Posso giocare?

Serie: Pane e sabbia


Il villaggio Catalano, dove abito a Selinunte, è da sempre popolato da bambini.

Ogni giorno, dal mattino a ora di pranzo, dalle due del pomeriggio alle otto, dalle nove e mezza alle undici e mezza, il villaggio brulica di bambini di ogni età che giocano. Al mattino, quando i genitori lavorano, i bambini scorrazzano in bicicletta per le strade, fino a che i nonni, gli zii, i genitori stessi, non urlano: è pronto, a mangiare! I bambini, a meno che non abbiano quattro-cinque anni, fagocitano quello che hanno nel piatto perché pensano: prima finisco di mangiare prima torno a giocare. Nella loro testa c’è un’unica parola che risuona come il beccare di un picchio, ed è totalizzante, assoluto, inesorabile: gioca, gioca, gioca. La mamma dice: fatti una doccia, prima; mangia; fai la pipì, dormi, fai i compiti; ma nella testa del bambino la voce è lucida e nitida: gioca, gioca, gioca.

Mentre riflettevo su cosa significa essere bambini al giorno d’oggi, in un’epoca dominata dai social e l’utilizzo assiduo degli smartphone, ho realizzato che avrei dovuto farmi una passeggiata al mattino, al pomeriggio e alla sera, per osservare i bambini e il loro modo di giocare. In seguito però ho dovuto ripensarci, perché ero sicuro che avrei trovato più interessante chiedere, anziché osservare.
Mi sono seduto, ho aperto il taccuino, e ho domandato a B., dodici anni, la mia cuginetta, cosa fanno lei e i suoi amici quando escono per il villaggio.
– Siamo sette, otto bambini. Prima ci ritrovavamo agli scalini, davanti a casa della zia Nina, ma poi sono arrivati i padroni di casa e non abbiamo più potuto stare lì. Ci siamo spostati alla panchina dell’ultima strada, dove c’è il veterinario.
– E che cosa fate?
La sua faccia sembrava voler dire: come faccio a dirtelo? Facciamo tante cose.
– Fammi degli esempi.
– Parliamo, ridiamo, scherziamo. Poi facciamo i Tik Tok, guardiamo Instagram.
Lì per lì, mentre ascoltavo ciò che mia cugina aveva da dirmi, provai una sensazione spiacevole, come una profonda delusione. I bambini di oggi sono stati inghiottiti dai social? Per loro è impossibile fare giochi di movimento, giochi di squadra, da tavola? Vorrei iniziare la prossima frase con la formula “ai miei tempi”, ma non lo farò, perché mi fa sentire vecchio e, perché no, un po’ ridicolo. Proviamo con: quando avevo undici-dodici anni. Ecco, meglio.

Quando avevo dodici anni, giocavo con tutti i bambini del villaggio. I ricordi più significativi della mia infanzia ce li ho qui, in questo villaggio, perché non c’era bambino che potesse sfuggire alla voce: gioca, gioca, gioca. Si formavano gruppi, schieramenti, ma alla fine, e lo sapevamo tutti, eravamo uniti. A renderci uniti erano gli occhi degli adulti. Erano gli anziani che si lamentavano del vociare notturno, dei rimbalzi continui del pallone, dei muri segnati ora di stampe dei palloni di cuoio, ora di gesso, ora di manubri di biciclette. Erano i genitori che si alteravano per il baccano, per il momento straziante in cui tutti dovevamo salutarci e rimandare il divertimento a domani, perché i genitori, queste malvagie figure, ci sottraevano alla nostra missione primaria. Potevano esserci divergenze, liti, spintoni e cazzotti, ma alla fine eravamo legati da un unico obbiettivo: vivere la nostra infanzia spensieratamente.
– Fate solo questo?
– Beh, no.
Ah, ecco. Allora c’era una speranza.
– Che fate?
– Giochiamo a obbligo o verità.
Un gioco adolescenziale, certo. Ma ora sentivo un sussurro – o forse era un lamento – che sapeva di nostalgia, un miscuglio fra una voce infantile e anziana, come la sovrapposizione perfetta tra un tono basso e uno alto, magistralmente calibrati e in sincronia, ed elencava giochi come fossero desideri perduti o come le grida di un uomo con le mani congiunte dietro la schiena che insegna al giovane operaio come lavorare.
Gioco della campana, nascondino, strega comanda colore, un due tre stella (o stai là).
– E uno o due anni fa, a cosa giocavate?
Man mano che aumentavo le domande, lentamente stringevo il campo, mi rendevo conto che i giochi dei bambini avevano una costante: il pallone. Si giocava a calcio, a pallavolo, a schiaccia-sette. Schiaccia-sette, per chi non lo sapesse, è un gioco estivo, da spiaggia, molto spassoso. Insegna il lavoro di squadra e lo spirito di competizione, insegna a essere furbi e proteggersi dalla malizia altrui. Il primo comincia la serie di palleggi dicendo “uno”, e poi bisogna continuare a palleggiare finché non si arriva al sesto palleggio. Il sesto palleggio è un’alzata, perché bisogna alzare la palla al settimo (che schiaccia), il quale dovrà colpire uno dei partecipanti (escluso l’alzatore). Chi viene colpito dalla schiacciata viene eliminato. Chi fa cadere il pallone e non ricorda a quale numero di palleggi si è giunti, viene eliminato. Bisogna essere concentrati e determinati, per vincere. Questo gioco ha almeno, senza esagerare, una buona ventina d’anni, perché ricordo che i più grandi del villaggio ci giocavano già.
Ma procedendo con le domande ho potuto stupirmi del fatto che B. stava elencando molti dei giochi che intrattenevano noi quando avevamo la sua età: nascondino, strega comanda colore, un due tre stella (stai là), guardie e ladri, ruba bandiera.
– A volte prendiamo la palla e ci inventiamo la rete.
– Lo facevamo anche noi.
– E col gesso disegnavamo a terra.
– Anche noi.
– Facevamo le gare di biciclette.
– Anche noi lo facevamo.
– G. gioca a fare la guerra. Usa le biciclette come pali per fare la porta da calcio.
– Anche noi.
C’è tanta diversità fra i bambini di oggi e quelli che eravamo noi? In fondo quando non c’era lo smartphone a inghiottirci, c’era il gameboy, il Nintendo, la prima PlayStation.

Provo a figurarmi in una sera di noia, quando il cielo è alto e luminoso, la luna piena e il villaggio brulica di bambini strepitanti. Le bmx parcheggiate, qualche bambino più grande prova a rimanere in equilibrio su una ruota prendendosi del disgraziato dai nonni o dai genitori. Talìa ora comu cari. Guarda ora come cadi. Accura. Stai attento. E passeggio in cerca di una distrazione, di un amichetto con i capelli neri, che era il mio migliore amico in questo villaggio, e anche le nostre mamme erano migliori amiche quando erano piccine, tanto che si chiamavano me so’ (sorella mia), e cerco la sua bmx di cui ero incredibilmente invidioso e non la trovo. Cerco gli occhiali tondi di mia cugina, Anna La Grossa o Anna La Secca, chiamate così per poterle distinguere quando si parlava di loro. Vado in giro domandando se hanno finito di mangiare, se possono uscire per giocare con me. Ma poi rinsavisco, torno al presente. Poco più in là ci sono dei bambini che si nascondono dietro i paraurti delle auto, dietro i pali della luce, dietro i cespugli. Qualcuno corre all’impazzata nella speranza di fare tana, di liberarsi e non dover contare. Altri si appiattiscono sul cemento caldo per poter recuperare una pallina finita per errore sotto l’auto del vicino. Poco più in là intravedo un gruppetto di bambini e bambine, stanno giocando a schiaccia-sette. Li guardo giocare. Sono bravi, più talentuosi di me alla loro età. Sorridono, ridono, saltellano sulle punte, in attesa. D’improvviso torno bambino, aspetto che la palla cada a terra per poter intervenire e domandare:
– Posso giocare?

Serie: Pane e sabbia


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Discussioni

  1. Ciao Simone, proprio questo weekend mi son trovata a passare per piazza Cavour e mi son sorpresa vedendo così tanti palloni rincorsi dai bambini, le porte fatte con la giacca (a terra, se mamma lo sa!), e ho avuto lo stesso pensiero…ma allora qualche speranza c’è ancora! Tecnologia vs Pallone, io credo finisca in goleada per gli ospiti 😉 Ciao Simone, grazie per questa riflessione, per il “Posso giocare?” che evoca tanti ricordi, congratssss!

  2. Ciao Simone, come sai la tua serie mi piace moltissimo. Credo di averlo già fatto, ma ti ringrazio ancora per avermi fatto trascorrere le vacanze di quest’anno a Selinunte 😀

    1. Grazie mille Micol! Mi fa davvero piacere. Ci sarà ancora un racconto disponibile gratuitamente qui su Edizioni Open, spero che vi piaccia. Pian piano vi aggiornerò sulla pubblicazione del libro cartaceo e ebook.
      Se vuoi rimanere aggiornata basta cercarmi su Instagram: simone.sciame