
Pandemia
Shanzy aprì improvvisamente gli occhi.
La stanza era ancora immersa in una semi oscurità ma le prime luci del nuovo giorno iniziavano a farsi spazio fra gli infissi delle finestre e quella tenda con le farfalle viola, malconcia e scolorita.
Aveva fatto un sogno di cui non ricordava nulla sebbene fosse quasi certa di aver sognato la stessa cosa ripetutamente.
Sempre la stessa scena.
Le avevano sempre detto che quel tipo di viaggio onirico era una sorta di meccanismo di difesa del cervello, quando avverte l’inizio di disidratazione. In effetti sentiva come della sabbia in gola e faticava a deglutire. Con un notevole sforzo si tirò su a sedere poggiando la schiena alla testiera scricchiolante e afferrò una bottiglietta d’acqua sul comodino. Tentò di aprirla ma aveva la mano destra addormentata come le accadeva sempre, da che ne aveva memoria, se riusciva a cadere in un sonno profondo. Era raro ma era capitato tante volte negli anni. Strinse la bottiglietta fra le ginocchia e svitò il tappo con la sinistra. Bevve avidamente mentre apriva e chiudeva la mano destra nel tentativo di risvegliare la circolazione sanguigna.
L’acqua sapeva di plastica ma questo passava il convento. Le tornò in mente il viaggio in Egitto che aveva fatto con suo marito per il loro sesto anniversario di matrimonio. Non ricordava quante volte le avessero ripetuto di non bere l’acqua corrente in nessun posto, bensì solo liquidi confezionati.
Ma quella sera, seduti al bancone del bar dopo una cena romantica se ne erano entrambi dimenticati. Il gin&tonic era buonissimo, peccato per quel grande cubetto di ghiaccio in entrambi i bicchieri e anziché finire la serata fra le lenzuola e il sesso annebbiato dalla giusta dose di alcool, fecero i turni in bagno per un attacco di dissenteria di ore e ore. Le venne da ridere e subito dopo una lacrima scese sul viso e poi un’altra e un’altra ancora.
Mark,
amore mio.
Il Coronavirus se l’era portato via.
Era sempre stato sano, bello e forte come un dio. Ma quello schifo microscopico lo aveva ridotto a un…
Pianse a dirotto.
Smettila idiota, si disse, o continuerai a disidratarti.
Si alzò.
Percorse pochi passi ed entrò in bagno. Liberò la vescica e l’intestino con lo sguardo fisso su una mattonella celeste che si incrociava col piatto della doccia. Qualcuno disse che in certi angoli del soffitto o del pavimento si concentrino forze siderali che fungono da portali per altre dimensioni. Aveva letto qualcosa in proposito ma non ricordava se fosse stato uno scrittore del secolo scorso o una rivista scientifica. Optò per la prima ipotesi. Gli scienziati diffidavano di queste idee. Almeno in pubblico.
Girò la manopola dell’acqua calda e si buttò sotto la doccia. Il vapore invase il piccolo spazio. La caldaia stava dando il meglio di sé quella mattina e lei provò una gioia fugace. L’acqua calda sebbene scoperta come si soleva dire, tanto tempo fa, era ancora in grado di provocare stupore e emozione. Come un buon caffè.
Le piccole cose.
Ma è proprio lì che si cela anche il diavolo.
Non seppe dire quanto rimase sotto il getto bollente e non le importò molto dopotutto. In quel momento era in pace. Si avvolse in un grande asciugamano ancora efficace ma che iniziava a perdere la sua morbidezza e si lavò i denti utilizzando l’acqua di un’altra bottiglietta. Indossò dei vestiti che aveva lasciato il giorno prima su un rozzo attaccapanni. Pantaloni cargo, una felpa, delle scarpe tecniche e un giaccone con mille tasche. Non ne aveva proprio mille ma l’effetto pratico era quello. Mise una mano proprio in una di quelle tasche che ti dimentichi di avere e saggiò un oggetto di tela, leggero. Lo estrasse. Scosse la testa.
Gettò la mascherina FFP2 nel cestino e uscì. Chissà da quanto tempo era lì. In quella tasca dimenticata. Quando Mark era ancora vivo magari?
Richiuse la porta della stanza a chiave e si incamminò lungo il corridoio.
Incrociò alcune persone che stavano facendo la stessa cosa e altri che andavano in direzione opposta. Niente saluti, solo cenni.
Dopo l’isolamento e la tragedia, era convinta che la gente si sarebbe di nuovo unita, tipo un rinascimento dei rapporti umani o un’altra rivoluzione stile anni ’70. Invece era andata solo peggio.
Entrò in una sala ristorante e si mise in coda al buffet per fare colazione. C’era poco e non era neanche un granché. Ma era meglio di un calcio nelle palle come gli diceva suo marito. A lui piaceva tutto, sapeva trovare il bello in ogni cosa.
Il bicchiere era mezzo pieno per lui.
Bevve’ un po’ di caffè e addentò una brioche confezionata. Un suono basso e intermittente echeggiò nella sala. Poi un altro. Poi tanti, tutti uguali, all’unisono. I presenti diedero un’occhiata ai loro orologi da polso e lentamente si alzarono depositando i vassoi ed uscirono diretti ognuno dove sapeva di dover andare.
Shanzy fece lo stesso. Premette il tasto sul suo dispositivo per silenziare l’allarme. Uscì di nuovo sul corridoio e sfilò davanti alla reception dell’hotel. Aprì una porta antincendio e iniziò a salire le scale. Era un buon posto quello. Un vecchio albergo in una zona sopraelevata della città. Una posizione ottimale.
Era accaduto qualcosa, due anni prima. Apparentemente alcuni esperimenti biologici erano stati portati avanti. In silenzio, nella segretezza più assoluta o forse il mondo era stato troppo occupato con nuove guerre ovunque da potersene accorgere. Ma evidentemente la lezione del 2020 non fu abbastanza. Di nuovo, la situazione gli sfuggì di mano e di nuovo, provarono a nascondere la cosa per qualche tempo. Non seppero neanche come chiamarlo, era talmente assurdo che non riuscirono neanche a dargli uno di quei nomi scientifici che faceva eccitare tanto quei cavolo di cervelloni.
La gente lo aveva conosciuto solo come, Zeta.
Ma subito dopo venne rinominato Il Correttore, per via di alcune fughe di notizie sulla natura delle sperimentazioni. Tipo un bianchetto che si usa per correggere una parola sbagliata con una giusta, anche se l’effetto non era proprio quello.
Shanzy passò davanti a una stanza con una porta che si divideva in due parti. La parte superiore era aperta e un uomo attendeva all’interno. “Ciao Shanzy, il solito?”
Lei annuì, l’uomo si voltò e afferrò un fucile M21 con un’ottica di precisione montata sopra. Glielo porse e lei proseguì fino a uscire sul tetto dove c’erano altre persone appostate che le rivolsero un cenno. Niente saluti, solo cenni.
Si sistemò alla sua postazione.
I putridi, come li chiamavano, non ci misero molto ad arrivare.
Avanzavano lenti e inesorabili. Ogni giorno si prendevano qualcuno ingrossando le proprie fila.
Iniziarono a fare fuoco. La loro nuova routine lavorativa. Resistere.
Come ogni mattina, Shanzy iniziò a pregare. Non di restare viva. Non gliene fregava più un cazzo di vivere ormai.
Immaginava che se davvero i morti camminavano su quel che rimaneva del pianeta Terra, lei avrebbe potuto rivedere il suo Mark. Sarebbe stato ridotto ad un ammasso di resti purulenti ma a lei andava bene così. Le sarebbe corsa incontro e l’avrebbe abbracciato.
E magari sarebbero marciti insieme, sfilando zoppicanti davanti ai posti che li avevano fatti incontrare e innamorare. E quando le loro membra si sarebbero decomposte definitivamente, avrebbero potuto volare via, come polvere nel cielo. Se non era quella una morte perfetta…
E il bicchiere sarebbe stato ancora mezzo pieno.
Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi ero fermato al librick precedente, essendo tuo follower ricevevo le mail di notifica a ogni pubblicazione e ho rimandato un po’ troppo mi sa. Mi sono goduto questa storia zombie dal sapore agrodolce. Un romanticismo pregno di amarezza. Bravo!
Anche a me, in passato, è capitato di associare la Pandemia al concetto di Apocalisse Zombie. Non saprei spiegarne bene il motivo: forse per l’impatto che ha lasciato in me “The Walking Dead”. Trovo geniale quella serie, proprio perché ha dato al terrore un volto molto vicino a noi. Una malattia incurabile, che, al contrario di tutte le altre, si esplicita nella morte: il peggiore dei tormenti. Nel tuo racconto ho ritrovato molte di queste sensazioni e ti ringrazio per averlo voluto condividere.
Grazie mille Micol! Mi ricordo quando qui a NY scavavano le fosse comuni nel Queens e a Brooklyn e quando vedevamo la fila di carri funebri fuori dai cimiteri in Italia, al Tg. Ha cambiato per sempre la nostra vita. Grazie di essere passata 🙂
Apocalittico! Non so bene se posso ma se non ti dispiace lo commento così con un lavoro che avevo fatto per macinare questa cosa che ci ha toccato tutti e forse non è ancora finita ma ne siamo all’inizio. Grazie per il tuo scritto. https://www.youtube.com/watch?v=a9fJdQfnxL4
Grazie mille Giulio! Video molto potente e ti ringrazio di avermelo condiviso 🙂
Ciao Daniele! Non proprio il tipo di storie che prediligo, ma questa è una cosa assolutamente personale. Il suo effetto lo fa di sicuro, accompagnando il lettore verso una piega che non ti aspetti.
Ciao Gabriele! Grazie mille e a presto!
Una rivisitazione del tema dei morti viventi in chiave sentimentale. Ben scritta, a mio parere, con qualche piccolo refuso. Grazie per la condivisione, è molto d’effetto e mi ha regalato emozione.
Ciao Giancarlo! Grazie mille a te per avermi letto 🙂
ciao Giancarlo, ho apportato alcune modifiche sperando che sia più fluido. 🙂
Mi piace molto, sì è più fluido e l’effetto è, se possibile, ancora più forte. Bello!