Presagi

Il giorno in cui ho sposato Etienne non avevo dubbi. Lui, era l’uomo della mia vita. Chi avrebbe potuto obbiettare il contrario di fronte al mio cuore che annaspava dentro una realtà diversa da Etienne? Come immaginare Parigi o l’intero mondo senza la sua esistenza? Lui era il mio ovunque, il nord della mia bussola. Etienne era il luogo dove respirare. Ma ancora non conoscevo il lato oscuro della sua anima. La luna ha più volti quando si affaccia tra le fitte cortine del cielo. Di lui avevo sempre visto la metà che si sporge alla luce. Ma la pienezza del suo essere è arrivata senza preavviso, ha colpito senza chiedere permesso la pelle del cuore e ha strappato gli occhi alla mia vita. Ci sono molti modi per uccidere, Etienne me li ha scagliati tutti addosso, come un branco di belve selvatiche. Ora non c’è più possibilità di ritorno. E così sono morta il ventuno aprile dell’anno 1972.

Quando iniziai a confidarmi con Fabienne del mutamento di mio marito e del dolore che sentivo per essermi ritrovata da una favola dentro una tragedia, non avrei mai potuto immaginare che anche il nostro avvicinamento avrebbe subito una conversione di sentimenti. La nostra amicizia durava fin dai tempi del liceo e con il fidanzamento tra lui e mia sorella Delphine si era ancora più rafforzata. La vita di noi tre, prima di Etienne, era serena. Il ristorantino di famiglia era un punto di ritrovo e di serate fatte di risate, giochi, lunghe chiacchierate, sempre in perfetta armonia.

Come potevo immaginare cosa sarebbe avvenuto con l’arrivo di Etienne. Se lui non avesse ingaggiato un detective, se Delphine non fosse venuta a Pont Saint Luise quella mattina. Se svegliandomi, quel giorno, mi avessero raccontato il suo epilogo. Io e il destino eravamo seduti di fronte alla scacchiera avremmo potuto giocarcela lealmente. Ma il vero giocatore di scacchi, non ha cadute di concentrazione, non segue il suo avversario, lo anticipa, pensa come lui e gioca per sé stesso. Io avevo la regina in pugno, ma senza re avrei perso tutto lo sapeva il destino che mosse il cavallo, lo sapeva Etienne che rubò con uno scatto fotografico il mio peccato, e lo sapeva  Delphine che mi vide allontanarmi dalla piazza, abbracciata al suo uomo.

Quella mattina, dovevo vedere Fabienne, il nostro primo appuntamento da clandestini amanti. Ma, prima di uscire, avevo scoperto anche di essere incinta. Io ed Etienne avevamo concepito la vita dentro un campo di battaglia, con il mio sangue che dalle lenzuola, goccia a goccia cadeva ossessivamente sul pavimento. Con me, che impotente dovevo ascoltare quel ritmo crudele attraversarmi fuori e dentro. Comunque,  andai lo stesso all’ incontro col mio amante, desideravo essere guardata con amore e per amore, un’ultima volta e poi avrei posto fine ad ogni cosa.

Entrammo nella camera dell’hotel mano nella mano. Nessuno dei due si accorse di quanto fosse anonima e squallida. nei nostri occhi c’era tutto e, fuori da noi, il nulla era l’arredo della non esistenza. Le tende bianche, di tela pesante, erano appena discoste e il sole di Maggio ci bastava per entrare l’uno nell’anima dell’altro. Che importava se il copriletto era sintetico e sfilacciato al bordo della risvolta, che importava se l’ecolegno in cui era incassato il letto era sbeccato in più punti, se le lenzuola non profumavano di sapone di marsiglia, che importava. Noi eravamo candidi d’amore. Siamo rimasti in piedi, illuminati da un fascio di luce per alcuni istanti, tenendoci le mani, scavando i nostri occhi fino alle profondità più abissali. Andare oltre sarebbe stato l’oblio. Le sue dita, lentamente, hanno cominciato a spogliarmi. Sentivo che più rimanevo nuda di fronte a lui e più il mio corpo si vestiva di respiri e fremiti. Non ricordo di avere mai indossato un abito così leggero e allo stesso tempo così caldo come le sue mani. Poi fu il mio turno e nei suoi occhi, mentre gli sfilavo la camicia, leggevo la mia stessa emozione. Non so se fu quando mi sfiorò il ventre con le labbra, o se fu il rumore del carrello nel corridoio, forse la cameriera del piano che passava con i suoi arnesi da lavoro, ma, come una pellicola al contrario, mi si srotolò il finale di quello che stavamo facendo e mi bloccai. Come una posseduta, balzai dal letto, piangendo e urlando contro di me, contro il destino. Lui gelato dalla sorpresa, rimase seduto in mezzo al letto, con la coperta sintetica e consunta girata al contrario sulle gambe nude. Fabienne mi guardava, improvvisamente orfano della tenerezza e della passione che il mio corpo gli aveva promesso e negato. Sembrava un naufrago senza Venerdì, condannato all’isola della solitudine. Ma non potevo tradire Etienne e Delphine senza pensare di scampare alla mia coscienza. Fabienne non respirava dallo shock, ma io mi rivestii di quello che restava della mia dignità e me ne andai senza voltarmi. Quando fui fuori all’aria aperta, sentii i suoi passi corrermi dietro. Mi strattonò da un braccio. Litigammo furiosamente. L’incanto del nostro sogno si era infranto sul cigolìo di un carrello per scope e spazzoloni. Ma il dolore che provai nel voltargli le spalle, oggi mi appare in tutta la sua nitidezza come uno specchietto per le allodole. Il destino mi stava accerchiando il re e, la mia regina, era troppo lontana per cambiare tattica. La strada verso casa non mi era mai parsa tanto lunga. Forse era per il traffico dell’una, forse per le lacrime che continuavano a scendermi fino alla gola, raschiandola, come carta vetrata. Quando entrai in casa, non feci caso al mazzo di chiavi sull’angoliera dell’entrata e al maglioncino bianco buttato come un corpo morto sul divano. In trance, entrai in cucina, afferrai la bottiglia di whisky che aveva lasciato Etienne sul tavolo, la sera prima. Mi attaccai al suo collo, come un bambino che agogna il latte materno per ore e poi arriva quella mammella, piena di dolce e liquido nutrimento a lenirgli il pianto. L’odore della pelle di Fabienne era penetrato oltre l’epidermide, avevo l’impressione che il cuore stesso, battendo, me lo rimandasse indietro sulla bocca, tra le mani, in ogni centimetro delle mie carni. Io respiravo e Fabienne tornava a prendersi ciò che avevo ad entrambi negato. L’urgenza di un bagno purificatore mi assalì con violenza, così come il conato che mi ricordava il mio stato gravido. Corsi in bagno e nello spalancare la porta, non vidi altro che il water dove gettare dentro i rimorsi o il rimpianto? Ancora oggi non so rispondere a questa domanda. So soltanto che quando mi voltai verso il lavandino, mi accorsi che il vetro della vasca era interamente discosto. E sentivo lo stesso rumore ossessivo di goccia che mi batteva dentro il cervello la sera in cui Etienne mi stuprò. Non posso descrivere la morte essendo sopravvissuta alla mia anima, ma mi bastarono un pugno di secondi per capire cosa era avvenuto.

Delphine era immersa nella vasca da bagno. Il suo sguardo senza luce, il suo volto cereo, senza espressione. Non un cenno di sorriso, non un suono a darmi speranza per la mia salvezza. Capisci, la mia salvezza non la sua. Non ti so dire se ho camminato verso il suo corpo o se ho strisciato con il mio. Non lo so se ho provato odio e rabbia verso di lei che si era sventrata le vene nella mia casa per punirmi di qualcosa che è esistito solo per un istante. E che cazzo è un istante di follia di fronte ad una vita giovane e bella come era la sua. Capisci figlio mio? Capisci perché tua madre muore ogni giorno? Non ricordo quanto tempo sono stata seduta lì sul bordo della vasca a vegliare la sua crudeltà e il suo silenzio. Un’ora, forse tutto il pomeriggio. Tu non esistevi per me, tu non eri dentro di me, in quel momento esistevo soltanto io e la mia necessità di sopravvivere, contro mia sorella che aveva scelto di svuotare il suo corpo, per annegare la mia anima in un liquido amniotico che trapassa la vita. E poi, percepii la presenza di Etienne alle mie spalle. Lui era l’ultima mossa del destino. La mossa finale. Lo scacco al re per terminare il gioco. Non mi sono mai voltata a guardare i suoi occhi. Mi sono limitata a osservarlo dal riflesso del vetro. Aveva una pistola in mano, ho pregato che la usasse su di me. Desideravo soltanto chiudere gli occhi su quella partita così lunga ed estenuante. Non avevo più né torre né alfieri, avevo solo la regina in piedi sulla scacchiera, con un re troppo lontano. Per un istante ho creduto che volesse liberarmi ero così pronta, quando ho visto la pistola puntata alle mie spalle, che non ho chiuso neanche gli occhi. Ma lui, il bastardo, forse ha cambiato idea per un’assurda alleanza con Delphine. È stato un attimo. Il grilletto si è mosso in avanti, sotto la pressione decisa del suo dito indice e ho visto pezzi della sua mente malata schizzare ovunque, lasciando a me i brandelli degli occhi sparsi sulla mia anima definitivamente senza esistenza.

Parigi, 21 Aprile 2016

François, impassibile, prese l’accendino dal taschino della giacca, guardò un ultima volta la calligrafia di Monique, e diede fuoco all’ unica testimonianza in grado di affermare che anche lui un giorno fu partorito da una madre. La carta si consumò rapidamente e un nugolo di cenere cadde leggera intorno alla lapide di una donna, a lui, sconosciuta.

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