Pandora

Jack Crowing, quarant’anni per la maggior parte trascorsi in una bettola a pulire il vomito degli ubriaconi per due soldi l’ora, saetta tra i vicoli soffocanti della città bassa. Ha appena rubato una borsa e, nonostante la senta sbatacchiare contro il fianco sinistro procurandogli un fastidio non indifferente, non accenna a diminuire la velocità; il cuore martella nel suo petto con un ritmo che si fa sempre più concitato.

Devo addentrarmi ancora un poco, pensa. Ancora un centinaio di metri e sarò al sicuro. 

Si fa forte della convinzione che nessuno sbirro oserebbe avventurarsi tanto in profondità; i sobborghi sono il regno dei pezzenti, dei ratti e delle prostitute: un regno che lui conosce alla perfezione. I colori che sfumano nel grigio della vecchia filanda e il fetore di urina e liquore da quattro spicci. Vecchi che, ormai dimenticati, sonnecchiano in attesa dell’ultimo respiro.

Finalmente si decide a rallentare: quasi non sente più le gambe. Ma il cuore lo sente, lo sente eccome! Si porta la mano destra al petto, si ferma e lascia che la borsa scivoli per terra, tra la polvere: è molto meno pesante di quello che si aspettava e non è un buon segno.  Il cane di Pip lo storpio ringhia al suo passaggio, come farebbe con un ladro qualsiasi. 
«Sta zitta, stupida bestia!» La bestia si queta. Per un lunghissimo istante, il ladro osserva la sua refurtiva. Trovare una borsa De Sciatòn dimenticata sul sedile anteriore di un suv della bmw non è una fortuna che capita spesso e Jack sa che le fortune vanno acchiappate al volo. La proprietaria dell’auto aveva perfino dimenticato di chiudere la portiera: i borghesi della città alta sono gente strana, non c’è da stupirsi.
Prima di far scorrere la chiusura lampo, si guarda attorno circospetto. Via libera, perfino il bastardino di Pip sembra essersi disinteressato a lui.
Forza De Sciatòn, vediamo che nascondi.
Un semplice movimento della mano destra e la borsa è aperta. Vuota. Nulla. E in quel nulla, Jack Crowing si perde: 

Vede sua figlia, la piccola Sofia dai lunghi capelli infuocati come un tramonto. Lei lo guarda a sua volta e gli sorride; i giorni in cui si sarebbe ammalata sembrano lontani a venire.
«Mi fai fae l’aeoplano, papà? Per favoe!»

Jack scuote la testa per ritrovare la realtà che lo circonda. La borsa è sì vuota, ma non tutto è perduto; ha sentito che gli zingari pagano bene per roba simile. La fortuna non lo ha ancora abbandonato; avrebbe comprato le medicine e Sofia sarebbe guarita. È una bambina forte, proprio come la madre.
Solleva la borsa trovandola stranamente più leggera di quanto già non fosse. Non perde la testa su quel particolare insignificante, ha ben altro di cui preoccuparsi. Riprende a correre, veloce come il vento che gli sferza il viso. Si ferma davanti al portone della catapecchia che ha la presunzione di chiamare casa. Lo spalanca con gioiosa foga.
«Rose, amore mio, guarda cosa ho…»
Sua moglie, coperta solo da una vestaglia sottile, se ne sta in equilibrio precario sopra uno sgabello. Una corda, aggrappata a una trave del soffitto, le cinge il collo.
«Non guarderò mia figlia morire! Mi dispiace Jack, non ce la faccio.»
«Sofia non morirà!» replica lui. «Vedi questa borsa? La venderò e con i soldi compreremo le medicine. Starà bene.»
«Ti sbagli, non starà mai bene! Ormai è tardi, non c’è più nulla che possiamo fare. Perdonami.» I piedi della donna perdono il contatto con lo sgabello. Il corpo freme e, a poco a poco, gli occhi si spalancano a mostrare il bianco, il banale colore della morte.
Mille lacrime inondano il viso di Jack, gli offuscano la visuale. Con un gesto furioso sbatte per terra la borsa e si precipita verso il vuoto involucro che un tempo, forse secoli prima, aveva chiamato amore. Gli sembra di udire il lieve russare di Sofia provenire dalla stanza accanto, ma ormai non ha più importanza. Il nulla. Il vuoto.

E mentre il giorno lascia spazio alla notte, da una finestrella entra un po’ di luna; un pallido raggio che, impassibile al Fato degli esseri umani, va a illuminare una targhetta d’argento posta al centro della borsa. Sette lettere incise in elegante grafia, il nome della persona a cui la borsa apparteneva:
PANDORA

PS Naturalmente non esiste alcuna marca De Sciatòn, perdonatemi questa piccola invenzione.

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Discussioni

  1. Hai chiuso un cerchio letterario.
    Per cinquant’anni ho letto decine e decine di racconti (e visto altrettanti film) che descrivono la versione pragmatica, scientifico-tecnologica, del mito di Pandora. Virus, invasori da mondi alieni o ultraterreni, armi di distruzione globale, nuove tecnologie di produzione energetica e recentemente intelligenza artificiale. Finalmente leggo un bellissimo racconto, moderno nello stile e nell’ambientazione, che torna a Pandora.
    Grazie.

  2. Bellissimo quello che riesci a fare con così poche parole, il dramma umano di chi è costretto a rubare per sperare. Il destino che si accanisce sugli ultimi uccidendo i sogni di una vita migliore.
    Bella l’idea del parallelismo con Pandora anche se a spingere il protagonista a liberare il “male” non è la curiosità ma la necessita, da un tocco in più a un racconto già bello di suo, sostenuto da una prosa come sempre molto efficace

  3. Penso che questo racconto racchiude una metafora sul nome Pandora.
    Ho pensato appunto alla storia del vaso di Pandora e come si interseca questa allegoria con la triste storia di Jack Crowing.
    Complimenti.

  4. La parte iniziale è la mia preferita… diciamo che crei una suspance fascinosa… non facile da creare con poche righe.
    La parte della morte della povera moglie ha convinto poco anche me. Hai delle belle idee e uno stile raffinato, classico ma al contempo moderno. Qualche rilettura in più prima della pubblicazione secondo me non può che rendere eccellente il tuo lavoro.
    Ciao Ciao Dario 😉

  5. D’accordo con fpalexlamarca sul quadro dell’impiccagione della moglie. Chi si impicca così muore per asfissia e non per lussazione delle vertebre cervicali. Ma questa è una quisquilia rispetto al pathos di tutto il racconto. Geniale l’idea del vaso di Pandora: un vaso vuoto, che non serve a niente, e che conduce a un ineluttabile destino. Complimenti!

  6. Ciao Dario concordo con tutti i complimenti che hai ricevuto fino adesso, ma, c’è sempre un ma 🙂 la scena in cui la moglie si impicca forse dovresti migliorarla. Mi spiego meglio, lui entra, parla con la moglie che sta per ammazzarsi e… abbi pazienza ma un impiccato non muore sul colpo, a meno che non si lanci nel vuoto e con la corda gli si spezzi il collo. Nella scena come l’hai impostata tu, il marito avrebbe tutto il tempo per aiutarla, e salvarla. Non credi?

    1. Hai ragione, devo ammettere di non aver fatto caso a questa svista. In realtà il marito non vuole aiutare la moglie, perché anche la speranza ha lasciato il “vaso” e non resta che la disperazione!😉
      Ti ringrazio per la tua attenta analisi e ti saluto.

  7. No, vabbè! Geniale! Ogni volta che arrivo alla fine dei tuoi racconti sei capace di spiazzarmi sempre. Sei partito da un “semplice” argomento – o meglio dire, una “semplice” azione – per andare a parare su ben altre questioni. La lettura scorre che è un piacere e fa riflettere parecchio. E fare questo in poche pagine non è mai facile. Bravo come sempre, complimenti! 🙂

  8. La forza di questo racconto è nell’idea, ispirata al vaso di Pandora, ma implementata in modo molto originale. La scrittura scorre che è un piacere, il ritmo è ottimo, la chiusa perfetta. Proprio a voler trovare il pelo nel’uovo smorzerei un po’ sull’incipit carico di immagini, almeno per me, gratuitamente trash. Ma è davvero un’inezia. Bravissimo, Dario!

  9. Un episodio mozzafiato che lascia senza fiato e mette in crisi il lettore a livello empatico rispetto all’ episodio precedente.Complimenti

    1. Ciao Ely, questo è un racconto a sè non legato alla mia serie. Mi sono divertito a giocare con l’idea del vaso di Pandora in maniera mooolto personale. Si tratta della prova lab #2. Nonostante ciò, spero che ti piaccia comunque

  10. Ciao Dario, ottimo modo di interpretare il Lab, ci sono dentro i temi a te cari: il tormento interiore, l’ineluttabilità della morte, lo smarrimento. Mi è piaciuto, grazie per aver condiviso e per aver dato un’idea al settore della moda per il nome di un nuovo brand: De Sciatòn è notevole.

  11. Ciao Dario, il titolo è di per sé “la” storia. Mi è piaciuta la tua scelta di dare un altro appiglio solo alla fine, diversamente il racconto avrebbe condotto la mente del lettore verso altri lidi. Anche qui il tuo “mondo” la fa da padrone in un contesto azzeccato e surreale. 🙂