Predoni

Serie: Solo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il ragazzo incontra la creatura più temibile del nuovo mondo... l'uomo

Poco più avanti la strada viene inghiottita da una galleria piena di auto abbandonate; una bocca mostruosa e oscura, dalla quale sgorga il boato dei motori, un suono gutturale e terrificante proveniente dai più profondi e disgustosi interni della belva in calcestruzzo.

Il sangue si ghiaccia nelle mie vene, le gambe hanno deciso di bloccarsi e l’unica cosa che riesco a fare è voltarmi, cercando vie di fuga che non ci sono. Il rombo delle motociclette imprime nel mio cervello il pensiero della distanza che si riduce ogni secondo, mentre il frastuono aumenta.

Due chilometri.

Finalmente riesco a sbloccarmi, e mi precipito all’orlo della strada sopraelevata, dove si innalza per qualche metro una ringhiera arrugginita. Mi arrampico e guardo in basso, ma ci saranno almeno dieci metri e non posso saltare; le finestre dei palazzi più vicini sono anch’esse troppo lontane da raggiungere con un salto, inoltre la ringhiera è instabile e rischierei di uccidermi. Il boato è diventato ora un ruggito; saranno almeno una dozzina di motociclette, con a bordo altrettanti predoni assetati di sangue.

Un chilometro.

Le auto, perché non ci ho pensato prima!. Le auto e i furgoni: posso nascondermi al loro interno. Mi metto all’opera senza attendere un secondo anche se muovermi e cercare rifugio diventa sempre più difficile; il terrore rende i movimenti scoordinati e offusca la mente e con essa la capacità di agire e pensare rapidamente. Corro verso l’auto più vicina e tiro con forza la maniglia; la portiera non si muove di un millimetro. La carrozzeria e la serratura si sono completamente arrugginiti e il loro meccanismo è compromesso. Provo con i veicoli vicini, ottenendo sempre lo stesso risultato, imprecando con violenza. La rabbia prende il sopravvento: perché tutto deve finire ora e in questo orribile modo?

Cinquecento metri. I primi bagliori dei fari emergono dal tunnel.

In preda al panico, inizio a correre nella direzione opposta rispetto al tunnel. Cerco un’auto dal vetro sfondato, senza portiera, una scaletta che mi permetta di scendere, qualsiasi cosa. Finalmente, come una sorgente di acqua fresca nel deserto, intravedo una vecchia berlina alla quale manca il vetro di uno dei finestrini posteriori, e mi ci fiondo. Il baule è coperto e ciò lo rende un nascondiglio perfetto. Per entrare nel bagagliaio devo abbassare un sedile; mi metto a cercare con fretta la levetta, la trovo in mezzo ai cuscini e la tiro. Nel mentre sento un bruciore acuto alle dita e mi accorgo che la fessura tra i cuscini era piena di schegge di vetro.

Duecento metri. Sono appena usciti, sento i giri di quei motori infernali abbassarsi.

A separarmi da una fine orrenda ho solo una manciata di secondi. I relitti delle auto li stanno rallentando, ma non fa molta differenza. Abbasso il sedile, che cede all’improvviso, piegandosi e facendomi accasciare contro il sedile anteriore. Lancio lo zaino nell’apertura e ci striscio dentro, poi richiudo il sedile, per accorgermi che non vi sono maniglie da quel lato; non posso appoggiarlo perché una qualche maledetta molla lo abbassa automaticamente. Tento allora l’unica manovra possibile: afferro con le dita i lati del sedile, lo abbasso completamente e poi tiro verso di me con decisione. Clak! Lo schienale finalmente si blocca ma le mie dita sono chiuse nel telaio. Non posso farmi scoprire, quindi niente urla, ma non riesco e sfogo tutta l’aria che ho nei polmoni. Probabilmente nessuno ha sentito, ma il solo sospetto che mi abbiano scoperto fa salire ancor di più il panico.

Cerco di calmare il respiro e sistemarmi nella maniera più comoda, cosa impossibile viste le dimensioni del bagagliaio. Mi sono rannicchiato ma lo spazio è comunque troppo angusto e sono costretto a piegare dolorosamente il collo, la testa schiacciata contro la lamiera. Non vi è il minimo spiraglio di luce; è buio pesto. La claustrofobia inizia a farsi sentire con prepotenza; fatico a controllare il respiro e vorrei scappare da quello spazio angosciante per arrendermi al mio destino. Impressionante come l’adrenalina e l’istinto di sopravvivenza possano farci sopportare le situazioni più scomode.

Il dolore ai muscoli, alle dita e la paura mi hanno fatto dimenticare il pericolo incombente, ma i suoni dall’esterno mi riportano sull’attenti. Ascolto; il boato delle moto suggerisce che sono ormai a pochi metri. Con stupore mi accorgo di altri suoni… sono delle persone? Riesco a udire le scarpe che calpestano i rifiuti sull’asfalto, le voci e gemiti che lasciano trasparire chiaramente terrore. Mi è ormai chiaro che si tratta di viaggiatori che, proprio come me, si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato; senza però riuscire a nascondersi. Faccio fatica a capire cosa stia succedendo, per via dei dolori e della scomodità che mi rubano attenzione, oltre che per il fatto che non vedo nulla. Il mondo e i suoi avvenimenti mi vengono narrati attraverso il suono.

D’un tratto, sento delle mani appoggiarsi alla carrozzeria dell’auto in cui sono rinchiuso, poi la stessa persona inizia a tirare la maniglia. Devono essere le persone che ho udito poco fa e a giudicare dalle voci sono un uomo e una donna. Iniziano a parlare a voce bassa, tanto bassa che quasi viene coperta dal rombo delle motociclette, che nel frattempo sono sempre più vicine.

“Vieni, svelta, entra dal finestrino!”

La voce è congelata dalla paura, mozzata dal panico. La donna non parla nemmeno, si limita a gemere, presumibilmente sta anche piangendo.

Maledizione, statevene alla larga! Se dovessero riuscire ad entrare, verrebbero sicuramente scoperti, e io con loro. In questo istante li sto odiando per come mi mettono in pericolo. Mi accorgo che il boato dei motori è cessato.

Poi, tutto accade estremamente in fretta, quasi come se qualcuno avesse volontariamente accelerato l’universo. Una raffica violenta colpisce l’auto, la cui carrozzeria sferraglia sotto i colpi di mitragliatrice. Una seconda raffica e dalla lamiera del bagagliaio compaiono tre fori luminosi, come luci a led accese all’improvviso. Sento una massa strisciare sul fianco della macchina, per poi cadere sull’asfalto con un tonfo sordo.

Poi, silenzio. L’unica cosa che riesco ad udire è l’eco degli spari che si sta ormai disperdendo lontano. Passa qualche interminabile secondo e i rumori riprendono a raccontarmi cosa succede fuori. Uno stivale sul cavalletto, il clangore dello stesso che scatta abbassandosi, lo sferragliamento della moto che si assesta sulla strada. La stessa cosa si ripete per una decina di volte, man mano che tutti i balordi scendono dalle moto. Ora sento i passi che si avvicinano. Cerco di trattenere il respiro; mi sforzo di rimanere immobile ma la posizione è davvero scomoda.

Ancora passi, ancora più prossimi. Sembra di udire una marcia lugubre e silenziosa; possibile che non proferiscano una singola parola? I tre fori di luce si spengono e riaccendono, segno che stanno passando esattamente vicino a me. Altri due spari, questa volta vicinissimi, mi spaccano le orecchie. Non so come, ma il mio sussulto non produce rumori significativi, e se li ha prodotti non sono stato scoperto.

Colpi sordi, come di carne che viene sbattuta, e altri rumori viscidi. Sferragliamento e mormorii di voci profonde. Gocce di liquido sull’asfalto. I passi riprendono, allontanandosi in modo costante, poi le sospensioni che flettono sotto il peso dei corpi grassi. I motori si avviano all’unisono in un boato che sembra un’esplosione. I giri salgono, la gomma degli pneumatici macina l’asfalto. Ascolto il rombo delle motociclette scemare sempre di più, fino a diventare un sottile sottofondo, per poi sparire del tutto.

Ora il silenzio è totale, nemmeno il vento si azzarda a soffiare, per paura di sembrare inopportuno in quella situazione tragica. Già, perché io l’ho scampata, ma qualcuno là fuori evidentemente no. Ho paura di scoprire cosa sia successo e poi, se dovessero tornare indietro? Aspetto per un’ora nel mio tugurio, nonostante i dolori lancinanti al collo, alle dita e all’addome, dolore che si sta trasformando in un intorpidimento generale di tutti i muscoli. La luce che filtra dai fori di proiettile si sta indebolendo sempre di più; devo decidere in fretta come organizzarmi per questa notte e non riesco a sopportare i dolori, quindi decido di uscire allo scoperto. Tasto il lato posteriore dei sedili in cerca di una leva o una fessura per abbassare lo schienale, scoprendo che non ce ne sono; in questo modello di auto si può solo dalla parte posteriore dell’abitacolo. Tiro pugni e calci allo schienale, ma non cede. Riprovo, con maggiore violenza, continua a non aprirsi. Il panico e la claustrofobia riprendono ad avvampare in tutto il mio corpo. Mi giro sull’altro fianco, facendo una fatica tremenda per via dell’intorpidimento, e tocco la fessura del baule, percorrendola tutta con le dita in cerca di un modo di aprirlo. Non trovando nulla, sferro pugni e calci, ormai fuori di me e in preda a una crisi di panico. Lancio un urlo a pieni polmoni, e poi urlo ancora. Mi rassegno al fatto di essere bloccato in una scatola di latta, ferito e senza nessuno che possa aiutarmi. Sfinito e senza voce, inizio a piangere in silenzio.

Mi addormento.

Serie: Solo


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Molto bella l’alternanza tra l’affanno del protagonista e l’arrivo graduale dei motociclisti, segnalato da frasi singole, come i rintocchi della campana. Ben fatto!

  2. In questo episodio sei stato costretto, per via della particolare sceneggiatura, a narrare tutto tramite i suoni uditi dal protagonista e ci sei riuscito molto bene. Nella prima metà sembra quasi di leggere un fumetto, con le scritte, relative alla distanza dei predoni, che appaiono all’improvviso nella parte superiore della vignetta.
    Mi è piaciuto molto, bravo!

    1. Se vuoi la veritá, ne esistono di infinite di storie post-apocalittiche, se dobbiamo stare qui a basarci su questo potremmo fare questo ragionamento per qualsiasi dettaglio, al posto di valutare la storia per il suo reale valore.