Porte sottili

Per tutta la vita ho camminato, lungo un corridoio di porte danzanti.

Ma mai ne ho scorte due identiche: alcune si somigliavano, e avrei creduto d’averle già incontrate, non fosse che una apparteneva al mio passato, e l’altra si stagliava di fronte a me.

Chiassose talune, pacate altre, tanto da venir notate solo da chi sia capace di guardare con attenzione; alcune vecchie con il legno gonfio per l’umidità, che forse hanno fatto il loro tempo e attendono solo di dissolversi con l’arrivo della sera, e altre nuove di zecca, rifinite di materiali piacevoli alla vista ed al tatto, che si s’ingannano, pensandosi eterne.

Alcune aperte, ed altre chiuse a chiave. Tra queste, di molte tentai l’accesso, dal principio, ma non ci fu mai verso. Alla fine, ho sempre dovuto lasciar perdere: so d’aver fatto la cosa giusta, ché non ne valeva la pena, ma ancora mi rammarico del tempo che vi ho speso. Talvolta, mi scopro a ricostruirne gli stipiti eleganti con la punta della mente, e confesso che un po’ mi intristisce il pensiero di non aver mai visto cosa celassero all’interno; sempre ché contenessero qualcosa.

Alcune porte, poi, mancavano persino della serratura. Se ne stavano lì, cullando il malcapitato con promesse di volta in volta più grandiose al progressivo realizzare che non vi sarebbe mai stato modo di entrarvi.

Il ricordo di certe porte mi tormenta ancora, su altre, invece, i miei occhi si sono posati pigri e forse distratti, perché le ho scordate immediatamente.

Un giorno, però, in fondo ad un corridoio secondario in cui mi ero persa, mi imbattei in una che era insolita e bizzarra. Provenivano dall’interno, dei rumori che parevano quelli di una risata, ma opponendosi così, con la sua semplice fattura in legno, con venature verticali, il cui unico vanto stava nella sfumatura dorata che le conferiva il sole, al silenzio che la circondava, sembrava, in qualche strano modo, che fosse lei stessa a ridacchiare.

Venne poi molto vento e la porta cominciò a sbattere piano piano, così capii che non era chiusa e che potevo entrarci, se volevo. Fu così, quindi, che la incontrai, lei e tutto il suo mondo variopinto, racchiuso oltre una porta qualunque. C’era un castello dentro, talvolta maestoso, talaltra rigido e spigoloso come sanno esserlo i disegni dei bambini, a volte in rovina, ed altre ancora dall’aspetto di una vecchia casa sull’albero; ma sempre circondato da una foresta silenziosa. Un ruscello quasi in secca ne delimitava l’accesso, e si potrebbe dire che rappresentasse i confini di quel regno incerto.

Dopo la prima volta, tornai a giocarci molto spesso, e così conobbi la regina che viveva nel castello, che era nobile anche se indossava vestiti come i miei e sembrava solo una bambina. Era molto saggia, però, e coraggiosa, e infatti fu lei a convincermi che potevo attraversare il ruscello; io – per me, avevo un po’ paura, perché se fossi caduta mi sarei fatta male.

Presi a passarci così tanto tempo, che non uscivo quasi mai dalla stanza dietro la porta, e il corridoio con la carta da parati e le assi scricchiolanti aveva perso ogni attrattiva per me. Capitava sempre più spesso, infatti, che l’androne mi apparisse scuro e freddo, e che dietro le altre porte trovassi luoghi inospitali. Certi giorni, la sola idea di aprirne di nuove mi portava a piangere fino all’ora di dormire, e anche quando non succedeva, mi sentivo in bocca il sapore metallico del disordine e dello smarrimento; per quanto cercassi di dominarli, essi mi travolgevano e mi scuotevano senza tregua, e soltanto il ruscello quasi in secca e le mura del castello sembravano riuscire a tenerli lontani.

Accadde però un giorno, dopo che era piovuto per una settimana intera e il fiume s’era gonfiato d’acqua, che per paura decidessi di non attraversarlo, inventando una scusa per giustificarmi agli occhi della mia compagna di giochi; e quando poi feci per tornare dalla regina – mi resi conto che dalla porta, in qualche modo, dovevo aver lasciato entrare anche le mie paure, ed allora non c’era più modo per me di raggiungere l’altra sponda, senza infettare i tessuti leggeri che fondavano quel regno.

Così fui costretta ad andarmene, a combattere quei nemici silenziosi che ne minacciavano la pace il più lontano possibile. E non aprii più quella porta, anche se rimasi a lungo ferma a guardarla, perché, anche se sapevo che dovevo partire e non ci si poteva far nulla, al tempo stesso avrei voluto che le cose fossero diverse.

Ed ora, anni dopo, mi capita di chiedermi se ricordo ancora la strada per tornare indietro ed entrare di nuovo, e fingo che non sia così, poiché so che ammettere la verità renderebbe solo più impervio il mio avanzare: per me è chiusa. Si aprirà per altri, sebbene forse con un aspetto diverso, a seconda di come la immaginino i suoi abitanti, ma non per me. Ho aspettato che tornasse il vento per dirlo, ed avevo ragione, perché non ha più sbattuto, neanche piano piano.

Ora, dentro, il castello e tutto il regno si sono dissolti solo per metà, e sembrano intessuti della consistenza e dei colori pacati dell’aria.

Infine, è comparso un grande letto, che prima non c’era. Lì la regina è adagiata e dorme, senza respirare; benché, restando in silenzio e immaginando una leggera brezza primaverile, non sia difficile farne dei sospiri lievi e regolari. È per questo, credo, che la porta da allora è chiusa: perché possa riposare, almeno fino a che qualcuno non bussi.

E dunque, non mi capiterà più di perdermi in quello stesso corridoio secondario, di imbattermi in una porta uguale. Potrebbe persino essersi disgregata – l’ho visto succedere a volte – ma questo non riavvolge le ore che vi ho trascorso, anche se talvolta le sento come scivolare tra le dita e mi sembra di non riuscire a trattenerle. Si tratta solo di una sensazione, però, e null’altro, perché la cadenza dei miei passi le scandisce tutte, una per una.

Così, mentre vago lungo il corridoio ormai familiare, ogni tanto mi fermo a raccontare – a chi voglia camminare un po’ con me – di quello che c’era dietro la porta.

E chissà che magari, col tempo, a forza di ripeterne la storia, non finisca per descriverne persino i dettagli più piccoli, al punto da innalzarne una identica con le parole.

Diverso sarebbe solo il corridoio.

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Discussioni

  1. “Per tutta la vita ho camminato, lungo un corridoio di porte danzanti.”
    Questo passaggio mi è piaciuto
    Iniziare così è stato come calare una carta vincente. Apre uno spiraglio su qualcosa di immenso, avvincente, che poi si legge tra le righe.