PRIMA PAGINA DI DIARIO – SABATO 17 LUGLIO 2021, TARDA MATTINATA

Serie: OK, HO DECISO DI RACCONTARMI IN UN DIARIO


Ho la testa che mi scoppia, lo stomaco ridotto in mille pezzi e l’intestino rovesciato come quando mi tolgo di fretta la manica destra della giacca. Sono stupida. Lo so che il mio fisico non regge l’alcool. Ma ierisera non potevo farne a meno.

Il dramma è che sfido chiunque nel bel mezzo di una battaglia all’ultimo sangue fra te ed i più violenti urti di vomito, china a novanta gradi sulla tazza del water, con solo una metà dei quattro arti funzionanti, a mantenere la posizione di attacco in equilibrio. Per quanto ci riesci? Il centro nervoso situato nel mio bulbo scaricava impulsi che scatenavano un ricco complesso di contrazioni dei muscoli dell’addome e del diaframma con chiusura della glottide, apertura del cardias, spasmo del piloro e contrazioni antiperistaltiche della parete gastrica. Cosa vuole dire in fondo non ne ho la più pallida idea, ma così si esprime la enciclopedia Treccani. Fossero anche quattro o due, i ‘cani’ hanno comunque ragione. E’ un gran casino. E in quel casino, una volta perso l’equilibrio, ho proseguito il mio produttivo riverso di prodotto gastrico, rannicchiata per terra.

Anche di notte fa troppo caldo e le finestre sono spalancate. Il mio vicino, nel bel mezzo della notte sente gli “strani rumori provenienti dal garage”, anche se non ha il garage e non ha la moglie con cui giustificarsi.

Così il “Chi cazzo rompe a questa ora?”, il “Chi mi butta giù dal letto con questa fucilata di campanello nel cervello, mentre la testa mi scoppia”, ha il sapore dell’inadeguato, visto che avendo sentito tutti i miei rumorosi urti di stomaco notturni, dalla finestra del suo bagno, il vecchietto ora si sta premurosamente accertando delle mie dubbie condizioni.

Provvidenziale, perché, dopo aver accertato che sono ancora viva, seguendo astutamente l’olezzo proveniente dal pavimento del bagno, senza alcuna mia richiesta mi sta sanificando e profumando tutto l’ambiente.

Io invece ho un attacco di tristezza e quando lui torna completata l’operazione, mi trova con l’occhio sinistro tutto lacrimante. Sono asimmetrica anche negli occhi. Non ho mai capito, anche se qualcuno ha cercato di spiegarmelo, perché non controllo il flusso di lacrime a sinistra, quando il resto del corpo alterato è a destra. Comunque l’evidente inzuppo ha provocato il vecchietto che con voce alterata dalla raucedine delle sue sigarette esordisce con “Gioia, vuoi sfogarti?”.

NO che non voglio sfogarmi, tanto meno con tè, che quando mi dici “Gioia” mi sento contrarre anche i muscoli dei peli delle ascelle dalla irritazione. Ma già che ci sei, quasi quasi, qualche idea in più nella confusione della mia mente magari me la puoi dare.

“Ggom ooo hoggaah mhfscsc hagroo iiaaa cchescaa, ongong Pffffhoo” – ‘Non so cosa mi sia successo ieri sera, signor Paolo’

“Ma ‘gioia’ perché continui a chiamarmi SIGNOR?”

Cazzo come mi dà fastidio quel ‘gioia’! E ancora più quando mi avvicina quella sua manaccia odorante di fumo e sudore stantio! Ho una gran voglia di mandarlo a cagare. Ma sinceramente non so più che cazzo mi sta succedendo e che cazzo devo fare, per cui proseguo.

L’ho vista di sfuggita già diverse volte ma non lavora nei nostri uffici. Forse una consulente esterna.

Ricordo perfettamente di aver incrociato il suo sguardo quella volta che mi ero spiaggiata sul pavimento del corridoio, mentre avevo la mano sinistra affondata nei glutei di Ennio che mi stava letteralmente tirando su da terra. Ricordo anche che, se pur un pò imbarazzata, avevo fatto il confronto con il suo culo androgeno decisamente piatto.

Ieri sera era presente alla festa perché amica del festeggiato. Un lungagnone anche un po’ gobbo forse per l’abitudine di cercare di adeguarsi agli interlocutori in maggioranza ben più bassi di lui. Va all’estero per una promozione, beato lui!

E proprio lui, mentre io e la misteriosa invitata con aria imbarazzata e lo sguardo perso entrambe aspettavamo di capire come e dove sederci, dice a lei svagatamente come se non conoscesse né lei né me “Mettiti vicino ad Isa”, “Vi conoscete già vero?”

NO che non ci conosciamo brutto citrullo!

Per la verità di questa smania di festa una volta aperte le gabbie non che ne sentissi quel gran bisogno, ma non posso fare sempre la figura della andicappata misogina. In quel momento però la sensazione era di uno strano presentimento eccitante.

Tolgo la mano destra dalla tasca e sistemo la borsa sulla spalliera della sedia. Mentre mi siedo emetto un mio grugnito sordo di saluto. Lei, senza dare la sensazione di meravigliarsi del grugnito, spalanca due grandissimi occhi neri, abbassa la testa e pronuncia il suo nome a denti stretti tanto che non lo capisco. Sto pensando di farmelo ripetere, quando qualcuno dice “Ciao Betta, Tutto bene?” Lei quasi ventriloqua risponde sempre a denti e bocca stretta.

Ha un viso triangolare, spigoloso, ossuto che a pelle dà la fastidiosa sensazione di addentare un caco colto acerbo. Anche le braccia sono magre ossute leggermente pelose, per cui così vicina mi sarei aspettata un odore di sudore acidulo puberale, e invece emana una fragranza secca maschile mista a bosco primaverile e spezie. La bocca larga che sembra filiforme perchè assolutamente rigidamente chiusa, è sovrastata da uno strano naso che anzicchè rastremarsi si allarga progressivamente verso la radice, dove una depressione al centro della fronte si estende da una sopracciglia all’altra. Anche le dita sono ossute con unghia tozze, evidenziate da uno smalto vistosamente scuro blu aviazione.

Ma le due cose che già fin dal primo sguardo mi avevano sconquassata fino al clitoride, sono i due grandi scuri occhi da cerbiatta ferita, ed i due seni rotondi e tesi come due palle di marmo di Carrara.

Eravamo due emarginate, non nel senso triste del significato, ma nel senso che per la nostra indecisione nel prendere posto eravamo sedute al margine della tavolata e davanti ad entrambe non c’era nessuno. Nonostante questo avevo la strana sensazione che stava per succedere qualche cosa di speciale.

E infatti come se improvvisamente lei avesse attivato le funzioni di un processo di elaborazione che era in standby, ha cominciato a parlarmi a ruota libera guardandomi negli occhi. Aveva un modo di emettere le parole un pò particolare come ovattato perchè sembrava che il labbro superiore fosse imbalsamato.

Senza fare giri di parole dice che quel giorno, in cui comunque non aveva capito che ero distesa sul pavimento del corridoio per i miei problemi, per lei era stato come un colpo di fulmine. Da allora aveva desiderato una occasione ogni volta che veniva in sede. Un pò si vergognava mentre parlava, ma lo sconvolgimento del suo cuore maturato fino alla esplosione era più forte della ragione.

“Mi chiamo Benedetta, e so che ti chiami Isabella” “So la tua storia”, “Mi ha raccontato di te il project manager che conosco da quando sono nata”

Era un fiume in piena e io ero senza parole! Era come se la cosa mi avesse sconvolta e allo stesso tempo la avessi desiderata da tempo. Ho abbozzato un sorriso quando forse per darmi tregua si era interrotta e nervosamente aveva afferrato un grosso grissino ‘Picos’ e se lo era infilato in bocca. L’operazione aveva richiesto la spalancatura della bocca e la scopertura dei denti superiori, ai quali mancavano entrambi gli incisivi centrali sostituiti da una grossa voragine.

Il movimento impercettibile dei miei occhi aveva tradito la fugace reazione di curiosità.

Lei mi lascia alcuni secondo per pensare a quello che mi ha detto, ma sapendo di avermi così sconvolta da non bastarmi qualche secondo per riordinare le idee, “Anche io ho un difetto” “Sono nata con un buco nell’osso della faccia che va dalla fronte alla mascella. I medici non hanno voluto chiuderlo da piccola, ed ormai lo tengo così”.

“Cosi il mio cervello sulla fronte ha solo la pelle che lo protegge dal mondo, forse per questo io sono un po’ pazza!”

Abbiamo cominciato a conversare. E lei con calma traduceva i miei grugniti come se per una predisposizione naturale sapesse coordinare le mie espressioni alle mie intenzioni.

Lo so che non reggo l’alcool, ma ho cominciato a versare e farmi versare il vino finito anche sulla tovaglia. Non capivo più se ero felice o terrorizzata,

Conquistata o stregata da quegli occhioni esageratamente teneri, sentivo progressivamente contorcersi tutto quello che c’è dentro di me, non riuscendo più a controllare non solo i muscoli già spastici della parte destra, ma persino il muscolo del cuore.

Quando è iniziata la solita proiezione di ricordi del festeggiato, spente le luci, nella penombra Betta prende fra le sue la mia mano destra e con un leggero movimento rotatorio irregolare percorre con il polpastrello del suo dito medio, le linee del mio palmo. Il polso con piccoli scatti si distende seguito dalle dita. Ultimo il pollice sempre più restio. Io trascinata sempre più in alto fino a quando in cima alla salita delle montagne russe è cominciata la discesa fatta di apnee e di urli soffocati, fino alla sgradevole deliziosa sensazione di umido in mezzo all’inguine. Non so dove era finita la sua mano ma so che da quel momento non ricordo più nulla.

Serie: OK, HO DECISO DI RACCONTARMI IN UN DIARIO


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Discussioni

  1. Eccomi, finalmente comincio il tuo diario, non vedevo l’ora! Partenza stuzzicante, proprio come speravo. Ora ho un po’ di giorni da recuperare però…ah, una domanda: dove trovi queste illustrazioni? Mi piacciono, quelle della tua Serie precedente poi sono dei veri e propri capolavori.