della coppetta tutto attorno, innaffiando il tavolino, i polsini e qualche goccia anche sul colletto della camicetta, nonostante la testa della ragazza fosse sporta esageratamente in avanti. Le labbra in quel ballo incessante sono alla disperata ricerca del bordo della coppetta. E finalmente il liquido giallino limpido si riversa nella gola della ragazza lasciando solo che un piccolo rivolo sfugga dal bordo sinistro della bocca.

Mentre ancora tiene stretta fra le labbra la coppetta, una giovane donna bionda corpulenta si avvicina con passo veloce piazzandosi davanti alla ragazza e coprendo la mia visuale.

“Andate a casa signorina Marieke, che mamma preoccupata. Troppo tempo fuori.”

L’ordine lo sentiamo più o meno tutti perché la corpulenta lo scandisce ad alta voce.

Con movimenti decisamente bruschi, da persona chiaramente contrariata per non dire incazzata, la ragazza, che solo ora mi rendo conto decisamente alta, slanciata, con un fisico mozzafiato, si alza e scostando la donnona si allontana dal tavolino palesemente barcollante, urtando una signora che si stava avvicinando. La due figure sembrano osservarsi come se si conoscessero, poi con un movimento brusco della testa, senza dare cenno di saluto, la ragazza cambia direzione e si allontana ancora, insicura sulle gambe e seguita a poca distanza dalla bionda.

Cosa strana. Nessuna delle due donne ha pagato, ed il cameriere, che a poca distanza stava servendo il tavolo vicino, guarda la scena e non si scompone.

La signora Contelli, che aveva appena urtato la ragazza barcollante, ci rivolge uno sguardo sorridente, entusiasta di vedere mamma e si viene a sedere con allegri convenevoli al nostro tavolino.

Terminati i convenevoli mamma chiede,

“Ma Martina, tu conosci quella signora che è appena uscita?” “E’ sembrato per un attimo che vi scambiaste uno sguardo complice”

“Ma la conosci. Non ricordi? E’ la prima figlia della famiglia Canaccini” “Ricordi? Il papà aveva qualche anno più di noi.” “E’ mancato sei anni fa” “Non ha fatto a tempo a vedere il dramma della figlia”

Marieke è nata in Olanda. La mamma olandese era una violinista e il papà Canaccini era un giovane architetto esperto scenografo teatrale in giro per il mondo. Dopo la nascita di Marieke era riuscito ad ottenere contratti stabili in Olanda e si era sposato stabilendosi a Kockengen, a 20 chilometri da Amsterdam, dove i genitori della mamma di Marieke facevano gli allevatori. Anche Marieke era architetto in Olanda, ma dopo la morte della nonna, forbita orafa con un laboratorio a Scandicci, la giovane architetta inviata in Italia dal padre, che cominciava ad avere problemi di salute, per occuparsi della eredità della nonna, aveva scoperto l’arte orafa e si era trasferita per amore non di un uomo ma dello ‘sbalzo’ e del ‘cesello’, in Italia per non ripartire più.

Sposando egregiamente la sua fine manualità alla fantasia ecclettica dell’arte figurativa, aveva raggiunto una discreta fama fra le gioiellerie di Firenze e non solo. Viveva ormai per i gioielli e per tutto quel mondo che gli sta attorno.

Più o meno nel 2015 i primi segni della malattia hanno cominciato subdoli ad insinuarsi, proprio quando stava per esportare la sua bravura anche in Olanda.

Fu mentre firmava un contratto in una banca di Amsterdam che si accorse che la sua traccia grafica sul documento non era quella solita.

In pochi mesi il mondo le era rovinosamente crollato addosso.

Parkinson giovanile la inequivocabile tragica diagnosi. In Italia ed all’estero i sui inutili viaggi della speranza.

Quando “finalmente” assimilò che il suo percorso era tristemente segnato da una esponenziale progressione peggiorativa, cominciò ad aggiungere alle cure farmacologiche quantità crescenti di alcool. Quello per cui si era totalmente realizzata si stava progressivamente sgretolando. Molto presto le sue mani non poterono più esprimersi nell’arte toreutica ed il “bulino” cominciò a tradirla con una cattiveria indegna di quel nobile strumento. L’oblio alcoolico era la sua camera tutt’altro che segreta in cui coccolare per un momento il suo spirito in chimerici irrealizzabili sogni.

Non era caduta in balia di droghe comuni, e di questo bisogna darle merito.

La affettività, che prima della malattia aveva sempre sfuggito, forse per mancanza di tempo o per prevaricanti impegni e dominante entusiasmo per il lavoro (lo sposo della sua vita) si era improvvisamente risvegliata, alimentando un asfissiante bisogno fisico di colmare dei vuoti lasciati liberi dall’alcool.           La giovane e possente croata aveva nutrito da subito un affetto sincero, per quella “signora” così bella e così incazzata, scostante, cattiva a volte anche nei suoi confronti, ma cosi tenera e arrendevole nei momenti di bisogno, riconoscente delle sue indispensabili attenzioni.       L’amore anche fisico non aveva tardato a sbocciare, e non importava se poteva sembrare surrogato sesso casalingo.

Alcuni giorni prima della nostra visita a Firenze e del nostro incontro con la signora Martina, Marieke era caduta dalle scale di casa nell’intenzione di infilare un fiore in un vaso che la sua vista, modellata e distorta dalla Vodka che le procurava la devota Durdica, aveva localizzato proprio al centro di dove in realtà si trovava la rampa delle scale. Per fortuna la sua caduta aveva avuto un percorso deviato dalla ringhiera, facendole evitare un esito più rovinoso. Nessuna frattura ma solo una contusione del polso. I tremori però le procuravano dolori lancinanti nella zona contusa. Era stata necessaria una protezione che immobilizzava il braccio e la mano. Ecco perché non potendosi aiutare con due mani a guidare l’avvicinamento della coppetta alla bocca, l’effetto era stato così disastroso ed appariscente, oltretutto sprecando abbondante liquido per lei così importante.

Più o meno tre settimane dopo quei fatti, impressi indelebilmente nella mia mente, Marieke si trovava in Olanda per sbrigare delle incombenze.

Conservando ancora la doppia cittadinanza in quella nazione, non ha avuto difficoltà a completare, senza che nessuno lo sapesse, neppure la disperata Durdica, le procedure per l’eutanasia, eseguita il dieci settembre.

Coraggio e anticoraggio.

Ciao Diario.

Serie: OK, HO DECISO DI RACCONTARMI IN UN DIARIO


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni

  1. Ciao Cosi, anche questo l’ho letto con molto interesse. Sulla tua scrittura mi sono già espressa in altri commenti. In questo brano ho trovato luoghi che frequento di solito nel centro storico di Firenze e anche della periferia. Il coraggio…e il non coraggio… da viversi secondo soggettività come risposta a fattori oggettivi.