PROSOPAGNOSIA

Serie: MAGGESE


C'è un albero che terrorizza le notti di due bambini; c'è un agghiacciante ricordo d'infanzia; c'è un'ossessione che riemerge dal passato... e un mondo sotterraneo che vuole tornare in superficie.

Giurerei di averlo già visto altre cinque volte da stamattina.

Cinque: una in più di ieri.

Eppure sono stato ben attento a non ripercorrere mai la stessa strada.

Non che tema l’evenienza d’incontrarne due uguali: in fondo, gli alberi non sono poi così diversi tra loro.

Piuttosto, è da giorni ormai che sospetto si tratti sempre dello stesso.

Lo so: le mie sembrano le parole di un pazzo.

Mi rammarico di non essere mai stato un grande intenditore di piante, né di animali.

E neppure di esseri umani, se è per questo.

Per me una pianta vale l’altra, e lo stesso gli animali. Anzi: già da anni ho la certezza di non distinguere più neanche i miei simili.

È come se fossi circondato da cinesi.

Non che abbia qualcosa contro ai cinesi, sia chiaro, è solo un esempio. Potrei nominare gli indiani come gli esquimesi. D’altra parte, anche i cosiddetti “bianchi”, per quei popoli, sono tutti uguali. Il problema piuttosto sta nel fatto che – da “bianco occidentale” tra “bianchi occidentali” – i miei occhi sembrano aver perso l’assuefazione ai caratteri morfologici della mia stessa etnia o gruppo umano, e ora mi sento sempre come se stessi guardando uno di quei film di samurai, in cui l’unico modo di distinguere gli attori è sperare che non cambino mai acconciatura o abbigliamento nel corso della storia.

Il medico dice che la mia non è prosopagnosia, ma soltanto noia.

Perdita d’interesse verso il mondo, dice.

I soli tratti che mi consentono ancora di discernere un individuo dall’altro sono i caratteri più grossolani: la silhouette, il colore dei capelli, la loro forma e lunghezza, gli eventuali segni particolari, la statura, la fase di sviluppo.

Per gli alberi è anche peggio: sono come creature immobilizzate in una specifica posa, statue viventi che cambiano colore e spessore, ma il fatto che lo facciano stagionalmente non mi è certo d’aiuto nella loro distinzione.

Forse questo accade perché guardo sempre le cose come se cercassi un volto umano o, più banalmente, il problema sta tutto nel mio scadente spirito di osservazione.

Anche poco fa, nella proprietà del Pozzati, quella che avevo davanti era la stessa quercia già vista in ben quattro campi diversi, durante il mio giro mattutino di rappresentanza.

Non la stessa specie, ma lo stesso albero.

A meno che non esista un tipo di quercia capace di replicarsi sempre nei minimi dettagli, imitando perfettamente la medesima dimensione del fusto, la medesima altezza, posizione e dislocazione dei singoli rami, delle foglie, persino delle scalfitture.

Un pensiero da pazzi, certo. Come essere convinti della persecuzione da parte di un, che so, corvo, e giurare e spergiurare che quella bestia nera incontrata ovunque non sia altro che lo stesso, ostinato uccello.

Nel caso di una pianta sarebbe ancora più bizzarro, me ne rendo conto: è assodato che, a differenza degli animali, la quasi totalità dei vegetali non possa muoversi da dove ha radicato.

Eppure so che quell’albero è lo stesso che mi ossessiona da molti anni.

Sin dall’infanzia.

><

Una bestemmia del Pozzati gli fece perdere il filo di una serie di pensieri.

Il contadino gesticolava per dissipare la fumata nera fuoriuscita dallo scarico del trattore.

Il mezzo era ormai impennato, statico sulle due grandi ruote posteriori, trattenuto dalla tensione delle funi che avvolgevano l’enorme tronco di quella che il Pozzati aveva definito “quercia”.

Terminata l’esibizione, il grasso uomo riassettò la macchina e ne discese, correndo verso di lui.

«Dìu c’àgh végna n’càncar!» Urlò, riferendosi alla pianta. Sudava sotto al sole di giugno, e puzzava di vino casereccio, paglia e merda di vacca.

Parlava solo in dialetto e sputacchiava sballottando le grosse guance venose.

Voleva qualcosa di più potente. Un mezzo in grado di sradicare l’albero mostruoso.

«Non ce la farà mai con quella carioca» disse l’uomo estraendo un catalogo da una cartella in pelle.

«Ecco. Guardi qua» continuò «ne abbiamo di tutti i tipi: cingolati, gommati, a trazione semplice o doppia… ma soprattutto li abbiamo a diesel. Ormai è ora di abbandonare i motori a testacalda e a petrolio. Roba vecchia! Guardi questo: un Landini 8500 con cambio 12+4, fresco fresco dell’anno scorso!»

Il contadino prese a sfogliare il libriccino senza più degnarsi di ascoltarlo.

Il venditore ne approfittò per avvicinarsi all’albero.

Camminò ieratico nella sua ombra, in una sorta di devozione, ammirandone dal basso le complesse ramificazioni, come se scrutasse il soffitto di un’immensa cattedrale.

Ne percorse la circonferenza del tronco, studiandolo attentamente.

Riconobbe la necrosi che si apriva verticale sul fusto, come una specie di prolasso sessuale, all’altezza del suo stomaco. Vi passò sopra un palmo. Non per blandirla, ma per sapere se avrebbe percepito quell’identica sensazione: il batticuore di quando carezzò la ferita della Viverna.

Chiuse gli occhi.

Li riaprì.

Qualcosa gli era tornato alla mente. 

Levò lo sguardo sopra al primo ramo e trasalì: nella corteccia era inciso il nome di Edda.

Un’ora dopo, l’uomo era di nuovo in viaggio.

I polsi gli tremavano.

Non ricordava più nemmeno come si era conclusa la trattativa col Pozzati.

Poco prima di entrare nell’auto s’era imbattuto in un passante che lo scrutava sospettoso.

«È sua la macchina?» Gli aveva chiesto.

No. È rubata. Avrebbe voluto rispondergli.

Ma era mai possibile? A forza di accoppiarsi fra parenti erano diventati tutti idioti, in quel posto.

Serie: MAGGESE


Avete messo Mi Piace12 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

    1. Ciao Alfredo! Grazie mille per la lettura🙏🏻 È un modo di dire emiliano (e non solo), l’augurio di una brutta malattia. Di solito lo si dice indistintamente a cose e persone😊

  1. Quando ti leggo ho la sensazione di star guardando una vecchia pellicola rovinata su un televisore a tubo catodico, e in sottofondo una lirica femminile. Potrebbe non sembrare un complimento, però, credimi, lo è eccome!
    Non riesco mai a spiegare con esattezza ciò che provo, eppure non riesco a smettere.
    Infatti vado spedita al prossimo episodio! 😸

    1. Ciao Mary! Grazie mille per la lettura🙏🏻 Beh: ci sta!😆 L’effetto retrò è un retaggio dei miei autori preferiti. Credo che il realismo magico abbia il dovere di catapultare il lettore fuori dal tempo e dallo spazio, pur collocando le storie in coordinate spazio-temporali ben precise, altrimenti non sarebbe realismo🤗

  2. Mi è piaciuto tanto questo stacco netto fra le due parti del racconto. Passare dai pensieri inquietanti del protagonista a quell’ambiente sinistramente bucolico animato da personaggi a dir poco discutibili, è stato come fare un salto. La similitudine fra gli esseri umani e gli alberi e poi, quel contatto finale, spalancano porte a varie possibilità. Non te lo dico più che mi piace tantissimo leggerti, tanto già lo sai. A presto.

    1. Ciao Cristiana! Grazie mille per la lettura e per il bellissimo commento (e tu sai che i tuoi complimenti per me hanno sempre un valore speciale🙏🏻) Questo è un vecchio racconto che avevo già pubblicato qui, su EO, ma ho deciso di riproporlo ampliato ed esteso su due livelli 😊

  3. “come se stessi guardando uno di quei film giapponesi di samurai, in cui l’unico modo di distinguere gli attori è sperare che non cambino mai acconciatura o abbigliamento nel corso della storia”
    Parto da qui, c on estrema vergogna, come partire dal fondo, ma non potevo farne a meno. Mi capita lo stesso, da sempre e me ne vergogno tanto. Non capisco chi si bacia con chi, chi si accoppia o combatte con chi. Praticamente un incubo!

  4. Questo primo episodio mi ha lasciato senza parole (in senso positivo). Non saprei da dove iniziare: l’idea dell’albero è geniale! E amo il tuo stile, scrivi benissimo. Quando poi hai iniziato a parlare dei cinesi (quelli che se cambiano pettinatura non li riconosci più) mi hai fatto morire dalle risate! Non vedo l’ora di leggere il prossimo episodio.

  5. Ahh mi mancava leggere i tuoi testi, Nicholas. Sei decisamente bravo a scrivere. Ho letto questo primo episodio con il video linkato da sottofondo e mi ha catturato completamente. Mi è piaciuta tantissimo l’idea di partire con un flusso di pensieri in corsivo, in prima persona, per poi dare uno scossone, allontanare la telecamera e spostarsi alla terza persona: immagino adotterai questa modalità ancora nei prossimi episodi.
    Per quanto riguarda la storia in sé, be che dire hai gettato degli ottimi presupposti: la prosopagnosia (di cui avevo un leggero ricordo in una canzone di Caparezza, mi pare) è un tema che in ambito weird definire azzeccato è dir poco. Ma soprattutto, nel preciso momento in cui nel testo hai trasposto il concetto verso gli alberi (per cui ho una simpatia grazie a un certo Blackwood), mi sono esaltato un sacco. Questo tipo di cose è troppo, troppo nelle mie corde per non poter già amare questa serie.
    È stato bello ricordarsi che anche qui su EO esiste qualcuno che non solo ama il weird, ma che è anche capace di rendergli onore con estrema bravura.

    1. Ciao Gabriele! Felicissimo di ritrovarti!😊 Grazie mille per la lettura🙏🏻 Sei capitato nel racconto giusto, dato che questa serie sarà la più lovecraftiana che scriverò 😉

  6. A parte che usare il termine ieratico in quel modo è a dir poco poesia, in più hai introdotto anche un altro termine che a uno come me salta molto all’occhio: viverna. Sono a dir poco compiaciuto di aver dedicato tempo per questa lettura, ottima per rifocillarsi. Grande

    1. Ciao Loris! Grazie mille della lettura🙏🏻 La Viverna sarà la protagonista di questa (lunga) serie. In realtà non intenderò mai parlare di un drago, ma di una pianta😄 Mi piaceva l’idea di attribuire questo nome a una cosa che non c’entra nulla.

  7. Sarò sincero, prima della lettura ho dovuto cercare il significato del titolo poiché non lo conoscevo. Accorgendomi poi che era il solo termine a mancarmi all’appello mentre ciò che rappresenta lo conosco bene, non posso che rimanere incuriosito e leggere con ancora più interesse.

  8. Condividiamo, caro Nicholas, una perversa propensione per il weird, l’ossessione e l’allucinazione, che in genere decliniamo secondo paradigmi differenti. Tu sei più bravo.
    Sono già invischiato in questo nuovo incubo, e non ne uscirò finché non deciderai tu di terminarlo. So che andrà così.

    1. Ciao Giancarlo! Grazie mille della lettura🙏🏻 Sulla mia maggiore bravura avrei tante obiezioni😆 Come hai saggiamente detto tu: lo decliniamo secondo paradigmi differenti. Ma una cosa è certa: quando sento l’esigenza di ricevere un parere inerente all’aspetto filosofico/intellettuale di un mio scritto, spero sempre di ricevere il tuo🙏🏻

    1. Ciao Melania! Grazie mille della lettura!🙏🏻 Sì per ora parte molto soft, e comunque mi piace sempre mettere elementi grotteschi😄 Pian piano vedrai che ci saranno due livelli di narrazione, la parte più cupa sarà quella dell’infanzia del protagonista😊

  9. Cito: <> Passaggio che mi ha strappato un sorriso.
    Il fatto che i nostri peculiari tratti somatici siano poco distinguibili per le diverse etnie (e viceversa) mi ha sempre affascinata.
    Perchè gli asiatici ci sembrano “tutti uguali” e noi sembriamo “tutti uguali” a loro?
    Interessantissimo spunto di riflessione che merita ben più di un approfondimento.
    Questa stessa frase, inoltre, riassume perfettamente il sentimento di straniamento che comunica la tua storia.

    1. Ciao Susanna! Grazie mille della lettura e del commento🙏🏻 Sì, questo passaggio mi serviva per rendere lo straniamento del protagonista (e soprattutto per utilizzare almeno una volta nella vita la parola “prosopagnosia”😆)