PRELUDIO

Serie: NESSUN EREDE...


È la storia di una stirpe avvelenata dal nome Ferranti

Ogni marzo, quando l’aria ricomincia a sapere di erba schiacciata ma gli alberi non se ne fidano ancora, nel parco dietro la stazione si radunano in quindici. Qualcuno arriva in motorino, il casco appeso al gomito; qualcuno porta il megafono in una busta del supermercato, come fosse pane. Posano un mazzo di garofani, due bandiere stirate in fretta, e si dispongono a semicerchio davanti alla targa inchiodata al palo basso: il nome, le date, due parole.

La targa è storta. L’ottone ha preso la ruggine con la stessa lena con cui il cognome aveva preso spazio: Ferranti. Il nome inciso era Augusto. A casa si erano fermati al cognome. Il resto non l’aveva spiegato nessuno.

Ogni anno la puliscono con uno straccio e un lucido economico; la patina torna in un giorno. È il suo modo di resistere: guastarsi.

Claudio sta in fondo. Cappotto lungo, occhiali scuri. Non è un travestimento: è una forma di educazione verso i vivi e i morti. È il nipote. Basta quello: nessuno lo caccia e nessuno lo chiama. Lo vedono. Fanno finta di no. Qualcuno bisbiglia «quello», come si indica un difetto del muro. Ogni tanto riconosce un viso vecchio e una postura nuova: le teste rasate di allora oggi hanno pance prudenti; al loro fianco, ragazzi con gli zigomi affilati e gli occhi puliti nel senso sbagliato.

Il megafono tossisce due volte. «Onore.» «Identità.» «Radici.» Ripetono le stesse frasi da vent’anni. Non ricordano Augusto: tengono in piedi il nome.

Un ragazzo con la felpa dell’aquila tiene il braccio teso un secondo di troppo. Avrà vent’anni. Ha negli occhi qualcosa che non ha ancora imparato a perdere. Guarda Claudio. Claudio abbassa lo sguardo. Non è vergogna. È che non ha più niente da dire con gli occhi in quella direzione.

Quando tocca a lui, non tocca a nessuno. Nessuno lo chiama, nessuno lo caccia. Viene, sta, va.

Tre giorni dopo l’ennesimo marzo, in una sala d’attesa che sa di guanti in lattice e plastica calda, Claudio guarda scorrere un quiz senza audio. La ragazza all’accettazione ha gli elastici dei capelli al polso. Ne tiene tre.

Un uomo tossisce nel corridoio: una tosse di ferro, segata a metà da un colpo di gola.

La dottoressa lo chiama. Claudio Ferranti. Il camice le sta largo solo sulle spalle; il resto sembra ritagliato su misura. Parla piano, con quel tono che non vuole far tremare niente: «I noduli…», «le immagini…», metastasi sì. Dice palliative senza girarci intorno, come si dice pioggia quando comincia.

Claudio annuisce. Le parole che potrebbe dire sembrano tutte offerte a un bancone già chiuso. Lei lo guarda come si guarda un bicchiere sull’orlo del tavolo. «Vuole che chiami qualcuno?» Scuote la testa. Non è orgoglio. È abitudine: gli annunci li tiene come si tengono certi dolori ai denti; ci mastica sopra da solo finché passano oppure si spaccano.

Gli dà un foglio: analgesia, esami, contatti. Le righe hanno già l’inchiostro leggermente sbavato. Il foglio entra nella tasca interna del cappotto come entra la sabbia nella scarpa: da quel momento la senti sempre.

Fuori c’è sole. Le persone litigano al telefono, bevono, si danno appuntamenti. Ferranti cammina con sulla schiena un peso umido che non si vede.

A casa, in fondo all’armadio delle cose che non servono più, c’è una cassa bassa di legno. Ha due chiusure in ottone; una non scatta. La apre con rispetto, aspettandosi odori che non si vogliono chiamare per nome.

Dentro, avvolto in una tela oliata che conserva, immutato, l’odore dei pomeriggi senza vento, c’è il fucile da caccia di suo nonno. Il calcio di noce ha la lucentezza di chi è stato tenuto in mano troppo spesso per essere un oggetto. Nella scanalatura del metallo, la polvere ha fatto colonia. Sotto, ancora una custodia a zip: dentro ci sono fotografie. Una mezza dozzina. Il nonno al poligono, con la guancia appoggiata alla canna, l’occhio socchiuso come in una preghiera. Il nonno in una spianata, il braccio alto, una folla più piccola di quella che avrebbe voluto.

Il fucile pesa quanto deve. Il metallo è freddo che punge. Lo smonta, lo passa con la pezza, le dita si muovono come se non avessero bisogno della sua volontà. Le cose che si tramandano non chiedono consenso: si ripetono.

Sul tavolo allinea i pezzi. Accanto, un foglio. La penna ha l’inchiostro pronto. Scrive in stampatello. Poche righe, senza aggettivi.

Ti ho amata come non ho saputo amare me. Non piangere.

Lo piega in tre. Una busta bianca. Giulia, sopra. Il polso gli trema solo nella G. Il resto è pulito.

La notte prima di tornarci non dorme. Non perché pensa: perché guarda. Il soffitto ha un’ombra che si allunga e si accorcia con il passare delle auto. Ogni macchina che passa aggiunge una seconda mano di buio. A un certo punto gli viene da ridere.

Poi smette.

Il corridoio ha l’odore di straccio bagnato, la serratura dice quello che dice sempre. Claudio appoggia la fronte al vetro della finestra. Fuori la città dorme nel modo sbagliato delle città: con troppa luce nei posti sbagliati.

Pensa al cognome inciso sull’ottone. Pensa alla domanda che non ha mai fatto. Pensa che certe cose non si ereditano: ti aspettano.

Poi smette anche di pensare. Guarda. Conta le auto. Aspetta l’alba.

Continua...

Serie: NESSUN EREDE...


Avete messo Mi Piace11 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Una grande tristezza, come un giorno freddo di marzo in cui non si sa dove mettere se stessi.
    L’ adunata dei fascisti (credo), la diagnosi infausta e quel fucile si susseguono come tre rintocchi di una campana, amplificati dal tuo stile estremamente personale ed estraniante. C’è sempre molta angoscia in quello che racconti, ma è la vita.

  2. Ciao Lino,
    questo incipit ha la potenza di un pugno nello stomaco. La scrittura è cesellata con una precisione chirurgica: ogni parola pesa, ogni frase trattiene il fiato.
    Ciò che colpisce immediatamente è la capacità di costruire un’atmosfera senza bisogno di spiegare. Non mi aspettavo niente di meno da te. Sono curiosa di leggere il resto,

  3. “Il corridoio ha l’odore di straccio bagnato, la serratura dice quello che dice sempre. “
    Sembra di essere lì. Sembra di sentire quell’odore e quel suono, con tutto quello che si portano dietro

  4. Hai una potenza nell’evocare certe immagini (il difetto nel muro, il bicchiere sull’orlo del tavolo…) che disarma. Non viene neppure da dire, avrei voluto scriverlo io, inteso come omaggio a chi ha saputo scriverlo davvero. Viene proprio da posare la penna e godersi la tua bravura.
    Quel megafono che scandisce Onore identità Radici, quel ragazzo con l’aquila che sembra sfidare Claudio…li ho intesi come i perni attorno al quale ruoterà questa storia. Non so se il fucile sparerà, non così in fretta.

    1. Grazie Irene e lo sai che non lo dico per abitudine. «Posare la penna e godersi» è una cosa che si dice solo quando si è davvero stati colpiti, e io quella frase me la tengo. Sul megafono e sull’aquila hai centrato tutto. Sono i perni, sì, ma sono soprattutto la trappola. Quella che Claudio sente risuonare dentro prima ancora di capire da dove viene. Perché questa non è la storia di qualcuno che sceglie il fascismo: è la storia di chi si sveglia e scopre di esserne già figlio. Senza aver firmato niente.

  5. Ciao Lino, è un inizio potente e “sporco” che rende tangibile il peso di un cognome, descrivendo la memoria storica non come un onore, ma come una ruggine che mangia l’ottone e la vita. Si percepisce una rassegnazione lucida e terribile: il fucile del nonno non è solo un oggetto, è il simbolo di una consegna del testimone che Claudio decide di portare a termine a modo suo.

    1. Hai colto esattamente quello che volevo che si sentisse: non la memoria come peso, non il lutto, non l’orgoglio ferito. La memoria come corrosione lenta. Qualcosa che non fa rumore mentre lavora. Grazie Mariano per essere passato.

  6. Un ottimo primo episodio. Mi è piaciuta molto l’atmosfera: tutto è raccontato con calma, senza spiegare troppo, e il peso della storia di Claudio emerge piano piano. Finale che lascia curiosità di leggere il seguito.

  7. Ciao.

    Che dire? Scrittura sobria ma che ubriaca più d’un buon vino; asciutta, ma piena di sfumature;

    atmosfera suggestiva che prende come cemento a pronta presa.

    Bravo.

    Complimenti.

  8. Ciao Lino, sembra che Claudio custodisca un segreto di Augusto di cui altri sospettano l’esistenza. Dalla lettera a Giulia e dalla presenza del fucile si potrebbe ipotizzare, vista la diagnosi ricevuta, l’intento di porre fine ai suoi giorni. Tuttavia, non credo che lo farà. Inutile dire che le tue descrizioni sensoriali trasportano direttamente nella scena. Aspetto il prossimo capitolo di questa serie che mi ha già incuriosita molto!

    1. Sul resto non dico niente, se non che Claudio è il tipo di uomo che le cose le decide una volta sola. Poi magari le rimanda. Poi magari scopre che qualcun altro ha già deciso per lui.
      Il prossimo capitolo arriva anche se ho difficoltà a postarlo. Prepariamo il caffè?

  9. Hai uno stile narrativo fluido evocativo e magnetico. Fai scivolare silenziosamente il lettore nel tuo mondo, un mondo dove quella che sembra una sentenza scritta, a mio parere, è solo il preludio di un lungo viaggio

  10. “Il foglio entra nella tasca interna del cappotto come entra la sabbia nella scarpa: da quel momento la senti sempre.”/”Le cose che si tramandano non chiedono consenso: si ripetono”/”certe cose non si ereditano: ti aspettano.” Vedo una continuità tra queste idee. Un filo che unisce la storia di un uomo alla storia dell’uomo.
    Complimenti, Lino, per le immagini che riesci ad evocare.

  11. Metastasi, il fucile, il biglietto sembra tutto già indirizzato ma ho il sospetto che ci saranno delle sorprese.
    Complimenti per le metafore, nell’amministrazione nascondo un pizzico di invidia 😉
    Ciao
    P.

  12. Che bello, finalmente una serie…
    Claudio mi sembra un personaggio complesso, si sente legato al suo passato e alla sua famiglia, ma allo stesso tempo si sente solo e disconnesso. Porta con sé un peso invisibile, e la tua capacità di descrizione poetica e evocativa, fa si che si possa percepire il peso della storia e della memoria che Claudio porta con sé.
    Al prossimo episodio.