Prendi e fuggi.

Serie: Cyberfobia - capitolo 1


Il giorno dopo, la ragazza si prese giusto il tempo di ascoltare la nuova comunicazione del poeta ermetico mentre Nina e Rey – rispettivamente madre e fratello di Jutta, restavano inebetiti a guardare lo schermo del televisore: mentre si stava preparando per uscire, Jutta sentì dalla voce dell’intelligenza artificiale che faceva da giornalista, una notizia strana, ovvero quella di una nebbia gialla che stava invadendo poco a poco, tutto un continente. Jutta non ci fece molto caso: l’ultima cosa che voleva, era una cosa in più ad insediarsi nel suo cervello che le avrebbe poi tolto minuti ed ore di sonno, quindi dopo essersi vestita, infilò velocemente la maschera antigas sia a sé stessa che ad Atum ed uscì da quel piccolo e semidistrutto appartamento.

Una volta arrivata all’hub di ritiro, Jutta si guardò intorno: sebbene quel distretto fosse più placido in confronto agli altri, i furti e le rapine erano all’ordine del giorno e le era già capitato di farsi sorprendere da un criminale che le aveva rubato la scorta mensile, facendo infuriare anche i suoi familiari. Dopo quel giorno, non percorreva nemmeno un metro senza la compagnia del suo cane Atum, sempre pronto a difenderla, sebbene avesse l’animo da giocherellone.

Per quell’occasione, Jutta decise di potersi sentire tranquilla e lasciò il guinzaglio del cane che prese ad annusare tracce nei dintorni: era strano per Jutta non avere i guardiani intorno: si sentiva sì meno al sicuro, ma in un certo senso, anche più libera e non era abituata a percepire quella sensazione.

Il cielo in quel mattino, era tutto tranne che terso, osservò Jutta con sé stessa: era dall’Ultima Guerra che non vedeva nemmeno un raggio di sole in lontananza, ma quel giorno il cielo era tanto nuvoloso ed opprimente da riuscire a sentirne addosso la pressione.

Erano le otto del mattino, ma sembravano essere già le otto di sera.

Jutta cercò tra i duecento cassettoni il proprio: sebbene fosse ormai qualche mese in cui ritirava la merce, non riusciva mai a memorizzare il proprio trovantesi nella penultima fila in basso; si portò alcuni ciuffi castani dietro all’orecchio, poi fischiò per richiamare Atum ed iniziò ad inserire il codice a sedici cifre che ogni volta doveva ricordare e resettare tramite una funzione che vi era di fianco alla tastiera. Una volta ritirata la merce, partiva in automatico il reset della password e se non si era attenti, si poteva rischiare di perdersela e di non poter quindi, ritirare la merce nel mese a seguire.

Il cassetto elettronico si aprì e Jutta prese la scatola di medie dimensioni emettendo uno sbuffo: dentro vi erano le solite cose, ovvero tre nuove maschere antigas, flaconcini pieni di pasticche di iodio che non bastavano mai per tutto il mese, qualche bottiglia d’acqua che durava a malapena una settimana e dulcis in fundo, altri due flaconcini contenenti capsule con vari alimenti sintetizzati: vi erano le capsule più semplici, ad esempio quelle contenenti una specifica vitamina o quelle che cercavano di replicare gli alimenti veri, ad esempio il caffè, una bistecca, ortaggi e altri alimenti che non era più possibile trovare in natura.

Jutta prese in mano uno di quei contenitori e li scosse appena prima di chiudere l’armadietto: dal colore delle capsule, ormai riusciva a capire più o meno di cosa si trattasse e ancora una volta, le sembrava di non aver visto la capsula contenente il sapore del cioccolato, la sua preferita.

La ragazza iniziò a caricare tutti quei prodotti nel grosso zaino che si portava sempre sulle spalle, svuotato appositamente per l’occasione del ritiro mensile e dopo aver lasciato la scatolo vuota, la rimise nel cassettone e richiuse lo sportello, quindi attese la voce androide che avrebbe dovuto resettare la password e nel frattempo, si guardò intorno: Atum stava annusando qualcosa vicino ad un cassetto, così gli si avvicinò per fargli gesto di allontanarsi, ma rimase interdetta nel vedere uno dei cassetti della polizia aperti: di sicuro era sorto un guasto, ma la cosa più allettante era che dentro vi fosse conservato qualcosa.

Jutta scrollò il capo e cercò di non cadere nella tentazione di fare ciò che la mente le stava suggerendo e si concentrò sul reset della password: doveva prendere delle cuffie con filo che venivano fornite attraverso un piccolo sportello che tutti gli armadietti avevano a disposizione, eccezion fatta per quelli della polizia per cui serviva la scannerizzazione della retina.

Una volta inserite le cuffie alle orecchie, doveva seguire le indicazioni della voce robotica e cambiare tramite il piccolo schermo touch screen alcune delle sedici cifre del suo codice e poi riscrivere la password per intero su una nuova riga. Fatto ciò, il sistema ritirava automaticamente le cuffie e si richiudeva: questo ultimo procedimento avveniva in appena qualche secondo e Jutta credeva che fosse per prevenire i furti.

Di nuovo, quella voce nella sua testa la riportò a guardare il cassetto dal quale ora Atum stava cercando di prendere il contenuto, arrampicandosi e graffiando il contenitore all’interno dell’armadietto con la zampa; Jutta gli fece gesto di smettere e si avvicinò: era un mini frigo. Provò a sollevarlo e non accadde nulla, nessun allarme scattò e nessun guardiano comparve nei paraggi.

Jutta deglutì e sentì la saliva bloccarsi in gola e la pelle diventare più fredda.

Atum la guardava scodinzolante, in attesa che lei prendesse quello che nella testa del cane era già diventato un nuovo giocattolo per lui.

“Che fare?”. Si chiese Jutta mentre si guardava intorno e posava nuovamente lo sguardo su quel contenitore, cercando di ignorare la voce del suo istinto che le diceva di rubare e scappare. L’ansia l’aveva presa per la gola tanto forte da farle dimenticare del peso dello zaino pieno di roba che le gravava sulle spalle.

Serie: Cyberfobia - capitolo 1


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