Per sempre nel Bianco

Dopo l’autunno arriva l’inverno. Gipo sapeva che poteva durare molto a lungo, soprattutto nella valle. Sapeva anche che quell’anno sarebbe stato molto più rigido dell’anno precedente. Non malvagio, indifferente alla vita.

L’uomo condivideva con la figlioletta l’esiguo spazio di una misera casupola. Seduti con la schiena appoggiata a una parete, osservavano in silenzio il crepitio del fuoco. Al centro della stanza, le fiamme danzavano, regalando il loro calore.

«Anna,» Gipo si sollevò sulle tozze gambe. Indirizzò alla figlia uno sguardo fermo. Tossì tre volte. «oggi è il giorno, ricordi?»

La bambina allargò le piccole labbra screpolate in un sorriso. «Andiamo a trovare la mamma? Mi manca tanto. Non la vedo da troppi giorni!»

«Sì, amore mio. Andiamo a trovare la mamma.»

All’esterno li accolse il respiro del Bianco. Il vento che, con gelidi sghiribizzi, smuoveva la neve in superficie. La monotona, impassibile desolazione del freddo. S’imbacuccarono nei loro indumenti, abbassarono le cuffie a proteggere le orecchie.

Seduta su una panca di legno, la vecchia Ester rivolse loro un cenno col capo. Ricambiarono. Tolisso era un paesino sperduto nella Valtellina, circondato da aspri monti. I suoi abitanti non amavano perdersi in vane parole. Vivevano di sguardi. Uomini e donne compagni della solitudine.

«Non pensi che sia troppo presto? La tua figlioletta è così piccina.»

«Penso che sia grande abbastanza» ribatté Gipo. «Buona giornata, Ester.»

L’anziana sollevò al cielo gli occhietti contornati da rughe. Aveva smesso di nevicare.

Padre e figlia si incamminarono. I loro stivali sprofondavano nella neve e ogni passo era una fatica che si aggiungeva a quella precedente. Il sudore si mescolava al freddo facendo lacrimare i loro occhi. Tuttavia continuavano ad avanzare, seguendo la strada dei massi: giganti di pietra che indicavano la via che li avrebbe condotti alla loro destinazione.

«La mamma ci sta aspettando?»

Gipo non rispose subito. Tossì tre volte. La voce del vento si era fatta più intensa. Fastidiosa.

«Sei stanca, Anna? Vuoi che ci fermiamo un po’?»

La piccola scosse il capo, e per tutta risposta aumentò l’andatura.

Più salivano in quota, più respirare diventava faticoso. L’uomo non era nuovo a percorrere quel sentiero, ma per la bambina le cose erano molto diverse. Nonostante facesse di tutto per non darlo a vedere, Anna non poteva nascondere l’affanno che pesava sul suo minuscolo petto. Aveva fame. Tutti avevano fame.

In montagna il tempo assume contorni incerti. A volte si dilata, altre si restringe. Gipo non avrebbe saputo dire da quanto si erano messi in cammino. Da solo non ci avrebbe impiegato più di un paio d’ore, ma quella volta non era da solo; era con sua figlia. La sua amata bambina.

«Quand’è che potrò giocare con Susi?»

«Come mai ti viene in mente Susi proprio adesso?»

«Mi annoio. Non ci sono bambini in paese.»

«Appena il Passo sarà nuovamente percorribile potrai andare da lei.»

«E quando sarà percorribile?»

«Quando lo deciderà l’inverno.»

L’uomo tossì nuovamente. Non più tre, ma quattro, cinque volte. Si trovò costretto a piegarsi sulle ginocchia per sfogare il suo spasmo. Minuscole goccioline rosse si posarono sulla neve. Una piccola mano avvolta in un guanto si posò sulla sua schiena.

«Stai bene, papà?»

«Sto bene» mentì Gipo, cercando di darsi una parvenza di contegno. «Non devi preoccuparti. Forza che siamo quasi arrivati.»

Prima di partire, l’uomo aveva temuto che la figlia non sarebbe riuscita a giungere a destinazione senza problemi, tuttavia fu lui il primo a cadere. Affondò nella neve con tutto il viso. Si sollevò a fatica. Lo sguardo appannato. Un improvviso e lancinante dolore alle tempie.

Anna lo abbracciò. Stretto stretto. La sue labbra si piegarono in un broncio che la fece sembrare più piccola di quanto già non fosse.

«Papà! La mamma ci sta aspettando.»

Poi arrivò il turno della bambina di cadere. Le esili gambette cedettero sotto il peso della fame e della fatica. Non un lamento sfuggì dalla sua bocca. Si rialzò, usando i guanti per togliersi la neve che le si era appiccicata al cappotto. Per un istante, Gipo invidiò la sua forza di volontà.

Tre croci in legno, quasi totalmente sepolte nella neve, delimitavano l’ingresso del luogo che dovevano raggiungere. Gli abitanti di Tolisso lo chiamavano il campo, nonostante sembrasse più che altro una radura avvolta in una gelida, candida coperta. Non vi sarebbero mai cresciuti né cereali, né ortaggi. In quel campo crescevano solo i morti. 

Prima di superare le croci, l’uomo recitò una veloce preghiera.

«Gesù, proteggici e custodiscici nell’ora più buia. Nei tempi del lunghissimo Bianco.»

«Amen» sentenziò Anna.

Davanti allo sguardo attonito della bambina, si spalancò il macabro spettacolo di un numero indecifrabile di cadaveri. Il freddo aveva conservato il loro aspetto originale. Statue di ghiaccio. Statue incomplete. Ad alcuni mancavano le dita, ad altri un intero braccio, ad altri ancora una gamba.

«Non devi aver paura.» La voce di Gipo pareva giungesse da molto, molto lontano. «Senza il loro aiuto la fame ci ucciderebbe; non supereremmo mai l’inverno.»

Una di quelle statue era una giovane donna, a differenza di altri, ancora completa. Capelli castani a incorniciare un volto pallido.

«Mamma!»

Anna, in un angolino profondo del suo cuore, aveva sempre saputo la verità, ma in quel momento non sapeva come comportarsi. Avrebbe voluto gettarsi tra le braccia della donna, ma non avrebbe ricevuto che un gelido abbraccio.

Nel frattempo, Gipo aveva estratto un grosso coltello che teneva celato sotto le vesti. Lo porse alla bambina.

«Dovrai essere tu la prima. Un dito dovrebbe andar bene.»

«No!» Le lacrime fuggite alle ciglia si univano al ghiaccio, perdendosi in quel vuoto profondo. «Non voglio.»

«Questo è quello che facciamo. Da sempre.» La mano del padre si posò sopra una spalla della figlia. Anna vide che aveva tolto i guanti. «Presto anch’io raggiungerò la mamma…» le disse, tossendo. Una sola volta.

«Papà, no!»

«…ma tu non sarai mai sola. Noi saremo con te. Per sempre.»

FINE

(P.S. Tolisso in Valtellina è un paese immaginario.)

Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in LibriCK

Commenti

    1. Dario Pezzotti Post author

      Ciao Francesca! Io in Valtellina ci vado spesso…MAI a Tolisso, sia ben chiaro!😂
      Saranno stati minimo due anni che covavo questo racconto. Tiziano mi tira fuori un lab a tema morte nella neve, come avrei potuto rifiutarmi ? Alla fine ne é uscito un buon (spero) racconto. Ciauz!!!

  1. Isabella Sguazzardi

    Ciao Dario,
    sin dall’inizio ero partecipe all’angoscia del padre, mi sembrava di sentire come respirava il freddo, quel freddo che si è dovuto, per necessità, trasmettere a tutto il suo corpo, compreso il cuore. L’unico punto caldo del racconto è la piccola Anna, confido in un seguito che le risparmi questo dolore 😟

    1. Dario Pezzotti Post author

      Questa è una storia triste, soprattutto perché drammaticamente plausibile. Del destino di Anna non mi è dato sapere, forse non sarà costretta a seguire le orme del padre. Chissà. Ciao Isabella.

  2. Fabio Volpe

    Ciao Dario.
    Mi è piaciuta l’atmosfera che hai creato e la preparazione al finale che non è stato per niente facile da accettare.
    Da lettore si rimane scossi e si resta nella storia per un po’,concordo con gli altri.
    Ma da autore, mi chiedo, cosa provavi quando lo scrivevi?
    Complimenti!

    1. Dario Pezzotti Post author

      Ciao Fabio, diciamo che mi trovo abbastanza a mio agio con i racconti oscuri.😉
      A parte gli scherzi, l’ispirazione per questa storia è arrivata da un articolo letto non ricordo dove. Cosa ho provato scrivendola? La soddisfazione di aver dato vita a una buona storia…o così mi auguro.

  3. Cristina Biolcati

    All’inizio, con Gipo (i tuoi nomi sono forti!) pensavo di ridere. Ho creduto fosse una specie di favola. Ma lo sviluppo e il finale sono di una tristezza infinita. Povera bimba! Bravo Dario! Imprevedibile, oltre che inquietante, come sempre 👍

    1. Dario Pezzotti Post author

      Carissima Cristina, Gipo è il diminutivo di Gianpaolo. Hai ragione, questa è una storia triste, un racconto che conservavo da più di due anni. Meditavo di mandarlo a qualche concorso (anche se non é che io sia tipo da concorsi) ma questo lab mi ha convinto a proporlo qui. Su questa piattaforma ho conosciuto persone meravigliose; mi trovo veramente bene, anche se a volte dovreste essere più severi con le critiche. Siete troppo buoni! 😊
      Spero che questo mio piccolo racconto sia piaciuto almeno un decimo di quanto è piaciuto a me.🙂

  4. Giuseppe Gallato

    Una storia d’impatto, che ti lascia dentro un vuoto quasi incolmabile e al contempo un forte senso di consapevolezza. Descritto poi con un linguaggio veloce e crudo, così come deve essere, per far immergere ancor più il lettore e farlo sprofondare nelle riflessioni che hai sapientemente richiamato. Sul veicolare significati sei sempre un grande, complimenti!

    1. Dario Pezzotti Post author

      Ancora una volta. Ricevere complimenti da parte tua è per me un grande onore. Soprattutto per questo racconto che, lasciami essere sincero, considero abbastanza buono. Grazie Giuseppe!😊

  5. Antonino Trovato

    Dario, non posso fare altro che complimentarmi con te, perché a tratti è un racconto commovente grazie alla tua prosa cruda, ma poetica. Un racconto significativo, ove tocchi davvero molte corde, col tuo solito incedere carico di oscurità. È una favola triste, anche per come è stata scritta, che in un certo senso, nella sua tristezza, fa il paio con il mio lab, se posso permettermi, anche se ovviamente sono diversi. Direi che hai mantenuto in pieno la tua promessa😁!

    1. Dario Pezzotti Post author

      Grazie Antonino, il fatto più sconvolgente è che questa storia è basata su fatti reali. Quanto ho descritto era una pratica utilizzata dagli abitanti dei paesi che in passato restavano isolati per le abbondanti nevicate.

    1. Dario Pezzotti Post author

      Ti ringrazio, Giovanni. Devo recuperare un po’ dei tuoi racconti. Non mancherò.🙂

  6. Micol Fusca

    Ciao Dario, giuro che durante l’ascesa aspettavo da un momento all’altro che Gipo tirasse fuori il coltellaccio per far fuori Anna. Il finale mi ha lasciato un retrogusto amaro e molto a cui pensare riguardo l’importanza del guscio che vestiamo. Non mi dilungo nel commento, perché non voglio “spoilerare” a chi lo leggerà nella home senza aver prima aperto il racconto. L’inverno è davvero duro, l’incidente aereo sulle Ande insegna.

    1. Dario Pezzotti Post author

      Ciao Micol, avevo avvertito che per questo lab avrei scritto un racconto piuttosto crudo. Una storia che tenevo in serbo da un po’ di tempo. Sapevo che l’idea era buona quindi temevo che metterla su carta (schermo) l’avrebbe sminuita.
      Avevo anche detto che con questo lab avrei fatto sul serio, e io mantengo sempre le promesse. Ahahah (o almeno ci provo).